sabato 5 ottobre 2013

I luoghi della Storia


   I luoghi della Storia parlano: forse non a tutti, forse solo a chi la Storia un po’ la conosce e la ama, ma parlano. Chiaro e forte. E ancora più forte parlano i luoghi della storia militare, dove alla memoria degli eventi si mescola il ricordo del sangue, del sacrificio, degli atti di valore. Ho cominciato a sentirne la voce un quarto di secolo fa, visitando il campo di battaglia di Waterloo. La giornata era di un caldo infernale, come quella fatale domenica del 18 giugno 1815 e, di giorno, le frotte in calzoncini corti del turismo di massa erano in grado di sottrarre poesia e drammaticità a qualsiasi cosa. Sciamare caotico di stracciate locuste. Con il passare delle ore, tuttavia, il sole africano imponeva i suoi pedaggi ai visitatori superficiali, rarefacendone la fastidiosa presenza man mano che la giornata si avviava verso il suo epilogo. Proprio in quelle ore, ho avuto la ventura di approdare alla chiesetta di Plancenoit, un paesino sito all’epoca all’estrema destra dello schieramento dell’armata francese e oggi meta delle visite solo degli appassionati. Là, in un silenzio irreale dopo una giornata di noioso vociare, ho potuto girare per le strade deserte di un luogo rimasto come fermo nel tempo. È bastato un attimo per risultare immerso nell’atmosfera di uno scontro feroce durato ore, con i Tirailleurs ed i Voltigeurs della Giovane Guardia (non della Vecchia, ai cui Cacciatori e Granatieri toccarono quel giorno altri compiti, ancora più decisivi) impegnati a contenere, in una condizione di disperante inferiorità numerica, l’armata prussiana del maresciallo Blücher. Una mischia paurosa, la chiesa perduta e riconquistata decine di volte, al grido – sempre più flebile ma al tempo stesso sempre più orgoglioso – di Vive l’Empereur!

   Da quel giorno, da quelle emozioni, la visita dei campi di battaglia è una mia personale forma di turismo (in verità ampiamente condivisa, specie nel mondo anglosassone, dove esistono addirittura agenzie specializzate, con un significativo giro di affari) che si è dipanata a varie latitudini e che ha trovato il suo momento (per ora) più alto a Gettysburg, con una lunga camminata che ha ripercorso, passo dopo passo, l’intero itinerario della cosiddetta “Pickett’s Charge”, l’”alta marea” del Sud confederato. E lì mi sono venute in mente – come non avrebbero potuto? – le parole che Raimondo Luraghi, nel suo capolavoro sulla Guerra civile americana, attribuisce ad uno dei tre comandanti di brigata della divisione Pickett, il generale Lewis Armistead, rivolto all’alfiere del 53° Virginia: «Sergente, pianterete oggi quella bandiera sulle trincee nemiche?» «Io tenterò, signore» - replicò l’alfiere - «e se mai uomo mortale può farlo, sarà fatto!»

   Come la Storia ci insegna, non fu fatto, ma una visita a Gettysburg è uno straordinario esempio di come si possano perdere le guerre ed entrare vittoriosi nel mito: tripudio di bandiere confederate e una folla silente, commossa, partecipe, che si reca davanti ai monumenti ai reggimenti e agli Stati del Sud per depositare la propria bandierina in omaggio ad una causa ed ai suoi caduti, facendosi fotografare composta mentre compie questo gesto di tributo e rispetto, e ricordando al visitatore straniero che nessuna sconfitta è veramente tale se si salvano l’onore, la dignità, la memoria.

   Se si è cultori della Guerra civile americana – come chi scrive – la Virginia è una sorta di museo a cielo aperto, dove le non indifferenti bellezze naturali si mescolano ad un contesto in cui quasi ogni luogo trasuda memorie del conflitto tra Nord e Sud. E c’è il rischio di perdersi tante sono le cose da vedere, oppure occorrerebbe disporre di mesi e non solo di pochi giorni per ammirare anche il lavoro di valorizzazione storica che è stato compiuto dalle autorità locali e da una nutrita serie di associazioni di appassionati che, profondendo energie e denaro individuali, affiancano e spesso surrogano i pubblici poteri nella salvaguardia di luoghi e memorie, impegnandosi altresì in complessi interventi di restauro.

   A volte, poiché la mentalità americana è assai diversa da quella europea, il sacro e il profano si mescolano in forme assai singolari. A Lake George, nella parte alta dello Stato di New York, Fort William Henry – quello del celebre (ma in realtà storicamente assai controverso) “massacro” evocato ne L’ultimo dei Mohicani di James Fenimore Cooper – è stato ricostruito in forma non propriamente filologica sul sito di quello autentico e può capitare di vedere da una parte lavorare gli storici impegnati nel recupero di qualche reperto emerso da uno scavo e, a meno di venti metri da essi, un gruppo di figuranti in uniforme che, per la gioia dei turisti, ricostruisce (molto alla buona) uno scontro tra inglesi, francesi e pellerossa ai tempi della Guerra dei Sette Anni in Nordamerica. Per un europeo, è una visione ai limiti dell’iconoclastia, ma occorre riconoscere che, grazie a soluzioni pur discutibili, questi luoghi vivono, destano emozioni, evocano memorie, non suscitano l’agghiacciante freddezza che coglie se si visita un campo di battaglia italiano pur di grande importanza storica come quello di Marengo. Per non parlare della presenza di centri per accogliere i visitatori, talvolta organizzati a livello museale e talatra più semplici, ma sempre capaci di fondere storia e comunicazione contemporanea, riflessione e utilizzo spregiudicato delle risorse mediatiche, commercializzazione di oggettistica di puro consumo e vendita di editoria tematica altamente specializzata.

   Impressioni analoghe si ricavano visitando Fort Ticonderoga, restaurato con grande impegno, lungo la direttrice che da New York conduce a Montréal passando per Albany, o la magnifica fortezza di Louisbourg, in Nuova Scozia, frutto di un grandioso progetto di restauro avviato dalle autorità canadesi nel 1961. Dovunque i luoghi della Storia vengono fatti parlare e, se al visitatore lasciano appena una superficiale patina di conoscenza, destinata ben presto ad essere cancellata, diverso è l’effetto che esercitano sull’appassionato, che forse non apprezzerà certe ricostruzioni di taglio cinetelevisivo o l’eccessivo ricorso a figuranti per dare “il senso del passato”, ma non potrà fare a meno di riconoscere l’impegno profuso nel cercare di “fare vivere la Storia”, capace addirittura di organizzare escursioni per ripercorrere il raid dei ranger del maggiore Rogers da Crown Point a Saint-François (1759), noto anche da noi per il film Passaggio a Nord Ovest, con Spencer Tracy.

   È una forma di turismo che, in tutte le sue varie sfumature, non può che essere consigliata agli appassionati, perché è frutto di incredibili emozioni e ciascuno può vantare la propria, senza essere obbligato a condividerla con altri, ma seguendo solo il proprio personalissimo interesse: ero solo quando ho portato un fiore sul cippo che ricorda il punto in cui, a Yellow Tavern, non distante da Richmond, venne colpito a morte il carismatico leader della cavalleria confederata “Jeb” Stuart. Ma non mi sentivo tale: un po’ presuntuosamente, mi sentivo in compagnia della Storia.

                                          Piero Visani

 

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