martedì 29 ottobre 2019

Il senso di un voto


L'editoriale che il professor Ernesto Galli della Loggia ha dedicato ai risultati delle elezioni regionali umbre sulle pagine del "Corriere della Sera" di oggi meriterebbe un'attenta analisi, specie a quanti - e sono incredibilmente numerosi, oltre che incredibilmente amatoriali... - pensano che il monitoraggio dell'informazione consista nel presentare ai rispettivi "capoccia", la mattina presto, le fotocopie degli articoli più rilevanti comparsi sulla stampa italiana, senza valutazione alcuna di contorno.
Questo denso articolo di fondo prende le mosse dai rapporti che è ormai necessario stabilire, a livello partitico, con l'elettorato di opinione, rapporti che sono sicuramente più importanti e urgenti in un'epoca post-ideologica, che pare possa essere diretta dalle iniziative capillari di sistemi di comunicazione ad hoc, ma ha pure bisogno di molto di più di tutto questo, perché è vero che oggi i consensi si ottengono in modo molto più facile di un tempo, ma è anche vero che sono consensi "liquidi", pronti a cambiare destinazione in fretta.
Galli della Loggia cita, al riguardo, il paradigmatico esempio della liquidità post-ideologica grillina, che ha finito per approdare, nel giro di un quinquennio, al più totale e assoluto nullismo, perché è arrivata al governo in fretta, ma poi ha cercato di risolvere il suo rapporto con il mondo nel fin troppo mitico "uno vale uno", vale a dire in una straordinaria bugia inserita dentro una colossale panzana, che ne ha mostrato la più colossale inesistenza nei rapporti con la società civile e lo "Stato profondo", e lo ha portato ad assumere come "garante" una figura tutto men che adamantina e sicuramente eterodiretta come il professor Giuseppe Conte.
Il dramma è che, a fronte di avversari politici in totale liquefazione, il Centrodestra italiano, anche nella versione Destracentro che si dice possa prevalere, ha da opporre loro il medesimo nullismo e la medesima, totale liquidità "à la" Zygmunt Bauman.
Si notano - è vero - i movimenti di posizionamento di coloro, e sono tanti, che tirano a una poltrona, una poltroncina o anche un semplice strapuntino, ma non c'è "grande politica", in tutto questo; c'è la solita e in fondo meschina "piccola politica" ispirata al semplice "cambio di glutei". Cosa potrà scaturire da tutto questo? Ovviamente NULLA, è la risposta fin troppo facile. E' una tragedia che ciò accada nel momento in cui la società italiana respinge con forza - come un "altro da sé" - l'accoppiata catto-comunista che l'ha ridotta progressivamente in povertà. Ma il problema è che gli attuali vincitori non hanno un PROGETTO per il futuro della società italiana, ammesso e non concesso che di averne uno interessi loro qualcosa. Pensano alle prossime elezioni, per vincerne una e perdere quella successiva, dopo aver fatto vedere "urbi et orbi" (anche nel senso di cecati...) quale sia la loro consistenza, politica e metapolitica. Questo è il vero dramma nazionale.

                                                                       Piero Visani



domenica 20 ottobre 2019

Recensione di Umberto Visani, "UFO: i casi perduti", Edizioni Segno, Udine 2019

       Nell'ultimo biennio, anche a causa di testimonianze provenienti da fonti assolutamente accreditate, come la Marina degli Stati Uniti, il dibattito ufologico ha conosciuto un salto qualitativo notevole, quanto meno in molti Paesi, specialmente sotto il profilo di un approccio di tipo securitario, cioè preoccupato dell'incidenza che certi fenomeni - o quello che si è visto di essi - possono avere per la sicurezza nazionale.
       Tale salto qualitativo non si è ancora ripetuto in Italia, ma questo lo si può agevolmente comprendere, dal momento che i nostri cieli sono solcati ormai da decenni solo da un altro tipo di oggetti volanti non identificati - i partiti politici - che sono sicuramente una minaccia per la nostra sicurezza individuale e collettiva, ma non vengono ancora percepiti come tali, sebbene ormai sia terribilmente tardi, per farlo.
       Proseguendo nel suo certosino lavoro di ricercatore sul tema, mio figlio Umberto ha appena pubblicato un altro libro (UFO: i casi perduti, Edizioni Segno, Udine 2019, 166 pp., prezzo 16 euro), questa volta non dedicato, come i precedenti, ai casi più eclatanti della storia ufologica, bensì a circa 25 casi minori, ma degni - a suo modo di vedere - di essere tratti fuori dal dimenticatoio per tutta una serie di aspetti specifici, ai quali, per varie ragioni, in passato non è stata riservata adeguata attenzione e sui quali pare invece opportuno soffermarsi per cogliere più in profondità le varie sfaccettature della problematica ufologica, che è molto meno monolitica e prevedibile di quanto si vorrebbe far(ci) credere.
       Con l'approccio scientifico e anodino che gli è proprio, Umberto si accosta - con grande cautela e nessun tipo di aprioristica creduloneria - a tematiche complesse, che purtroppo molto spesso vengono liquidate con una scrollata di spalle, bollando come "fideistici" determinati approcci non convenzionali e, al tempo stesso, dando prova di ritenere che l'approccio autoreferenzialmente "scientista", quello che nega tutto a priori, anche a fronte di solidi supporti probatori, non sia meno "fideista" di quelli che così impropriamente critica...
       Un libro di sicuro interesse e agevole lettura, quindi, preoccupato soltanto di suscitare interrogativi in un mondo che - bontà sua - è già riuscito a trovare a tutto risposte, con i risultati "magnifici e progressivi" che sono sotto gli occhi di tutti coloro che non vogliono chiudere deliberatamente gli occhi o li hanno già definitivamente chiusi.
       Un libro che insegna a dubitare, dunque a rompere la spessa e totalitaria coltre del "pensiero unico".

