venerdì 22 giugno 2018

La teoria dell'incompetenza

       Mi diverto non poco a leggere, sui principali organi di stampa nazionali, lunghe tiritere contro "il governo dell'incompetenza" e i suoi "inquietanti" protagonisti. Non intendo fare il difensore d'ufficio di alcuno, ma mi guardo un po' intorno e vedo - circondati come siamo da disastri quotidiani - i frutti di decenni di "governi di competenti": lo sfascio più totale. Mi coglie una contenuta ilarità e mi assale ovviamente - come a milioni di italiani - la tentazione di dare una possibilità a chi di questo collasso nazionale ha una responsabilità relativamente limitata.
       Se proprio dovessi dire, starei molto attento ad accusare gli avversari politici di massacri economici e sociali dopo averne compiuti ad abundantiam. Se di tali massacri costoro non hanno competenza, io quello lo vedrei come un titolo di merito, ovviamente da verificare, ma non acclarato come la competenza di disastri peculiare di chi ci ha governato (per conto terzi...) fino a oggi.

            Piero Visani



"Storia della guerra nel XX secolo"

       Ho completato la ricerca bibliografica e la suddivisione in capitoli (al momento ne ho previsti 16). Ora non mi resta che cominciare a scrivere. Il mio obiettivo è partire dalle due grandi guerre mondiali che hanno insanguinato il Novecento per procedere con capitoli tematici verso l'epoca attuale e per dare un breve sguardo sui conflitti del futuro e gli assetti che prevedibilmente assumeranno, per cui il titolo più corretto del libro potrebbe essere forse "Storia della guerra nel XX secolo...e oltre".
       La bibliografia che ho raccolto è molto grande, ma il libro avrà un impianto analogo a quello di "Storia della guerra dall'Antichità al Novecento", vale a dire capitoli brevi, basati su un solido impianto di riferimenti bibliografici per chi vorrà eventualmente approfondire, ma di facile leggibilità e comprensibilità per il lettore non specialistico.
       Sarà un bello sforzo, ma ormai l'ho promesso a me stesso e non rimarrò a metà dell'opera.

                             Piero Visani

giovedì 21 giugno 2018

Scorte

       La questione cruciale non consiste nel ritirare la scorta ad un determinato personaggio, facendo apparire la decisione una patetica ripicca, più eterotelica che realmente effettiva, ma nel tagliare l'erba sotto i piedi nell'humus "culturale" in cui certi personaggi affondano le radici del loro dire e del loro "sapere". Quella è un'azione politica e metapolitica efficace, non togliere le scorte. Togliere le scorte e continuare a lasciar scegliere certi temi per la maturità è fare una politica "da Tafazzi", con grande senso dell'autolesionismo...

