venerdì 17 agosto 2018

Il diritto alla vita

       In Italia del diritto alla vita si parla moltissimo, con crescente intensità a partire dagli anni Settanta del Novecento. Come può essere chiaro a tutti, quanto meno a chi ancora riesce ad aprire gli occhi, esso consiste - nel nostro "Bel Paese" - nella seguente locuzione: "Chi muore giace, e chi vive si dà pace".
       Un esempio pratico: ti ammazzano un familiare stretto durante una rapina in casa. Il morto viene sepolto, in genere senza particolari onori, mentre una vera e propria "macchina da guerra" si mette in moto per tutelare, a livello giuridico e mediatico, l'eventuale o gli eventuali assassini, per cui, per l'appunto, chi muore giace e chi vive si attiva per rendere la vita il più possibile pacifica e piacevole al criminale. Cosa che qui da noi è considerata assolutamente normale.
       L'affermazione è ancora più vera nei rapporti con il "gelido mostro" statale: qualcuno si suicida per debiti con il fisco, ad esempio: pace all'anima sua, buona sepoltura e poi scatterà il recupero delle somme nei riguardi degli eredi, costringendo il più delle volte questi ultimi a rinunciare all'eredità. Quanto al suicida, si è dato la morte, peggio per lui. Quasi certamente era un debole...
       In una parola, dei defunti a nessuno frega niente; di loro sono più importanti i responsabili dei disastri, i creditori, gli azionisti delle società coinvolte nei disastri stessi, semplicemente perché - per restare in metafora - costoro "non giacciono" e hanno bisogno di potersi "dare pace" il prima possibile, onde riprendere indisturbati a compiere le loro nequizie. Eventuali responsabilità, nel caso alquanto improbabile che dovessero essere accertate, saranno di norma prescritte grazie ai tempi biblici della giustizia italiana.
        Dunque, ai prossimi morti e ai prossimi "funerali di Stato", che lo Stato non nega a nessuno e che farebbe invece benissimo a concedere a se stesso, perché da tempo non è altro che una squallidissima finzione. La finzione di una funzione, da tempo dismessa, senza rimpianti (suoi...).

                  Piero Visani



giovedì 16 agosto 2018

Il silenzio dei colpevoli.

       Ogni anno - da tanti anni e con la puntualità di un treno delle Ferrovie Federali Elvetiche - a gennaio vengono aumentate le tariffe autostradali, in genere con la motivazione che occorre adeguare le medesime ai crescenti costi di manutenzione, etc. etc.. Così, anno dopo anno, nel bel mezzo del "silenzio dei colpevoli" (i sudditi/schiavi italici) e con la non disinteressata complicità della classe politica, le tariffe autostradali sono lievitate al punto che fare, ad esempio, una sola andata e ritorno tra Torino e Ventimiglia costa più di un abbonamento annuo alla percorrenza su tutte le autostrade svizzere.
       Sono quei sacrifici "che dobbiamo fare, perché ce lo chiede l'Europa", quella mitica figura che si è sovrapposta alla classe politica nazionale nell'intento - perfettamente riuscito - di ripulirci in via definitiva le tasche.
       In questi giorni, poi, sono emerse alcune altre piccole verità scomode, come ad esempio il fatto che le convenzioni tra lo Stato concedente e le società concessionarie sono state scritte in modo che tutti i vantaggi stiano dalla parte di queste ultime e che, nel caso in cui lo Stato volesse ritirarle, dovrebbe pagare fortissime penali (chissà quale eminente giurista ha scritto quelle convenzioni...).
       Il numero dei ponti crollati negli ultimi anni sta aumentando, il livello delle tariffe pure e magari - a breve - salterà pure fuori un ulteriore incremento delle stesse come "fondo di solidarietà per le vittime del crollo del ponte Morandi di Genova". E tale aumento verrà pagato, con qualche mugugno, ma pagato.
       Il problema, dunque, non è la privatizzazione o l'odierna richiesta di statalizzazione delle concessioni autostradali (quasi che con l'Anas fosse tutto rose e fiori...). Il problema è la persistente "coglionizzazione" di un popolo che paga sempre e comunque, pur sapendo bene di essere governato da soggetti non propriamente adamantini. Così come era accaduto per il canone Rai, surrettiziamente inserito a forza nella bolletta elettrica, senza che alcun giurista facesse sentire la propria voce per deplorare un "esproprio non proletario" come quello.
       Per fortuna, a forza di pagare balzelli a organizzazioni più o meno criminali, il numero dei poveri totali - ora già salito a 5 milioni - salirà ulteriormente e il problema sarà risolto alla radice. Vivremo nel "migliore dei mondi possibile", cercando di coltivare la terrà (chi ne avrà) per concederci almeno un misero pasto al giorno.
       Una "decrescita felice" divenuta totalmente infelice, per complice coglioneria di massa.