                   Piero Visani



giovedì 26 settembre 2019

Lo Stato etico. Versione 4.0

       Quando, fra il 1969 e il 1973, ero un giovane studente della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Torino, indirizzo Scienze Storiche, ero solito seguire con molta attenzione le lezioni di docenti che erano grandi nomi delle discipline storiche italiane dell'epoca: Alessandro Galante Garrone, Franco Venturi, Aldo Garosci. Tutti storici eminenti, dai quali spero di aver imparato molto a livello di metodo. La loro generale appartenenza alla Sinistra per me non era un problema: sono solito prima ascoltare e poi - se resta tempo - parlare...
       Ricordo la generale deplorazione da essi riservata allo "Stato etico" gentiliano e alle parole severe riservate ad un assetto istituzionale che comprimeva pesantemente le libertà del singolo, per sottometterle ai voleri di un Leviatano che - di fatto - incarnava ovviamente le volontà di pochi.
        Dopo il crollo del comunismo e la vittoria della democrazia liberale, non avrei mai pensato che l'approdo di quest'ultima sarebbe stato il più rigido dei totalitarismi, una nuova forma di "Stato etico" in cui ai cittadini è consentito di fare tutto ciò che è ritenuto (da altri) buono per loro. Sorge a quel punto spontanea la domanda: "Da chi è ritenuto buono?" e le risposte sfumano, diventano più confuse e incerte.
       Non puoi fare questo, perché non ti fa bene. Non puoi fare quello, perché fa male al pianeta. Non puoi usare il denaro contante perché facilita l'evasione fiscale. Non puoi usare l'auto perché inquina (ma il SUV no, chissà come mai...?), e neppure l'aereo. Dunque scopri a tue spese che il "migliore dei mondi possibili" è ciò che maggiormente somiglia a una galera o, al limite, a un riformatorio. Dunque, nel migliore dei casi, sei uno scavezzacollo, un corrigendo, uno non degno di stare al mondo perché non rispetta le regole. Chi le ha stabilite, le regole? E chi custodisce i nostri custodi? Domande retoriche e oziose: è ovviamente il "bene comune", il "bene supremo", quello su cui TUTTI sono d'accordo. Ma tutti chi, è come si è formato questo consenso? In base a quali meccanismi? In genere in base a meccanismi finto-plebiscitari, dove pochissimi decidono e gli altri si adeguano, per non rischiare la riprovazione sociale o la morte civile o - più semplicemente - per mero conformismo o totale idiozia.
       A questo tema, Dave Eggers ha dedicato un libro celeberrimo, Il cerchio (Milano 2017), ma a quanto pare, pur se tradotto anche in film, non pare aver scosso le coscienze, perché stiamo precipitando a tutta velocità nell'un tempo deploratissimo "Stato etico".
       Su questo sfondo, noto con una certa soddisfazione che almeno qualcosa di utile si sta facendo strada, vale a dire il suicidio assistito. Così, ho la certezza che, se nessuna forma di resistenza si rivelerà in grado di opporsi a questa assurda e iper-pervasiva forma di totalitarisma, potrò sempre chiedere, a questo benevolo "Grande Fratello", di concedermi il diritto alla "dolce morte", sempre che quest'ultimo non si sia preoccupato già prima - e io sono certo che lo farà - di procurarmela non appena possibile e neppure tanto dolce, se non altro perché, in base ai suoi irrinunciabili principi, ha già preso il solenne impegno di BATTERSI PER ME FINO  ALLA MORTE, LA MIA... E, in effetti, come dargli torto? Che vita è questa, in un lager non più nazista o comunista, ma infine pienamente libertario, nel migliore dei mondi possibili, dove puoi fare tutto, a condizione che non sia vietato (e, sfortunatamente, sempre più cose sono vietate...)?

                    Piero Visani





Emilio Canevari, "Guerra! Lo Stato maggiore germanico da Federico il Grande a Hitler", a cura di Piero Visani, Oaks Editrice, Milano 2019

       Lo studio della guerra è considerato un'attività alquanto "sospetta", in quest'epoca di irenismo diffuso. Come sempre accade, tuttavia, dietro le immagini tranquillizzanti si celano realtà che lo sono molto meno. E' vero, ad esempio, che la guerra classica, tradizionale, è destinata a risultare sempre meno utilizzata, dal momento che i costi che essa impone sono nettamente superiori ai vantaggi che può offrire. Ma, proprio a seguito di tale constatazione, negli ultimi decenni, a cavallo tra i due millenni, la concezione della guerra si è molto dilatata, ha assunto aspetti sempre più complessi e multiformi, ed è diventata più che mai "la continuazione della politica con altri mezzi", mezzi che a loro volta si sono fatti molto più complessi, articolati, sofisticati, confermando, oltre alla celebre massima clausewitziana testé citata, anche il meno noto ma non meno veritiero principio del grande pensatore prussiano per cui "la guerra è solcata in ogni direzione da forze morali".
       Su questo sfondo, il libro del generale Emilio Canevari - una delle più brillanti menti militari italiane del periodo tra le due guerre mondiali - di cui ho curato la prefazione a questa riedizione (Oaks Editrice, Milano 2019, 240 pagine, prezzo 20 euro), rappresenta un modo semplice ma non semplicistito per acquisire alcune nozioni fondamentali sui principi fondamentali della guerra così come sono maturati in Germania nel periodo che va da Federico il Grande a Hitler.
      Prevedibile la tentazione di considerarlo un libro per specialisti, mentre si tratta soprattutto di un sintetico compendio, scritto con notevole maestria e semplicità di linguaggio, su alcune figure fondamentali del pensiero militare germanico, analizzate in un'ottica ormai datata (quella del secondo conflitto mondiale), ma che ci consente  comunque di vedere come "i fondamentali" della guerra rimangano tali, pur se le sue forme esteriori tendono significativamente a mutare.
     Personalmente, sono convinto che la guerra accompagnerà sempre di più le nostre vite e - nelle sue forme di guerra ibrida, guerra mediatica, guerra economica e guerra informatica, per non citarne che alcune - lo sta facendo ogni giorno di più, anche se ai fautori del "pensiero unico", ovviamente irenista, fa molto comodo fare riferimento ad alcune geremiadi come le riflessioni sulla pace universale, senza peraltro specificarci: 1) che è quella che vogliono imporci a viva forza, pur se subdolamente; 2) che è una "pace eterna", nel senso che vogliono costringerci a vivere da morti e schiavi credendo - suprema  illusione! - di essere vivi e liberi.

                                   Piero Visani



martedì 3 settembre 2019

I re regnano ma non governano; i presidenti sì...

       Nelle monarchie costituzionali di durata plurisecolare, si dice che "il re regni ma non governi". Questa tradizione deve essere ormai apparsa vecchia e stucchevole ai demototalitari, quelli che sanno sempre bene che cosa ci serve, e come. Non nel senso di che cosa serve a noi, ma in quello - vagamente più limitato - di quello che serve a loro per dominarci con il sorriso sulle labbra, come è tipico di tutte le monarchie assolute (e per nulla costituzionali) del grande e felice (o quasi) mondo di SODOMIA.
       Nella monarchia liberale del Regno d'Italia (1861-1946), la prerogativa dei sovrani di casa Savoia si limitava in genere alla scelta del Ministro della Guerra, che di fatto era la longa manus del sovrano per il controllo di quanto costituiva la garanzia del suo potere, vale a dire le Forze Armate.
       In quei decenni bui, dove la repressione a carico del cittadino comune era terribile (ma non controllavano alla gente i conti correnti, forse perché erano pochi e appartenenti a un'unica casta di beati possidentes ad averli, dunque non ci sarebbe stato molto da rubare, e quasi tutto in casa...), il sovrano poteva dire la sua su un solo dicastero.
      Nella "felicissima" Italia repubblicana, a parte la Chiquita (che conta tantissimo, come sapete, vista la natura della Repubblica) e il fatto che l'aborrita monarchia è stata abolita, i retaggi del potere assoluto, a parte qualche parentela controversa e non riconosciuta, non ci sono più e il presidente - repubblicanissimo e democraticissimo - arroga a sé, al più, il diritto di nomina di quattro dicasteri (Difesa, Esteri e altri due economico-finanziari): insomma, vince per 4 a 1.
      E noi - incapaci di essere tra quelli che "dicono no" (altrimenti Vasco Rossi si adira e ci fa causa) - perdiamo ogni fiducia nel "migliore dei mondi possibili" e davvero ci sentiremmo presi per le terga se per caso ci assalisse il desiderio (ma non accade, non può davvero accadere, stante la situazione) di cantare "Liberi, liberi". In effetti, una cosa è essere presi per le terga dagli apologeti delle SODOMIE di massa, un'altra è credervi... Meglio tacere, quindi. Che la farsa (democratica) continui!!