                        Piero Visani



mercoledì 20 giugno 2018

Recensione di Salvatore Santangelo, "Babel", Castelvecchi, Roma 2018

       Difficile trovare un titolo più eloquentemente sintetico di Babel (Dai dazi di Trump alla Guerra in Siria: ascesa e declino di un mondo globale, Castelvecchi, Roma 2018, 140 pagine, prezzo euro 17,50), il saggio di recentissima pubblicazione con cui Salvatore Santangelo, brillante intellettuale dai multiformi interessi (dalla geopolitica agli studi militari, passando per molti altri ambiti), ha cercato di fornire una sua personale interpretazione di un mondo sempre più piccolo e al tempo stesso sempre più dinamico, dove le antiche certezze geopolitiche, geostrategiche e geoeconomiche sono state sostituite da una realtà liquida - per dirla à la Bauman - nell'ambito della quale è sempre più difficile trovare dei punti fermi, dei punti di riferimento.
       In una dotta quanto sintetica esposizione di una serie di problematiche geopolitiche di estrema attualità, Santangelo ci accompagna in un insieme di percorsi molto convincenti, dove i fattori di crisi, cambiamento e disordine sono nettamente superiori a qualsiasi forma di staticità.
      A chi scrive, probabilmente per deformazione professionale, è piaciuto in particolare il Capitolo IX, dove l'Autore traccia un parallelismo molto felice, quello della guerra come paradigma della globalizzazione. In esso, rovesciando le tranquillizzanti teorie sul fatto che la globalizzazione rappresenterebbe una sorta di viatico destinato a condurci nel "migliore dei mondi possibile", Santangelo evidenzia invece come il mondo del futuro, proprio perché profondamente destabilizzato e alterato dal (tentato) annientamento delle identità, si stia strutturando in realtà non come "un mondo di pace" - come vorrebbe la vulgata mediatica dominante - ma come "un mondo di guerra", di tutti i tipi di guerra, molto diversi, molto più articolati, molto più difficili da individuare dei conflitti di tipo tradizionale e perfino di quelli che, solo fino a pochi anni fa, potevano apparire più moderni e alternativi.
       E' un mondo che pare spingere verso una formidabile parcellizzazione delle forme conflittuali e di un loro mascheramento/occultamento sotto le spoglie più diverse, molte delle quali - e questo sta diventando sempre più un problema - assolutamente ignote al cosiddetto "uomo della strada". In questa crescente Babele, l'eracliteo "Polemos patér pantòn" si profila sullo sfondo come nuova e assai diffusa "koiné dialektòs", che chi di dovere sa fin troppo bene di dovere (e voler) parlare, al tempo stesso ipocritamente negando che esso è l'unico linguaggio che conosce (e vuole conoscere). Santangelo ce lo ricorda, con i toni soft che gli sono peculiari e che - proprio in quanto tali - risultano ancora più convincenti.

                 Piero Visani



  

martedì 19 giugno 2018

Finalmente 26...!

     Alessandro Manzoni è servito! Nel giro di pochi giorni l'ho superato, dopo una lunga attesa, e oggi i lettori fissi del mio blog "Sympathy for the Devil" sono 26. Un grazie di cuore a quei lettori che hanno reso possibile il conseguimento del non trascurabile traguardo. Se altri vorranno unirsi all'"eletta schiera", che non "si vende alla sera per un po' milioni" (e non lo farebbe neppure per tanti...), sono i benvenuti. Per l'intanto, grazie a quanti già sono qui convenuti in forma permanente.

                          Piero Visani



Un piccolo consiglio ai fautori del "pensiero unico"

       Nel momento in cui le vostre metapolitiche registrano un livello di consenso tra il 15 e il 20 per cento dell'opinione pubblica italiana e uno di dissenso dell'80-85 per cento, forse varrebbe la pena di cambiare registro, temi e riferimenti, dal momento che questa straordinaria mutazione ha avuto luogo nel mentre controllavate il 95 per cento e forse più del sistema mediatico. Dunque la Rete, tanto criticata, a qualcosa serve, non a caso si sente già dire da qualche "genio" che Internet è controllato dalla destra...
      La verità è più semplice e più complessa al tempo stesso: la realtà virtuale non è quella della Rete, ma quella degli stipendi d'oro, delle consulenze agli amici, degli spostamenti con scorta, delle ville con polizie private (e pubbliche, ahinoi...), delle vacanze nei posti esclusivi mentre noi possiamo scegliere tra il rimanere a casa e l' "a casa rimanere". La realtà virtuale è la vostra. Dalla realtà reale siete stati espulsi, ma in realtà vi siete espulsi da soli. Questa è una battaglia per la sopravvivenza ed è appena agli inizi. Lo scrivo da polemologo, dunque con un minimo di cognizione di causa...

                                Piero Visani



O Rom(a) o (M)Orte...

       Mi auguro davvero che i Rom non vengano schedati e che possa godere anch'io della loro condizione di indubbio privilegio: nessuna legge a mio carico, nessun controllo, nessuna indicazione patrimoniale da fornire, nessun onere INPS da pagare pur essendo già titolare di pensione, nessun tipo di verifica, etc. etc. etc. E, in più, tutte le garanzie possibili immaginabili, anche perché, in passato, quell'etnia è stata oggetto di persecuzioni indicibili e ovviamente il costo lo devo pagare io, che nulla c'entro.
       Mi conforta il fatto che, essendo stato io oggetto di controlli fiscalissimi da parte dello Stato italiano, magari mio figlio potrà fottersene dei medesimi. Ma non credo. In Italia, lo "stipendio di cittadinanza" viene erogato perché i controllori controllino, a condizione che uno sia un cittadino normale e NON commetta reati. Penseranno costoro a imputargliene qualcuno... Funziona così, da decenni.