                                         Piero Visani




lunedì 13 agosto 2018

Corsi e ricorsi storici

       Nell'era delle guerre mediatiche, di quelle ibride, di quelle per bande e della natura sempre più pervasiva e totalizzante del conflitto, sentir parlare di ritorno alla leva obbligatoria per "raddrizzare la schiena della gioventù" appartiene a quell'universo di discorsi da bar (o da autobus, direbbe Nanni Moretti), di cui non si sente davvero la mancanza, tanto meno se si entra in un bar o si sale su un autobus.
       In un'epoca in cui la conflittualità è totale e si combatte in ogni modo e in ogni forma, soprattutto se non si è in divisa, il riferimento a certe tematiche è simpaticamente desueto come la difesa statica di fanteria contro la Blitzkrieg dei Panzer e degli Stuka (tanto per fare un esempio storico molto chiaro).
       Far capire le cose è infinitamente più importante - e duraturo - che imporle, ma è infinitamente più faticoso e complesso di qualche facile slogan per nostalgici attempati. Vorrà dire che, nella deprecabile ipotesi che ciò accada, come sempre - da bravi italiani e dottrinalmente badogliani - combatteremo la guerra precedente. Perdendola, ça va sans dire. E le schiene della gioventù nostrana saranno di certo assolutamente diritte, nel rigor mortis...

                                  Piero Visani



domenica 5 agosto 2018

Dar da mangiare agli affamati

       Se si diffonde la fola che le elezioni vengano perse, in vari Paesi, dai fautori della democrazia totalitaria perché il loro inaccettabile totalitarismo sarebbe stato messo in crisi dai maneggi e dalle operazioni sotterranee dei servizi segreti russi, avremo sempre più vittorie dei sovranisti, perché è del tutto evidente che la democrazia totalitaria fa schifo da sola e la gente non ne può più. Nessuna operazione "coperta" può occultare questa realtà. Certo, come scusa può servire con qualche "anima bella" molto ma molto ingenua, ma girate un po' per le città e ascoltate i discorsi della gente comune. Non quelli degli opinionisti stipendiati, che sanno bene di essere soggetti a forte rischio e difendono il loro universo di privilegi. Quelli della gente comune, quella che i privilegi che caratterizzano la democrazia totalitaria li deve mantenere e pagare, perdendo ogni giorno in qualità della vita e vedendosi aggiungere di continuo divieti. Altro che servizi "segreti", solo depredazioni aperte ed esplicite. Quello è ciò che sposta massicciamente i consensi.

              Piero Visani



venerdì 3 agosto 2018

Teste d'uovo...

       A volte ci si interroga a lungo sul significato effettivo di certe espressioni per molto tempo in auge nell'universo radical-chic e poi di colpo i loro epigoni, con un piccolo e semplice gesto, ti spiegano che cosa esse volessero dire, illuminandoti d'immenso... (ma anche dandoti implicita conferma di quello che già pensavi in merito).