                                                      Piero Visani 



giovedì 29 agosto 2019

La guerra Zulù (1879) - Minibibliografia iniziale

In lingua italiana:

KNIGHT, Ian e CASTLE, Ian, La guerra Zulù 1879. Il tramonto di una nazione guerriera, trad. it., Osprey Publishing - Edizioni del Prado, Madrid 1998.

KNIGHT, Ian, Rorke's Drift 1879. Come topi in trappola, trad. it., Osprey Publishing - Edizioni del Prado, Madrid 1999.


In lingua inglese:

DAVID, Saul, Zulu. The Heroism and Tragedy of the Zulu War of 1879, Penguin Books, London 2005.

KNIGHT, Ian, Rorke's Drift 1879. 'Pinned like rats in a hole, Osprey Publishing, London 1996.

KNIGHT, Ian, Isandlwana 1879. The great Zulu victory, Osprey Publishing, Oxford 2002.

KNIGHT, Ian, Zulu Rising. The epic story of Isandlwana and Rorke's Drift, Pan Books, London 2011.

RABY, Paul, Zulu. The Truth Behind the Film, York Publishing Services, York 2009.


                                                       Piero Visani









mercoledì 28 agosto 2019

Consigli di lettura

       E' un volume molto corposo (1.030 pagine), ma esistono anche sintesi del medesimo atte a venire incontro alle capacità intellettuali medie dell'universo politico di centrodestra (e non solo...). Inoltre è concepito pure in forma schematica, utile dunque ad essere "bignamizzato" da qualche soggetto di buona volontà...
        Sto parlando del ponderoso saggio di Hervé Coutau-Bégarie, Traité de stratégie, Economica, 3a edizione, Parigi, 1999. Il costo è notevole, ma, facendo un leasing o attingendo a fondi neri...
        La lettura, per quanto complessa, è molto utile onde evitare di fare errori "bestiali" e insegna pure una serie di metodi onde evitare di basarsi sull'improvvisazione o sulle tattiche di corto e cortissimo respiro, che spesso inducono a commettere errori madornali e a regalare l'iniziativa al nemico.
          Dal momento che leggo molto spesso, di recente, che i colti raramente sono intelligenti, posso certamente sostenere che, i non colti, magari sono intelligentissimi, ma il vero, grande problema, per costoro, è comprendere davvero - sempre e comunque - de qua agitur. E molto raramente accade...

                        Piero Visani





martedì 27 agosto 2019

Maurassiana

       Il "Paese reale" non è il "Paese legale", ma - soprattutto - nemmeno viceversa. Una delle peculiarità più evidenti della democrazia totalitaria è che, ad onta dei proclami, dei programmi e di mille altre facezie NON a costo zero, i rappresentanti contano molto, moltissimo, e i rappresentati contano nulla. Da ciò deriva la totale, assoluta, completa inutilità di votare e tanto più di votare gente che, nel peggiore dei casi, farà tutto e il contrario di tutto, con sovrana disinvoltura, e, nel migliore, non farà niente perché non saprà da che parte cominciare o comincerà la guerra precedente perché nulla conosce (e capisce) di quelle future.
       Questo l'aureo risultato di affidarsi ai "capitani" e alle "bestie" che li consigliano.

                             Piero Visani



lunedì 26 agosto 2019

Letture clausewitziane

       Invecchiando, mi è presa un'ansia di leggere di tutto e di più, prima che sia troppo tardi... In questo periodo sono in fase clausewitziana, che nel mio caso è di riletture. Per prima cosa, il fondamentale saggio di Raymond Aron, Penser la guerre, Gallimard, Parigi, 1976, 2 voll.
       Per seconda cosa, il godibilissimo studio di Gian Enrico Rusconi, Clausewitz, il prussiano. La politica della guerra nell'equilibrio europeo, Einaudi, Torino, 1999, che compie il non facile tentativo di inserire l'evoluzione dottrinale del grande pensatore prussiano all'interno del tempo in cui visse e delle problematiche che lo caratterizzarono. Il libro di Rusconi, per di più, è scritto in uno stile piano e leggibile, che ne facilita grandemente la comprensione, oltre ad essere documentatissimo.

                            Piero Visani



giovedì 15 agosto 2019

Accostamenti (a mio giudizio) impropri

        Mai come quest'anno l'anniversario della nascita di Napoleone Buonaparte - Ajaccio (Corsica), 15 agosto 1769 - è stato oggetto di commemorazioni e accostamenti con il populismo europeo. Nulla di illegittimo, ovviamente, a parte le consuete geremiadi sul populismo, il "valore" della democrazia e via banalizzando, anche perché - se oggi non reciti la koiné del pensiero unico dominante - non pubblichi.
       Scarse e modeste, in genere, le riflessioni sulla natura del fenomeno e pressoché inesistenti le considerazioni sulla personalità, il carattere, la non modesta cultura, il decisionismo e il senso della velocità del Grande Corso, uomo che i suoi soldati avevano soprannominato "le petit caporal", ma che - in ordine rigorosamente gerarchico - valeva infinitamente di più di "capitani", "colonnelli", "generali" e "marescialli", di oggi e di sempre...
       Perché, alla fine, quello che conta davvero sono le singole individualità, sono queste ultime che fanno la Storia, e tanto sono più grandi e più hanno voglia di rischiare, tanto più riescono a plasmarla.
      E' vero, Napoleone non era immune da difetti anche grandi, ma era una personalità gigantesca, che chiunque lo avesse conosciuto, anche i suoi più acerrimi nemici, non poteva non notare. Aveva saputo rivoluzionare l'arte della guerra sulla base di un principio modernissimo, quello di essere sempre più veloci degli altri (perché la velocità resta sempre la più indiscutibile essenza della modernità), e aveva saputo rivoluzionare la politica, fungendo da straordinario acceleratore della Storia.
      Gli accostamenti con i modesti figuranti cui oggi vengono attribuiti gradi da ufficialità inferiore (il loro giusto posizionamento gerarchico, peraltro), talvolta dotati di qualche modesta capacità tattica ma del tutto privi di visioni strategiche di largo respiro, sono impropri al punto da consentire serenamente il ricorso all'appellativo che l'Imperatore era solito usare ad abundantiam con tutti coloro che disprezzava (ed erano legioni...) e che proferiva come un intercalare nell'amata lingua italiana delle sue origini: "Coglione, coglione!!".

                         Piero Visani






lunedì 29 luglio 2019

L'importanza di una "photo opportunity"