                         Piero Visani

lunedì 18 giugno 2018

Il senso civico

       Supermercato di area torinese. Esterno giorno. Parcheggio.
       L'auto di mia moglie (un'utilitaria, non un Suv) si ritrova bloccata, a sinistra, da un'auto parcheggiata a filo alla sua. A destra dell'auto di mia moglie c'è un muretto, ergo impossibile pensare di passare di lì per salire a bordo. Attesa non breve sotto il sole.
            Finalmente arriva la proprietaria dell'auto incriminata, la quale ovviamente non ha alcuna difficoltà ad entrare nella sua vettura. Mia moglie la apostrofa urbanamente, facendole notare che, stretta in quel modo, non le è stato possibile entrare in macchina da nessuna parte.
       Prima risposta: "Ah, non mi ero accorta!" (senza alcun "mi scusi", ma la precisazione è pleonastica...).
       Poi il "colpo d'ala" tipico di anni di insegnamenti di "neutralizzazione democratica": "mi sono stretta un po' (non molto, ovviamente...) contro la sua portiera per puro e semplice senso civico" (dice proprio così, il genietto), "perché così possiamo parcheggiare in di più" (si noti che il parcheggio del supermercato è pressoché vuoto). Mia moglie conosce bene il valore delle neutralizzazioni, ne parliamo spesso a casa, adora Carl Schmitt e sa che un certo tipo di cultura vuole, anzi pretende, che ogni volta che ti fa male e ti danneggia, siccome lo fa in nome dell'umanità, del senso civico e della democrazia, ti danneggia un po' meno, anzi pressoché nulla. Esattamente come i "bombardamenti umanitari", quando attivati, fanno "meno morti" e - se proprio devono colpire qualche civile per "danni collaterali" - sono sempre ospizi per pluriottuagenari in mera esistenza vegetativa, mai asili infantili.
       Con tutta la classe di cui è capace, la mia consorte illustra alla giovinetta il concetto di neutralizzazione, alla medesima forse sconosciuto nella forma ma non nella sostanza..., e poi manda soavemente a fare in c... sia costei sia - soprattutto - le "neutralizzazioni democratiche", invitando per di più coloro che le praticano ad avere almeno il coraggio delle proprie azioni; di modo che, nel caso, si possa farli oggetto di ciò che meritano...