                            Piero Visani



L'universo Moncalieri

       Ci vivo dal 1978, anno del mio matrimonio, a Moncalieri. In due abitazioni diverse. Ho conosciuto da vicino la storia e la cronaca di questa città alle porte di Torino, con la quale non ha soluzione di continuità.
       Conosco la borghesia collinare, i suoi riti e le sue scempiaggini, la sua abissale incultura, la propensione alle alleanze con i potenti di turno, siano essi democristiani poi diventati forzitalioti o comunisti poi diventati piddini.
       Conosco tante altre piccole storie, non tutte e non solo di criminalità meramente politica ma comune, che è meglio non raccontare e anzi fingere di non sapere, onde evitare problemi.
       Conosco i circoli sportivi elitari e  no, le tirate sull'antifascismo e le vacanze (a spese pubbliche...?) nelle più rinomate aree del mondo, spesso descritte con abbondanza di particolari in lunghi pomeriggi oziosi nei bar di tali circoli.
       Non mi interessa e non mi è mai interessato nulla di tutto questo. Ho vissuto e vivo tuttora da "esule in patria", non per ragioni ideologiche, ma precipuamente etico-estetiche.
       Quello che non ho mai sopportato, neanche un po', è il falso egalitarismo accompagnato da uno stucchevole moralismo; le feste nelle ville sulla collina accompagnate dai provvedimenti a tutela dei campi rom, tutti "casualmente" dislocati solo in aree dove vivono proletari e diseredati, non certo in prossimità di aree residenziali elitarie; lo stucchevole antifascismo di maniera "che fa fin e impegna nen", per dirla nell'abominevole vernacolo locale.
       Mi ha sempre fatto sorridere questa falsità esibita e soddisfatta, che veniva (e viene) tirata fuori ogni volta che c'è qualche schifezza, grande o piccola, da coprire. Lo "schermo antifascista" usato da gente che - politicamente e umanamente - è solo un po' più reazionaria e codina di Vittorio Emanuele I, il sovrano che tornò a Moncalieri, nel 1814, esibendo orgogliosamente una parrucca incipriata tipica di chi era rimasto a prima della Rivoluzione Francese. Ecco, a Moncalieri e a Torino, all'Ancien Régime e alle nostalgie per il medesimo sono rimasti in molti, si credono "de sinistra" e sono solo un po' più reazionari di Vittorio Emanuele I e della sua corte. Ma non diteglielo, si offenderebbero a morte... "La verità" - diceva un grande filosofo sardo che a loro dovrebbe essere ben noto e pure ideologicamente molto caro (quanto meno in teoria) - "è sempre rivoluzionaria". O no?

                              Piero Visani



martedì 31 luglio 2018

Un libro per l'estate: Piero Visani, "Storia della guerra dall'antichità al Novecento"

       Non è molto elegante, per un autore, promuovere le proprie opere. Tuttavia, non potendo contare che su poche recensioni di generosi amici e su qualche presentazione pubblica, per quanto molto qualificata, e senza avere alcuna speranza di un "passaggio" televisivo, mi prendo la libertà di segnalare il mio libro Storia della guerra dall'antichità al Novecento (Oaks Editrice, Milano 2018, 195 pagine, prezzo 18 euro) come una possibile lettura vacanziera, da rilassanti momenti di riposo.
       E' un saggio, non un romanzo, dunque sicuramente induce molti a pensare che si tratti di una lettura un po' noiosa, molto "ingessata", adatta solo a specialisti e/o ad appassionati. In realtà, ho cercato di scrivere l'esatto contrario di tutto questo, per realizzare un'opera leggera, facilmente fruibile, adatta anche e soprattutto a non specialisti, ma a lettori comuni, appassionati di storia, alla ricerca di una lettura semplice ma non superficiale; leggera ma stimolante; attenta a far riflettere, ma anche a non annoiare.
       Tutti i capitoli sono brevi, pur se scritti fittamente e ricchi di note bibliografiche, ma queste ultime non interferiscono in alcun modo sullo sviluppo della trattazione, per cui possono essere tranquillamente saltate, se non interessano il lettore, senza che la sua comprensione del testo ne risenta, mentre possono essere utilizzate da quei lettori che, incuriositi da un argomento, vogliano approfondirne la conoscenza mediante la lettura di altri libri.
       Pur rendendomi conto di risultare poco credibile, devo dire che, fino ad oggi, non sono stati pochi i lettori che hanno voluto testimoniarmi la loro soddisfazione per la lettura di un testo che li ha interessati e appassionati, risultando lieve e non specialistico, facendosi leggere quasi di un fiato, così come non sono stati pochi i docenti di scuola media superiore che l'hanno consigliato come lettura estiva ai loro studenti, sapendo che non avrebbe fatto loro odiare la storia, neppure quella militare.
       Ho scritto un post che è un "marchettone", ne sono consapevole. Come d'abitudine, combatto le mie battaglie con le poche armi di cui dispongo.

                        Piero Visani