      Milano, 17 febbraio 2003, viale Jenner. Abu Omar, imam della moschea sita nel medesimo viale, viene avvicinato da un furgone bianco e fatto oggetto di una extraordinary rendition, vale a dire di un prelievo manu militari di un soggetto sospettato di terrorismo.
       La "brillante" azione avviene con rapidità e il sequestrato viene trasportato alla base militare di Aviano e da lì trasferito in Egitto, un Paese dove la tortura non è reato.
      Le indagini della procura milanese fanno maturare il convincimento che la "brillante" azione antiterroristica sia frutto di una collaborazione tra il servizio segreto italiano (all'epoca il Sismi) e la CIA. Cospicuo il numero dei soggetti impiegati dai due servizi nell'azione. Se ci sono fotografie o filmati della medesima, non ne arriva ai giornali alcuna: chissà come mai...? Quanto alle telecamere presenti nell'area (non poche, si può ipotizzare, perché una moschea guidata da un presunto terrorista è sicuramente oggetto di un attento controllo), non vedono o non riescono a vedere alcunché, probabilmente colpite da un virus informatico noto come "difesa della cristianità (e/o dell'Occidente  e/o di entrambi) dalla minaccia islamica".
      La vicenda si dipana per circa un decennio, con incriminazione di agenti segreti italiani e statunitensi, ma tutto finisce ovviamente nel nulla, con assoluzioni e tempestive "grazie presidenziali".
      Nessuna foto è mai trapelata sull'istruttiva vicenda, a dimostrazione che, quando si vuole essere "seri e professionali", anche in Italia si riesce, magari sotto la regia degli esperti agenti di Langley (Virginia).
      Per contro, la fotografia del cittadino statunitense arrestato a Roma è uscita subito e il sospettato era trattato in modo da poter far alzare altissimi lai contro la violazione del diritto nazionale e internazionale. Magari il giovane americano sarà processato, ma ha subito torture gravi, ergo si può persino dubitare che arrivi a processo. E, nel caso ci dovesse mai arrivare, interverrà sicuramente il Dipartimento di Stato, come fece Hillary Clinton per Amanda Knox.
       Il problema degli Stati clienti, come l'Italia, è la loro mancanza assoluta di sovranità e - se non c'è l'"ingenuone" che fa una foto a un sospettato grazie alla quale il sospettato stesso si avvia a diventare un torturato innocente - ci può essere il "furbetto" che gliela fa sapendo benissimo a chi può servire, e come, magari capitalizzando sulla tensione del momento e sul fatto che qualcuno, tra gli inquirenti, si può essere fatto prendere la mano, riscoprendo antiche vocazioni iper-repressive.
       In ogni caso, la posizione del cittadino americano ne esce parecchio alleggerita, nell'immediato e soprattutto in prospettiva. Potenza del diritto, nazionale e internazionale. Una potenza che riesce a correggere tutti gli errori umani, a meno che a te - tapino - non sia toccata la sanzione, inappellabile, del Diritto più forte di tutti: il diritto di morire...! Anche quello è un diritto, dopo tutto, applicato con crescente impegno nei Paesi di più antica tradizione giuridica... Dai, cittadino, vedi di trovarti come minimo una scorta e di leggere attentamente i dati sulla diminuzione dei reati. Non farti condizionare da un accoltellamento andato a buon fine. Abbi fede!

                         Piero Visani








venerdì 12 luglio 2019

Delegittimate, delegittimate, qualcosa resterà...

       Una delle peculiarità della guerra ibrida attualmente in corso è l'attenzione assurda che viene prestata ai suoi contenuti fattuali: nel caso della delegazione leghista a Mosca, nell'ottobre scorso, che cosa essa avrebbe tentato di fare.
       Un approccio del genere non ha alcun significato e tanto meno alcun valore in un contesto di componente mediatica di una "guerra ibrida": ciò che interessa, infatti, non è quello che è accaduto (andare in giro a battere cassa lo fanno tutti i partiti e ci sono illustri precedenti al riguardo...), ma come la presentazione e la rappresentazione di determinate notizie possono condizionare l'agenda setting quotidiano dei media, vale a dire la notiziabilità o meno di quanto viene raccontato (e qui si innesta una formidabile componente di storytelling) al grande pubblico.
       Della notizia in sé, complessivamente alquanto irrilevante, non interessa ad alcuno, ma interessa moltissimo come essa possa essere strumentalizzata e a quali fini.
       Mi viene perciò molto da sorridere quando leggo contestazioni del tipo: "a battere cassa a Mosca ci andava anche il Pci". Certo, verissimo, lo faceva con assoluta costanza e continuità, ma in uno scenario politico-strategico assai diverso dall'attuale e dove le intercettazioni erano assai meno agevoli di quelle attuali, anche perché il mondo era rigidamente diviso in blocchi, non era multipolare come adesso e, all'interno di quella bipolarità, non era in atto una "guerra di tutti contro tutti", che va al di là degli schieramenti, si estende all'interno dei partiti, coinvolge interessi pubblici e altri privatissimi. Senza contare che il Pci dell'epoca poteva contare su un formidabile apparato metapolitico, riempito anche di persone colte e molto capaci, non di media strategist della Val Brembana (con tutto il rispetto per la medesima: la Valle, non la strategy...).
       In definitiva, il primo compito di questo conflitto ibrido/mediatico è l'assoluta delegittimazione dell'avversario e - ancor più - la volontà di sottrargli qualsiasi tipo di iniziativa politico-mediatica, costringendolo COSTANTEMENTE SULLA DIFENSIVA per mezzo di una serie di attacchi che possono anche essere semplici punture di spillo, ma sono costanti e ininterrotti, E LO OBBLIGANO A REAGIRE SEMPRE,  AD AGIRE MAI.
       Non mi sembra che tutto ciò sia nitidamente percepito. Vedo in azione, piuttosto, culture della politica e del conflitto assolutamente primitive, incapaci di cogliere la grande (e grandiosa...) COMPLESSITA' DELLA REALTA' ATTUALE E MENO ANCORA CAPACI DI COMPRENDERE CHE OGGI IL REALE E' UNA DELLE DIMENSIONI MENO IMPORTANTI DEL VIRTUALE.
        SENZA QUESTA ACQUISIZIONE FONDAMENTALE, NELLA GUERRA IBRIDO-MEDIATICA NON SI VA DA ALCUNA PARTE, ma si fa il "punching ball" dell'avversario o, al massimo, gli si fa da "sparring partner", cioè - per parafrasare Paolo Conte (non Giuseppe...) - si diventa al massimo "dei macachi senza storia". Come si finisce per dimostrare ampiamente...

                                      Piero Visani







              

martedì 9 luglio 2019

Pubblicizzate, pubblicizzate, qualcosa si venderà...

       Ogni volta che pubblicizzo il mio libro "Storia della guerra dall'antichità al Novecento" (Oaks Editrice, Milano 2018, 195 pagine, prezzo scontato sui 15 euro), riesco a venderne qualche copia e a risalire nella classifica Amazon di settore (oggi al 55° posto, dopo aver toccato come massimo il 12°). Dovrei tenerne maggiormente conto, ma sono troppo impegnato e forse troppo snob per farlo davvero.
       Ho fatto pochissime presentazioni del libro stesso, anche perché uno dei miei sport preferiti è andare a dire ciò che gli interlocutori NON vogliono sentire (e sapete, no, di quale "pasta" è fatto un intellettuale organico, per cui, pur venendo dalle isole Galapagos, preferirei tenermi lontano da quel tipo di deiezione), però il libro non è andato malissimo, per cui qualche virtù forse poteva averla.
        Ora mi mancano tre capitoli per finire Storia della guerra nel XX secolo, ma ho pochissimo tempo per dedicarmici, visto che ho un autentico terrore dei redditi di cittadinanza e degli stipendi da clientela, e ho pure un altro libro da fare. Ma ho sempre vissuto egregiamente di espedienti, anche perché mi andava di testimoniare di persona la mia assoluta alterità, per cui non solo ce la farò, ma pure rispettando alla lettera i tempi. Insomma, in interiore homine habitat veritas e - lasciatemelo dire - una citazione di Sant'Agostino credo che, fatta da me, per molti sia assolutamente inattesa.