                             Piero Visani 






sabato 16 giugno 2018

Squarci di alterità

       Ho sempre amato il momento degli inni nazionali prima delle manifestazioni sportive di alto livello. L'ho sempre inteso come momento di rottura in una narrazione molto codificata, una sorta di parentesi storico-polemologica in manifestazioni di crescente impianto economicistico.
       Leggo le considerazioni dei media del "pensiero unico" sul fatto che questi inni sarebbero vecchi, datati, figli di epoche assai lontane dalle nostre. Li comprendo e so bene che, ad esempio, oggi si preferirebbe un inno unico per tutti gli Stati del mondo, tipo "Soldi, soldi, soldi", canzone mitica del 1962, cantata da Betty Curtis. Presto - ipotizzo - la demonìa dell'economia ci farà arrivare a tanto e sicuramente di tale canzone faranno una versione aggiornata, cantata da una band per la quale mi permetto di suggerire un nuovo nome, adattissimo: "I sodomiti"...
       A me personalmente, invece, piace ascoltare questi vecchi inni, che sono saturi di sogni, speranze, illusioni, guerre, morti, sacrifici. Molti trasudano di retorica - è vero - ma è quell'insieme di sentimenti ed emozioni che ha fatto la storia delle nostre rispettive Nazioni e una parte di esso la si può ritrovare in quegli inni che - molto simbolicamente - conferiscono agli atleti la carica per affrontare con maggiore determinazione e vigore una competizione, nell'intento di vincerla.
       Quegli inni ci pongono un interrogativo, anche se molti di noi non lo sanno: preferite (visto che siamo quasi al 18 giugno) il disperato attacco della Vecchia Guardia napoleonica, la sera del 18 giugno 1815, domenica, accompagnata dalle note solenni della "Marcia della Guardia Consolare a Marengo",  contro l'altrettanto disperata difesa delle Guardie britanniche del Duca di Wellington, alla furtiva fuga, una volta che l'esito della terribile battaglia fu chiaro, dell'ignoto personaggio che da Waterloo galoppò ventre a terra fino ad Anversa, poi traversò la Manica in battello e infine raggiunse la Borsa di Londra in tempo per consentire a David Ricardo di guadagnare 600.000 sterline dell'epoca (una fortuna immensa) speculando sulla conoscenza del risultato dell'immane scontro?
      Non ho dubbi, per quanto mi riguarda, sulla scelta di campo. Mi sento tuttora "nutrito di sangue e di sogni" e spererei di doverli coltivare e impiegare in un contesto un po' diverso da quello della democrazia totalitaria attuale, dove sogni non ne ho e non ne posso più avere, e dove il sangue lo devo sputare solo per pagare tasse che servono a nulla, se non che ad ingrassare le oscene oligarchie dominanti e a indurle a sentirsi autorizzate a farmi la morale.

                    Piero Visani



giovedì 14 giugno 2018

Con viva e vibrante soddisfazione...

       Registro il fatto che molti amici e conoscenti, che so per certo non essere assolutamente affini ideologicamente a me, notano le stesse cose che noto io, le valutano esattamente come le valuto io e comprendono alla stessa stregua mia i FEROCI INGANNI della democrazia totalitaria.
       Non giudico il tutto una convergenza ideologica, ma il semplice rifiuto di farsi prendere per le terga dal "sistema per uccidere i popoli". Cresce il numero di coloro che se ne stanno accorgendo e che non si fanno più sodomizzare da quattro FOLE raccontate tra l'altro sempre peggio...
       Siamo a un punto di svolta, non vicinissimo, ma che si annuncia.

                             Piero Visani

mercoledì 13 giugno 2018

Sono d'accordo con Gramellini...

       Non mi capita praticamente mai di essere d'accordo con Massimo Gramellini e i suoi quotidiani pistolotti, nutriti di quel "buonsenso" antico che ci diletta nelle più terribili decadenze, quando la figura del laudator temporis acti assume valenze di (quasi) genialità.
        Eppure, nella sua rubrica quotidiana "Il Caffè", sulla prima pagina del "Corriere della Sera", il divo Massimo conclude il suo elzeviro, eloquentemente intitolato "La ruspa e la brioche", con un attacco a Macron, così formulato: "Se proprio desidera salvarci dai Salvini, convinca la classe dirigente europea a cambiare le politiche economiche che hanno contribuito a impoverire e spaventare quel ceto piccolo-borghese la cui crisi è all'origine di tutte le svolte reazionarie della storia, questa compresa".
       Per una volta, condivido. E' un bel monito. Dissento solo su quel "reazionarie", aggettivo che personalmente sostituirei con "rivoluzionarie". Ma, visto che Louis Antoine Léon de Richebourg de Saint-Just fu un notissimo aristocratico e giacobino, accordiamoci sull'aggettivazione e promuoviamo le relative dinamiche... Tutto acquisterà un delizioso senso.

                          Piero Visani



Cambio di metapolitiche

       Un cambiamento di metapolitiche non è nulla di particolarmente iconoclastico: ad esempio, se un "cugino la(t)rino" insulta dall'alto, anzi dal basso, delle sue assolute manchevolezze sul tema dell'immigrazione e, nel farlo, non esita a ricorrere a toni inurbani, un cambio di metapolitica consiste nel cessare di rispondergli alla Fantozzi, strisciando a terra e dicendogli "come è umano lei!" con tono servil-untuoso, ma nel mandarlo simpaticamente a quel Paese, di modo che possa temperare un poco la sua (largamente infondata) spocchia.
      Non c'è assolutamente un obbligo ad essere sempre e comunque "l'Italia dell'8 settembre" e dell'ammiraglio Maugeri. Abbiamo anche altri esempi cui poter fare riferimento, decisamente più dignitosi. Non li cito perché non mi piace paragonare grandezze a nefandezze, tanto più su eventi così marginali e modesti, ma sarebbe utile ricordare che il nostro popolo non è composto interamente di venduti come la quasi totalità della sua classe dirigente. E' un popolo abituato ad arrangiarsi, per sopravvivere alla nefandezze dei suoi oligarchi, che sono soliti farsi le ville da 24 milioni di euro nel mentre si vendono allo straniero, depredano la loro gente e - per unire il danno alle beffe - ne stabiliscono pure le regole di comportamento etico... In questo siamo davvero nel "vomitevole", per citare l'illustre cugino d'Oltralpe. Ma - da poveri - una dignità l'abbiamo, non fosse altro perché non abbiamo nulla da perdere, se non che le nostre pluridecennali catene, maneggiate - almeno fino a ieri - da modestissimi (ma interessatissimi...) kapò nostrani, tanto acculturati, tanto spocchiosi e tanto (ma per loro merito, ovvio...) incredibilmente ricchi.

                                Piero Visani





martedì 12 giugno 2018

L'importanza dei cambiamenti

       Ho passato quasi un ventennio della mia vita professionale a consigliare cambiamenti che nessuno mai metteva in pratica. All'inizio mi si diceva che era difficile, poi si passò a dirmi che era impossibile e infine mi si invitò (educatamente) dapprima a desistere dal continuare a suggerire ciò che ritenevo giusto e poi mi si diede il benservito.
       L'ho fatto a vari livelli e in diversi ambienti, ma sempre animato dalla consapevolezza che nessun cambiamento politico ha un senso se non accompagnato da un adeguato cambiamento metapolitico, cioè del quadro culturale in cui una nuova politica (ammesso e non concesso che sia nuova...) dovrebbe essere inserita. Uno degli esempi più eclatanti in tal senso è la politica di "liberazione fiscale" voluta dai governi Berlusconi, che trovò il suo culmine e la sua apoteosi nella fondazione di Equitalia...
       Ho sempre cercato di spiegare che combattere le proprie battaglie sulla base delle idee del nemico (o dell'avversario politico) è qualcosa che non serve assolutamente ad alcunché, anzi è pura eterogenesi dei fini e non fa che confermare e sancire l'egemonia metapolitica di colui contro il quale, in teoria, ci si dovrebbe battere.
       Ho rimediato decine di sorrisi di compatimento e naturalmente mi sono dedicato ad altre attività, perché incontrare l'avversione degli avversari è normale, mentre incappare nella derisione dei presunti (molto presunti...) compagni di strada è assai più fastidioso.
       Ora che, per la prima volta dopo molto tempo, abbiamo un governo che, sia pure in parte molto contenuta, non condivide le metapolitiche dominanti, forse qualcuno comincerà a rendersi conto dei terribili errori che sono stati commessi nell'accettare acriticamente e passivamente le metapolitiche degli avversari. Per fare degli esempi: se si parla di immigrazione, in Italia si deve sempre e solo parlare di accoglienza, di assimilazione mai, è vietatissimo. Oppure i Paesi vicini al nostro possono respingere i barconi dei disperati, chiudere le frontiere, espellere i clandestini; noi italiani mai, perché quello che in Francia è normale, da noi è razzismo...
       Cambiare tutto questo non è facile: richiede la formulazione di una metapolitica nuova, investimenti per promuoverla, strumenti per diffonderla, consapevolezza degli obiettivi da conseguire, e da conseguire per gradi, per non creare traumi in un'opinione pubblica che è stata manipolata per decenni in un senso specifico e attribuisce valori unilaterali e automatici a concetti come "umanità", che fanno scattare in lei riflessi pavloviani, non reazioni ponderate e approfondite.
       Chiunque osservi la radicale svolta impressa dal ministro dell'Interno Salvini alla questione degli sbarchi di immigrati nei porti italiani non può non notare la terribile difficoltà di articolare politiche nuove sullo sfondo di metapolitiche consolidate e ad esse radicalmente avverse: si rischia di essere accusati di "crimini contro l'umanità". Mi viene da sorridere e in una certa misura ritengo che sia giusto così: in effetti, è un "crimine contro l'umanità" aver fatto politica fino a ieri avendo sempre e costantemente accettato acriticamente la metapolitica degli avversari. Cambiare questa impostazione semplicemente demenziale è e sarà durissimo. Per rendervene pienamente conto, guardate i telegiornali e le trasmissioni d'opinione delle reti Mediaset, e capirete in che cosa il vecchio centrodestra NON differisce dai suoi avversari politici, visto che ne condivide in toto le metapolitiche.
       Ci sarebbe da fare moltissimo su questi temi e sarebbe utile cominciare a farlo il più presto possibile: il mondo sta cambiando con estrema rapidità e le metapolitiche del mondo vecchio servono solo a NON comprendere quello nuovo, regalandone per di più la gestione agli avversari politici. Tutto un patrimonio di culture e valori ancor oggi dominanti (almeno qui da noi) è in crisi verticale. Sarebbe bene prenderne subito atto, per tracciare le linee di una nuova cultura, che sappia ad esempio spiegare quali fortune colossali si possano accumulare celandosi dietro la capacità di fornire una copertura umanitaria a quella che è soltanto, e da tempo, nient'altro che una nuova tratta degli schiavi. E che quelli che non sono altro che orribili schiavisti si presentino come "umanitari" è vagamente sgradevole, o no?