                      Piero Visani




                              

giovedì 4 luglio 2019

Una buona operazione di "guerra ibrida"

       Quando si è oggetto di una buona operazione di "guerra ibrida" - come è stato il caso del governo italiano nella vicenda della nave "Seawatch" e della capitano Rakete - ha poco senso e ancora minore utilità lasciarsi andare a esplosioni di collera o all'invocazione di provvedimenti impossibili, come l'espulsione. Sarebbe decisamente preferibile, semmai, analizzare a fondo l'operazione dall'inizio alla fine, individuarne le regolarità e le specificità, e prepararsi ad affrontarne altre, che certo non mancheranno.
      La "guerra ibrida" (hybrid warfare) è un sistema complesso, ricco di sfumature, le cui componenti travalicano nei campi più diversi. Per fronteggiarla in modo adeguato, non serve arrabbiarsi, ma serve analizzarne ogni singolo aspetto, per sviscerarlo nei dettagli, scomporlo e predisporre le adeguate contromisure. Se tutto questo non verrà fatto (e temiamo che non lo sarà...), le operazioni di "guerra ibrida" di cui sarà oggetto l'attuale esecutivo diventeranno sempre più complesse, visto che si tratta di un versante su cui è scoperto e vulnerabilissimo (anche per la nota predisposizione di gran parte del centrodestra italiano all'analisi e allo studio...).

La preparazione
       Questa fase si è svolta a vari livelli. Non abbiamo qui lo spazio per trattarne in dettaglio, ma è chiaro che occorre disporre della materia prima (i migranti), della possibilità di raccoglierli e caricarli a bordo di una nave dedita al traffico umanitario (chiediamo scusa se questo tipo di linguaggio urta le "anime belle", ma chi scrive si occupa di guerre e varie forme di conflittualità, dunque è solito chiamare le cose con il loro nome; con lui, i giochetti mediatici sono un pochino più difficili...) e di attendere il segnale del momento più opportuno per l'avvio dell'operazione.

La realizzazione
       Quando questo segnale c'è stato, una prima fase ha richiesto di protrarre la vicenda il più a lungo possibile, per caricarla di contenuti "umanitari"; poi, quando la misura è parsa colma, si è passati alla fase 2, vale a dire il forzamento di un porto. E' ovvio che, in molte parti del mondo, il tentativo di forzare un porto da parte di una nave straniera sarebbe finito malissimo e con possibile spargimento di sangue, ma - si sa - Italians do it better, per cui - da noi - alti lai, geremiadi, banalità e naturalmente nessun gesto concreto, non sia mai...

Le componenti collaterali
       In un'operazione di "guerra ibrida", le componenti collaterali sono più importanti di quelle principali: dunque preliminare ripulitura di eventuali dati relativi al comandante presenti sui social, in modo da rendere difficile ricostruirne identità e pregressi; attivazione di tutti i supporti politici, culturali e mediatici a proprio favore che fosse stato possibile individuare. Riservato a sé (Seawatch e Rakete) il ruolo di hostes (in senso schmittiano, "nemici esterni") del governo italiano, individuare, tra le file italiane, coloro i quali potessero fungere da eventuali inimici (cioè "nemici interni", sempre in senso schmittiano) dell'attuale esecutivo, vale a dire tutti coloro che, in un modo o nell'altro (politici, magistrati, giornalisti, etc.) potessero fungere da casse di risonanza e moltiplicatori di forza dell'operazione in corso, operando dall'interno e non dall'esterno.

L'operazione è andata bene e si è conclusa meglio per chi l'ha avviata, e la reazione, al di là delle rodomontate da bar del ministro dell'Interno (che paiono il suo riferimento culturale più elevato), segna un innegabile successo per chi sa usare - bene - la "guerra ibrida" per fare politica. Se non si reagisce a quel preciso livello, la guerra è già persa in partenza.
        Nell'area mediterranea, specialisti di "guerra ibrida" non schierati sul fronte mainstream sono gli Hezbollah libanesi, formazione politico-militar-culturale assai rispettata dai propri nemici, che infatti lanciano contro di essi un assai minor numero di attacchi di quanto non facciano contro il ministro dell'Interno italiano, il quale - a conferma della sua assoluta chiarezza di idee - è solito definire gli Hezbollah "terroristi"...

                            Piero Visani





venerdì 28 giugno 2019

Quanto sono "buoni", i "buoni"!

      Fin da bambino, infilato d'autorità (familiare) in quel corso accelerato di apprendimento dell'orrore che è l'educazione cattolica, avevo compreso nitidamente che, in un mondo in cui già mi stavano sulle scatole in tanti (poi sono diventati tantissimi...), quelli che "volevano il mio bene", "stavano lavorando per me" e volevano "migliorare la mia formazione", non solo erano i peggiori nemici che potessi avere, ma erano anche coloro che erano animati da intenzioni diametralmente opposte a quelle conclamate. Già fin da bambino, dunque, mi piacevano soprattutto quelli che non stavano a menarla tanto con le parole, oppure non usavano le belle parole per coprire la nefandezza dei loro fatti. Al limite, si limitavano a farli...
      Da allora, quella diffidenza non mi ha mai abbandonato e preferisco i vizi privati e quelli pubblici alle pubbliche virtù accompagnate da indicibili vizi privati e da un forte senso di interesse privato in atti pubblici.
       So fin troppo bene che il "buonismo" (non la bontà, ovviamente, ma quella non viene mai esibita...) serve a coprire fior di schifezze e me ne sono fatta una ragione. So bene che la gente, in media, non la pensa come me e ne prendo atto. A me basta tutelare le mie e quelle della mia famiglia, di terga; il salvataggio del genere umano lo lascio volentieri ai "buoni" e "disinteressati". Sono molto stimati, costoro, come dimostra il caso di Reggio Emilia, ed è giusto che sia così, no...?

                          Piero Visani



"Se ci sei, spara un colpo!" (almeno uno...)

     Quando un avvocato milanese "dolce come il miele" cominciò ad occuparsi di una determinata vicenda, venne adeguatamente avvertito che non si trattava tanto di occuparsi di una sacra "Sìndone", quanto di una ancora più sacra "Sindòne" e che prestare soverchia attenzione a tale "sacro lino" avrebbe potuto procurare a lui un "sudario".
       L'avvocato "dolce come il miele" non si curò degli avvertimenti, proseguì imperterrito per la sua strada e - poiché, come aveva notato un noto politico vaticano dell'epoca, un po' "se l'era cercata" - alla fine, anzi abbastanza rapidamente, "la trovò" e venne abbattuto a pistolettate sotto casa, nello scalpore generale, come sempre spentosi con la stessa rapidità con cui si era acceso, fino a che il detentore della sacra "Sindòne" non decise di leggere (forse inavvertitamente...) il libro di Piero Chiara "Venga a prendere un caffè da noi"...
      Scrivo questo per notare come la capacità di comminare pene anche capitali da parte del primo potere italico (innominabile ma fin troppo noto) sia decisamente superiore a quella del potere statale, come possono testimoniare il generale Dalla Chiesa, i giudici Falcone e Borsellino, e una lunga catena di "condannati ed eseguiti" talmente lunga da includere anche regolamenti di conti interni (capite a me...).
      Il potere statale, al di là di casi come quelli di Cucchi, Uva e non pochi altri, a parte ovviamente i suicidi per fisco (ma quelle sono pene capitali indotte...), non pare altrettanto determinato nelle sue sanzioni e si fa spaventare persino da una capitana Rakete (che in tedesco vuol dire "razzo, missile"). Spaventato al punto da non riuscire nemmeno a sparare una raffica di avvertimento - ovviamente puntata contro nulla e nessuno - così da poter autorizzare a far dire, dal mondo esterno: "Se ci sei, spara un colpo!". Ma non c'è, ovviamente...