                      Piero Visani
       


lunedì 11 giugno 2018

Guerre ibride

       Create ad hoc un disastro umanitario, un disastro che è tale per le vittime del medesimo, non per voi che ci lucrate politicamente, strategicamente o economicamente sopra.
       "Vestite" il tutto in modo che assuma fin da subito le caratteristiche di un'immane catastrofe morale. Non è difficile: servono un po' di disgraziati, provenienti dai luoghi più oscuri e remoti del mondo.
       Dite che "non aiutarli è una vergogna!" e ditelo tanto più forte quanto più li avrete spinti ai porti di partenza e li avrete imbarcati sulle navi destinate a quell'immondo commercio.
       Individuate il Paese che farà da "ventre molle", quello che dovrà obbligatoriamente ospitare i disperati di cui sopra e - se fa resistenza - additatelo al ludribio universale: "è un Paese di negrieri, di razzisti, di gente senza cuore!". Voi, invece, a spingere dei poveri disgraziati verso paradisi che non esistono, solo per abbassare il costo del lavoro in Europa, ovviamente siete generosi artefici di un'opera altamente meritoria. Gente piena di cuore, comprensione e umanità...!
       Se il Paese individuato come "ventre molle" fa resistenza, attaccatelo in tutti i modi possibili, ovviamente "in nome dell'umanità". E ricordate chi abitualmente le fa, le "guerre in nome dell'umanità", e come le conduce, e quanti morti provocano...
       La vostra più grande fortuna è che il mondo è fatto da immemori, sciocchi e "umanitari". L'"umanitarismo" è una delle componenti fondamentali della "guerra ibrida", ma la vostra seconda più grande fortuna è che quel tipo di guerra la conoscono per il momento ancora in pochi. E' così bello poter compiere impuniti grandi massacri e attribuirne la responsabilità al nemico...

                            Piero Visani



domenica 10 giugno 2018

Quanto vale l'Italia

      Nell'ultimo numero (5/2018) di Limes - Rivista italiana di geopolitica, il generale Fabio Mini - in un articolo significativamente intitolato "Siamo servi di serie B e non serviamo a niente" (pp. 75-87) - ritorna sui temi che gli sono cari, vale a dire il ruolo dell'Italia in ambito ONU, UE e NATO, e, dopo averne evidenziato gli enormi limiti e la natura sostanzialmente autolesionistica dei vincoli che ne derivano, a tutti i livelli, chiude il suo magnifico intervento con un passo che è pure un'evidente esortazione a costruire una politica estera che non sia da schiavi, ma da soggetti politicamente autonomi, consapevoli del fatto che "Se si è scelto di stare nel gregge piuttosto che fra i pastori, non contare significa essere contati, come pecore di rientro agli stazzi. Significa sottostare alla direzione dei pastori e al controllo dei cani" (p. 76).
      Per evitare tutto questo, per suggerire una politica estera e militare che non sia la "valle di lacrime" attuale, Mini traccia, scrivendo in terza persona, uno scenario sul quale varrebbe la pena di riflettere, e riflettere a fondo, prima di condannarsi alla sparizione definitiva e alla riconferma della nostra natura di "espressione geografica". Lo fa in forma sommessa, ma anche molto pregnante: "Ma c'è anche chi spera che uno strappo con la Nato ci consenta di togliere le sanzioni alla Russia, di sostenere più decisamente la causa palestinese, di aprire relazioni serie con l'Iraq e l'Iran e riesca a stabilizzare la Siria a tutto vantaggio, nostro, loro e della sicurezza internazionale. Una iniziativa del genere ci potrebbe chiudere le porte degli alleati, ma anche offrire un esempio da seguire per aggiornare l'alleanza alla nuova situazione e consentirle di tenere buoni rapporti sia con gli Stati Uniti sia con la Russia. Oppure potrebbe innescare una reazione a catena tendente alla formazione di un "blocco terzo" europeo che riequilibri i rapporti internazionali tra Usa, Russia e Cina" (p. 87).
       Sogni? Forse. Ma qualcosa di molto diverso e promettente, in ogni caso, rispetto a ciò che stiamo facendo ora, vale a dire essere servi sciocchi degli Stati Uniti e "sostituti d'imposta" per la Germania, in ossequio ai cui desiderata i nostri governi devono solo dare prova di avere "capacità di sottrarre risorse alle proprie comunità per destinarle ad altri" (p. 85).
      Il nostro destino servile non è un obbligo, ma una scelta delle nostre classi dirigenti attuali (e non solo attuali). Cambiare è ancora possibile, basta non accettare il "destino" servile come unico esito possibile della politica estera italiana.

                               Piero Visani




sabato 9 giugno 2018

"Abbiamo altri programmi"

       Non c'è nulla di più soddisfacente, quando ti sbattono fuori da qualche gruppo presunto elitario - retto soltanto dalla potenza delle armi e dei denari ma incline a farsi passare per "il migliore dei mondi possibili" (e invero lo è, per chi al suo interno comanda, per chi ubbidisce un po' meno...) - e poi, per sparigliare le carte, ti invitano a rientrare, che rispondere: "Abbiamo altri programmi", modalità elegante per mandare a quel Paese gli "esperti da apericena" che (s)governano il mondo occidentale.
       Il pianeta sta cambiando, molto rapidamente, e la velocità del cambiamento è destinata a crescere. Ci si addentra in "terre incognite", con qualche comprensibile preoccupazione ma anche con la formidabile certezza che le "terre cognite" ormai altro non sono che un'immonda cloaca a cielo aperto, dove il massacro dei deboli (che non sono i migranti, ma in primis gli autoctoni) viene perpetrato con esibita soddisfazione dai beati possidentes.
       Qui a Torino, gli apologeti del Gruppo Bilderberg invitano spocchiosamente "populisti e sovranisti" a far vedere "che cosa sanno fare". Personalmente, mi basterebbe che "non sapessero fare" che cosa hanno fatto fin qui gli oligarchi e soprattutto che non mi (ci) prendessero in giro venendoci a raccontare che il sistema più elitario e censitario del mondo sia a favore del "popolo". Suvvia, poveri senz'altro - grazie alla vostra costante azione predatoria - ma anche sciocchi è forse pretendere un po' troppo dalla nostra natura di conclamati underdog. Noi, del "migliore dei mondi possibili", conosciamo solo le fogne e in verità possiamo testimoniare che non differiscono in alcunché dai sistemi di scolo di altre famiglie politiche. Quello che c'è in superficie, e ancora più su..., non lo vediamo e dubito che ci sarà mai data occasione di farlo. Ecco perché anche noi - come Putin - ci permettiamo di dire che "abbiamo altri programmi"...