                      Piero Visani





Tu chiamale se vuoi... oscillazioni

      Nei sistemi capitalistici (e non solo in essi, per la verità) la vita umana è merce: in genere merce di scambio, il più delle volte merce deteriorabile. Lo hanno dimostrato ad abundantiam i commenti di Confindustria sulle dichiarazioni del vicepremier Luigi Di Maio e sulle oscillazioni in Borsa del titolo Atlantia.
      Ci sono state, è vero, altre oscillazioni legate all'universo Atlantia, di cui una, accaduta intorno alle 11.40 del 14 agosto scorso, sul ponte Morandi di Genova, era costata la vita a 43 persone. Ma - com'è noto - nella nostra espressione geografica "chi muore giace" (e non è neppure merce deteriorabile, è proprio merce irreparabilmente deteriorata), mentre "chi vive si dà pace". E riprende a pontificare (e sono ponti che fa meglio di altri, invero...), perché il senso dell'opportunità e quello - che in teoria dovrebbe essere molto più forte - della vergogna non abitano più qui o, forse, non ci hanno mai abitato...

                            Piero Visani





Ma dove vanno i marinai?

     Era questo il titolo della canzone forse più gradita al pubblico dell'album "Banana Republic" di Lucio Dalla e Francesco De Gregori.
      Per restare dentro (o fuori...?) di metafora, ci si potrebbe chiedere, in qualsiasi altro Paese al mondo che non sia Cialtronia, che cosa succederebbe ad una nave che tentasse di forzare l'ingresso in un porto straniero. Per non citarne che tre, direi Stati Uniti, Federazione Russa, Repubblica Popolare Cinese.
       Da noi non è successo nulla di tutto questo, neppure una salva di avvertimento, e anzi una sottoscrizione popolare per fare un po' di crowdfunding in favore di una ricca ONG straniera. 
       Cialtronia conferma di essere quello che è da sempre, una malriuscita espressione geografica, dove si parla molto e si combina poco o nulla, e dove l'attività più praticata è lo scaricabarile. Sono cose che ci piacciono molto, sono consustanziali al carattere nazionale. Nessuno di noi ama ammettere che la politica è "sangue e merda": il primo ci fa paura, però della seconda siamo talmente ricchi da risultare forse tra i primi esportatori al mondo. Quanto alla cialtroneria, lì siamo leader incontrastati e inarrivabili.

                      Piero Visani





sabato 1 giugno 2019

Banana Republic

     Tra "Peace & Love", parate "militari" (?) dedicate all'integrazione, difesa "fino all'estremo sacrificio" delle pensioni d'oro, "Be cool and join the Navy", photo opportunities con bambini, etc. etc., ogni anno l'Italia conferma di essere il Paese in cui FUNZIONE e FINZIONE militare si sovrappongono alla perfezione fino a confondersi del tutto, al punto che uno non sa se vergognarsi dei "pacifisti in servizio permanente effettivo" (autentica piaga culturale nazionale del secondo dopoguerra) o di sorridere di coloro che non si sono accorti di averli serviti, in atteggiamento di totale "proskunesis", se non quando la minaccia si è rivolta direttamente contro le loro beneamate (e non basse) pensioni...
       Ancora più sorridere mi fanno dichiarazioni del tipo "chi non vuole avere un esercito, finirà per averne uno straniero", perché noi l'abbiamo già, saldamente insediato in territorio nazionale e ben noto - chi li conosce lo sa... - per l' "elevatissima" considerazione che nutre per l'Italian Army, espressione in genere accompagnata da una smorfia eloquente...
      A me Dalla e De Gregori di "Banana Republic" sono sempre piaciuti, ma so che altri, all'interno del mondo funzione/finzione, prediligevano "Go West" o "YMCA" (acronimo di Young Men Christian Association, forse con un neppure tanto mascherato riferimento alla Comunità di Sant'Egidio...?) dei "Village People", band statunitense assai nota per il suo trasudante machismo...

                             Piero Visani 



martedì 28 maggio 2019

Alto e basso

     Da vari profili di stampa, compreso quello del "Corriere della Sera" di oggi, emerge il fatto che il nuovo, giovanissimo leader del Rassemblement National francese, il ventitreenne Jordan Bardella, ha le idee chiare non solo su chi sia il nemico principale, ma anche su come combatterlo. Resto della mia idea - sicuramente non gradita a tutti - che siamo nel bel mezzo di una nuova lotta di classe.
       Bardella, di origini italiane, ha avuto il dubbio privilegio di vivere sulla propria pelle le colossali ingestioni di sofferenza, frustrazione e guano che le classi popolari sono costrette a praticare nella democrazia totalitaria odierna, e ciò gli ha fatto comprendere lucidamente dove non guardare per non ritrovarsele tutte sulla schiena: non a sinistra, non in alto, non tra le élites del finto umanitarismo e del fintissimo egalitarismo e dei diritti civili (loro...), ma in basso, verso il popolo, verso tutti coloro che non arrivano alla fine del mese per mantenere affamatori, tassatori (degli altri, ovviamente...), speculatori, finanzieri, etc. Tutti coloro che hanno rovinato le nostre vite per rendere più piacevoli le loro.
      Credo che le esperienze individuali più negative siano fondamentali nell'individuazione del nemico, perché chi trasforma le nostre vite in inferni laici NON E' UN AVVERSARIO POLITICO, E' UN NEMICO, cui guardare ovviamente con aristocratico distacco, ma non dimenticandone mai la natura perniciosissima e sicuramente distruttiva.
      Non sto lodando Bardella e tanto meno il suo partito. Dico che, almeno lui, parte da buone basi, dal valore fondamentale dell'esperienza...

                            Piero Visani



L'identità

       Bellissimo giudizio di Mario Sconcerti sul "Corriere della Sera" di oggi: la valutazione più chiara sull'operato di Allegri viene, più che dalle sue vittorie nelle "Coppe del nonno", dal fatto che la Juventus stia cercando un allenatore che ne rappresenti - per l'attenzione al gioco, alla corsa, all'intensità, all'impegno totale e continuo - la perfetta antitesi. A volte i fatti dicono molto più della diplomazia delle parole. Perché da vincere non ci sono i campionati "parrocchiali" (nell'accezione britannica del termine...), ma le sfide vere, quelle continentali e intercontinentali.

                         Piero Visani





lunedì 27 maggio 2019

Scenari

       Grande assente dell'ennesimo - e fastidioso - "ludo cartaceo": che fare del futuro di un "gigante economico, nano politico e verme militare"? L'unico problema dell'Europa odierna paiono essere i muri ai confini e l'ambiente à la Greta, più ovviamente la conservazione dell'esistente da parte di chi ha ancora i denari per poterselo godere e di chi ha un'età anagrafica per cui "la sua sicura sorte sarà certo la morte", per cui conservare è preferibile a marcire...
       Silenzio assoluto, per contro, sui problemi strategici, geopolitici, politici e di "massa critica" di un continente uscito ormai fuori dalla Storia e da tutto, che ambisce solo ad una serena pensione (per chi ancora l'avrà) e a una sempiterna vacanza, nel significato originale latino di "assenza", magari per fare un po' a botte in qualche località pseudo-trendy, ma al massimo in risse da strada, l'unico livello di conflittualità etilico-"pasticchico" che ancora conosca. Finis Europae.