                       Piero Visani



190.000 visualizzazioni!

       Ad un ritmo un po' più rapido che in precedenza, sono arrivate anche loro. Quando ho iniziato, non mi immaginavo davvero di potervi arrivare, e invece...
       Sempre grazie ai lettori!

                    Piero Visani



venerdì 8 giugno 2018

Simmetrie

       Proporsi di ripristinare una cultura della difesa ristabilendo il servizio militare obbligatorio (sic) è come voler fare metapolitica di "destra" affidandosi alle reti Mediaset o a un bollettino parrocchiale: non c'entra alcunché ed è pure autolesionistico. Al massimo, può servire alla diffusione del "nonnismo" e/o della droga, e alla raccolta di consenso tra le fasce giovanili...
       Con una cultura della difesa - come con tutto ciò che è cultura - gli obblighi c'entrano pochissimo. C'entra semmai la volontà di averla, costruendosela da soli. E avendo meno "8 settembre" e meno "soldati di pace", miserevole ossimoro per coprire lunghi periodi di ascarismo filo-USA e totale incapacità di sviluppare una cultura guerriera, che oggi servirebbe più che mai, soprattutto per non fare i servi a titolo gratuito, ma semmai oneroso, in un mondo che ai "profeti disarmati" preferisce profili professionali decisamente più in tema...

                     Piero Visani



sabato 2 giugno 2018

Modesta proposta per prevenire le aspettative eccessive e infondate

       Sono nato nel 1950. Ho visto il 1968, il 1977, gli "anni di piombo", etc. etc. Ho iniziato a collaborare con l'istituzione militare nel 1988 e ho cessato nel 2006. E ho lavorato come consulente anche per il Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica e il Dipartimento Informazione ed Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
       Ho visto formarsi un'egemonia ideologica specifica, in questo Paese, e non ho visto praticamente alcuno che alzasse un dito per bloccarla. In occasione del primo governo Berlusconi, ho messo a disposizione di chi di dovere le mie competenze specifiche e mi sono sentito chiedere a che cosa potessi servire... A quel punto, ho lasciato perdere. Se uno è così scemo da voler dare una mano a quelli che sanno già tutto, meglio che si astenga.
       Ho visto governi di centrodestra che non davano la benché minima prova di accorgersi del problema e non credo davvero che cambierà granché, da quel punto di vista, perché ogni testo politico ha bisogno di un contesto metapolitico - nel quale inserirsi - che lo giustifichi, lo spieghi e lo legittimi. Altrimenti - e non è difficile da capire - un po' di rigore in più contro ad esempio l'immigrazione clandestina è destinato ad essere immediatamente dipinto dal sistema cultural-mediatico dominante come un'azione dei "cappucci bianchi" del Ku Klux Klan.
       Quando ho avuto l'occasione, ho rappresentato questo problema in varie sedi. Tra i miei interlocutori, i più gentili mi hanno riso in faccia. Ho fatto notare a costoro che stavano facendo politica con le idee altrui e mi è stato risposto che però sulla poltrona i glutei ce li avevano saldamente piantati loro. Mi sono permesso di obiettare su quel "saldamente" e mi hanno messo alla porta... Continuando a rifiutare l'esistenza stessa di quel problema, non capiterà solo a me, credo...

                    Piero Visani 




venerdì 1 giugno 2018

Piero Visani, "Storia della guerra dall'Antichità al Novecento" - Presentazione a Livorno

       Venerdì 8 giugno, alle ore 18, presso il Circolo Ufficiali della Marina Militare, via San Jacopo in Acquaviva 111, Livorno, sarà presentato il libro di Piero Visani, Storia della guerra dall'Antichità al Novecento, Oaks Editrice, Milano 2018, 190 pp., 18 euro). Seguirà cena con l'Autore, per chi desiderasse prendervi parte.

                  Piero Visani