                    Piero Visani






sabato 25 maggio 2019

(Anche) oggi un dio non ho...

       Circa un anno fa - molto imprudentemente - ho scritto che alle prossime elezioni europee avrei votato, rompendo un astensionismo personale ormai venticinquennale, per compiere una fondamentale scelta di campo. Nella mia ingenuità, non pensavo che mi sarei ritrovato nel campo dell'integralismo cristiano più becero, costretto a interpretare il ruolo - per me francamente ributtante - di Defensor fidei.
       Così, visto che fortunatamente ho molto da lavorare, passerò la mia domenica senza farmi tentare da distrazioni "cartacee", mantenendomi saldo nel mio "passaggio al bosco".
       Nella democrazia totalitaria moderna, non è che hai grandi margini di scelta. Tuttavia, consapevole del fatto che uno dei caratteri fondamentali della modernità è l'accelerazione temporale, il mio autentico terrore è di essere un diciannovista sansepolcrista che si ritrova, prima ancora di essere andato al governo, nel 1929 e nell'Italia del Concordato, dalla quale, peraltro, a me pare che non siamo mai usciti. Così, in tutta tranquillità, ho riflettuto sul fatto che (anche) "oggi un dio non ho" e che certi compagni di viaggio purtroppo te li ritrovi nelle terga, ma altri puoi ancora sceglierteli. Per cui vado a rileggermi Filippo Tommaso Marinetti e tanta altra splendida letteratura alternativa all'Italia e all'Europa dei rosari... Ho sempre amato il "passaggio al bosco"; quello al chiostro lo gradisco molto ma molto meno...

                         Piero Visani




martedì 21 maggio 2019

Sovranismo... amatoriale

      L' "incidente stradale" in cui perse la vita Joerg Haider non è stato un "messaggio" sufficientemente forte per i "sovranisti" austriaci della FPO, con in testa il vice-cancelliere Heinz-Christian Strache. Il "monito", all'epoca, era stato chiaro, ma il dilettantismo sovranista è ormai una costante in varie parti d'Europa.
       Abituati a giocare con le paure della gente, ma del tutto privi di un qualche senso del conflitto e/o del tragico, i due massimi dirigenti di quel partito si sono fatti "pizzicare" mentre, nel 2017 (!), facevano affari non necessariamente adamantini e tanto meno "sovranisti" (visto che avrebbero potuto danneggiare, in una certa misura, gli interessi nazionali) con una presunta (molto presunta...) ereditiera russa in una villa di Ibiza evidentemente affittata ma non "bonificata" da possibili, indebite presenze.
       Trovo divertente questo agire da "turisti per caso", alla disinvolta ricerca estiva di affari non propriamente adamantini e - chissà - magari anche di meretrici, nel caso fosse auspicabilmente possibile prendere "due piccioni con una fava"...
       Qualcuno - inspiegabilmente - continua a "parcheggiarsi" nella vita privo di senso dell'opportunità, di senso del tragico, della consapevolezza di avere nemici anche potenti, nella falsa convinzione di poter evitare tutto, con una trascuratezza che dovrebbe stupire, in politici navigati. Per contro, chi li vuole colpire registra, filma, prepara dossier e poi li tira fuori al momento più opportuno, con conseguenze disastrose per i diretti interessati.
       Non importa, nel caso di specie, chi abbia voluto colpire questi "sovranisti per caso". Stupisce il loro stare al mondo come politicanti di quarta serie, per nulla consapevoli del gigantesco scontro in atto, pronti a barattare un'idea (ammesso e per nulla concesso che ne abbiano una...) "per un po' di milioni" e per un po' di sesso (neppure garantito, a priori).
       Trovo preoccupanti lo squallore e la modestia del tutto, ma questa è la politica in Europa, oggi, e questo è il sintomo più grave di una fuoriuscita definitiva dalla Storia. Sovranisti o meno, sono tutti politicanti da strapazzo.

                             Piero Visani



giovedì 9 maggio 2019

"Gaudeamus igitur, Juven[tus] dum sumus"

       Non so che cosa sia successo, non so se la decisione sia definitiva. So che vedo le partite della Juventus da 5 anni e soffro, soffro sempre di più. Vedo la Champions League, l'Europa League, i Mondiali, gli Europei. Dunque sono un appassionato.
       Non ne capisco niente di calcio - diranno giustamente gli addetti ai lavori - però mi permetto di sottolineare che alcuni tra i più grandi allenatori della storia di questo sport NON hanno fatto il calciatore prima di sedersi su una panchina.
       Mi sono sempre chiesto, vedendo giocare la Juventus, come mai un certo signore ci fosse rimasto così a lungo: vinceva - è vero - ma come? Io non condivido il pensiero juventino/bonipertiano che "vincere sia l'unica cosa che conti". Tutt'altro. Penso che giocare bene, possibilmente molto bene, sia decisamente preferibile e conduca a vittorie vere, durature, non sul campo del Frosinone (con tutto il rispetto per il Frosinone e i suoi tifosi) o del Chievo (stesso discorso).
       In Europa, la Juventus di Allegri ha sempre sofferto, oltre che di cronica carenza di gioco, di mancanza di intensità, di corsa, di "garra", di partecipazione emotiva all'evento. Tant'è vero che, quando nel luglio scorso venne acquistato Cristiano Ronaldo, dissi a mio figlio - che ne è testimone - che "se il presidente Agnelli pensa di vincere la Champions League con CR7, ma tenendo Allegri, si sbaglia di grosso".
       E' facile essere facili profeti. Allegri ne aveva già perse due, di Champions League, aggiungendo allori alla lunga lista di insuccessi europei della Juventus, proprio perché - nel momento in cui, grazie alla presidenza di Andrea Agnelli, la squadra si dava consistenza economica, fatturati, marchi e ambizioni da squadra europea/mondiale di primissimo rango - si teneva un allenatore modestissimo, speculativo, privo di un'idea di gioco che non fosse qualche invenzione estemporanea e saltuaria, utile magari a vincere qualche partita o il campionato italiano, ma nulla più. Un allenatore che non pareva (e non pare) essersi reso conto che il calcio è cambiato, che non è un gioco semplice ma un gioco terribilmente tattico, e dove l'acquisizione costante di automatismi serve a fare tutto più in fretta e con meno errori.
       Le due splendide semifinali di Champions League di ieri e l'altro ieri, giocate con un'intensità formidabile da tutte le squadre coinvolte (fatta probabilmente eccezione per il Barcellona) dimostrano che nel calcio europeo si è da tempo aperta un'altra era e che, per esserne all'altezza, occorrano allenatori con idee meno datate e - come minimo - con almeno UNA idea di gioco.
       Se - come pare, anche se non è ancora certo - Allegri se ne andrà, si chiuderà una parentesi di brutture, utili per chi si contenta di scudetti e Coppe Italia, mentre ben altri sono i trofei da conquistare oggi e nel calcio del futuro. Serve qualcuno che conosca, ami e respiri l'aria totale e totalizzante della modernità, con i suoi ritmi intensissimi, i suoi allenamenti prolungati, i suoi schemi collaudati. Poi, certo, la palla può entrare o meno - come dicono i fautori del tradizionalismo calcistico, sempre ignorante, autoreferenziale e soddisfatto di sé, come lo sono sempre tutti gli stolti -. Ma il futuro ha bisogno di ben altro, ha bisogno di ossessioni, esasperazioni e tanta, tantissima "garra".

                          Piero Visani





mercoledì 8 maggio 2019

L'alieno (contento di esserlo)

       Sono nato ad Aosta nel 1950, da padre romagnolo e madre valdostana. Sono venuto a Torino a inizio 1956 e vi ho fatto tutto il mio ciclo di studi, fino alla laurea.
       Ho conosciuto la città e la sua borghesia all'inizio del ginnasio, quando aver respirato l'aria del liceo classico statale "Massimo d'Azeglio" non mi portò ad aderire all'antifascismo imperante colà, ma a iscrivermi alla "Giovane Italia", all'epoca l'organizzazione giovanile del Msi.
        Intendiamoci, ero più nazionalista e patriota che fascista, ma del liberalnazionalismo torinese detestavo il fatto che erano torinesi. Si respirava - nelle loro ristrettissime file - lo stesso aere che si respirava nelle (allora) austere aule del "d'Azeglio". Un'aria di conformismo, un fetore di stantio, un razzismo strisciante ma fortissimo ("lei come nasce? Dove abita? Cosa fa suo padre?"). E, una volta appurato che il sottoscritto non abitava né in collina, né in precollina, né in Crocetta, ma nelle vicinanze dello Stadio Comunale, cioè a cavallo tra i quartieri di Santa Rita e Mirafiori, lo si classificava subito nel ceto della piccola borghesia impiegatizia o - horribile dictu! - nella classe operaia, tanto amata a livello teorico dall'alta borghesia "illuminata" torinese, a condizione - ça va sans dire - di non doverne incontrare mai gli esponenti e tanto meno i figli. "Operaisti" sì, ma immaginari...
      Io poi - di famiglia piccolo borghese ma economicamente in ascesa, grazie alle doti di mio padre - portavo una seconda "stella gialla": ero un "fascista", dunque non meritevole di alcunché: né di inviti a feste né di favori sessuali (quest'ultimi, peraltro, elargiti - le rare volte in cui accadeva - con il senso sparagnino del risparmio che ha sempre caratterizzato il ceto dirigente cittadino, figlie del medesimo incluse).
      Acceso odiatore del conformismo, vedevo in costoro gli stessi soggetti che - in epoca staraciana, cioè nel passato regime - si sarebbero esibiti con "maschia baldanza" nel salto del cerchio di fuoco. Di conseguenza, ho seguito un percorso tutto mio, abituandomi a fare sempre tutto da solo, raccogliendo ampi elogi e promesse di carriera universitaria fino a che - io sono di indole molto futurista... - non feci un outing politico-culturale che mi costò tutto.
      Finii così, quasi per reazione, nell'ambito della Destra torinese, dove - accanto ad alcune eccellenti persone, che ancora oggi mi onorano della loro amicizia - mi ritrovai in un concentrato di "teschi di cazzo" (dire "teste" sarebbe soverchiamente benevolo) da cui presi rapidamente le distanze.
       Negli anni successivi, ho scoperto un universo subalpino di marginali (Costanzo Preve, Francesco Coppellotti, per non citarne che alcuni) che - come me - avevano vissuto, magari su altri versanti, le stesse esperienze e che avevano appreso a loro spese quale sia il peso del conformismo a Torino.
       Come loro, sono sopravvissuto abbastanza brillantemente. Nessuno mi conosce e non ho avuto medaglie al valore, ma neppure le ho cercate. Ma mi diverte vedere che la Torino che protesta contro l'editore di Casa Pound era totalmente silente quando Cesare Battisti veniva al Salone del libro a presentare le sue opere. E ancor più mi diverte vedere il governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino, andare ai cancelli di quel poco che rimane degli stabilimenti della FCA e dover prendere dolorosamente atto che là "non ci sono più compagni, perché tutti votano Lega". Li avete bruciati tutti voi, con il vostro elitarismo codino, che rende aperto quello dei revenants dell'Ancien Régime. Chapeau!
       Se la Destra italiana non confondesse la politica con le tangenti e sapesse che cos'è la metapolitica e come la si sviluppa (ma forse questo è chiedere troppo, senza stringenti verifiche su Q.I. largamente inferiori al minimo), Torino sarebbe un bel terreno di sviluppo. Fiducioso come sono degli esiti della cosa, abito ormai da un quarantennio a Moncalieri...

                                  Piero Visani





martedì 7 maggio 2019

La legittimazione terminale

       A distanza di quasi 75 anni dal 1945, ci si aspetterebbe che la "Banana Republic" attuale avesse qualche altro successo di cui vantarsi: giustizia eccellente, criminalità sconfitta, economia efficace, lavoro per tutti e disoccupazione per nessuno, istruzione di qualità a tutti i livelli, corruzione zero, etc., etc. Per contro, è rimasto solo l'antifascismo, per di più esibito ed esercitato in assenza di fascismo (si rischia meno, dopo tutto...).
      Un risultato francamente miserevole, che - come sempre - privilegia la finzione alla funzione. I cittadini se ne sono già abbondantemente accorti, infatti riservano al tema la stessa attenzione che riservano alla guerra civile tra Cesare e Pompeo, presi come sono da sempre più urgenti problemi di sopravvivenza. La classe politica ancora non c'è arrivata, ma il consenso che raccoglie è in drastica riduzione. Un consiglio d'amico: e trovare elementi seri di legittimazione, invece che le solite farsacce sempre più datate? FARE qualcosa di concreto, invece che evocare regimi passati, morti e stramorti, solo per aver qualcosa da dire?

                                                  Piero Visani





Il riscaldamento globale

     "Se me lo avessero detto prima, che questo era il significato di 'riscaldamento globale', mi sarei preoccupato sicuramente di meno...".
       Ha lo sguardo furbetto e mi strizza l'occhio, il mio fornitore di prodotti energetici, mentre esegue l'ennesimo rifornimento dei medesimi. "Erano anni che non vendevo così a maggio, speriamo che duri!!".
      Dopo tutto, ogni frase ripetuta ad infinito diventa facilmente uno slogan e, in un mondo di [g]retini, l'eterogenesi dei fini non è rara.
      Mentre il mio fornitore di prodotti energetici si allontana molto soddisfatto della seconda versione  possibile dell'espressione "il riscaldamento globale", mi rifugio nel mio studio ad ascoltare "Life on Mars" di David Bowie: "spes ultima dea"...

                       Piero Visani






domenica 5 maggio 2019

Il silenzio degli ignoranti

       Il centrodestra torinese, impegnato a fondo per perdere le elezioni regionali, non ha fatto sentire la propria voce (ma ne ha una...?) sulla questione di Christian Raimo e i suoi tentativi di censura a carico di editori non di sinistra che parteciperanno al prossimo Salone del Libro.
      A parte qualche intervento di esponenti leghisti, sia a livello nazionale sia locale, silenzio assoluto, a non necessaria conferma del fatto che tra il Centrodestra politico e la cultura esiste un'incompatibilità di vecchia data, che non risale al mitico "Wenn ich Kultur hoere, entsichere ich meinen Browning", ma a più recente ignoranza crassa, esibita e rivendicata, più a una totale insensibilità per qualsivoglia problema metapolitico, che non rende strapuntini, ergo - come dice l'ormai non meno mitico presidente brasiliano Bolsonaro - è inutile, al pari della filosofia.
       Non contenti di un'esistenza marginale, sempre pronti a prendersela con il mondo che ce l'avrebbe con loro (senza che essi abbiano fatto mai alcunché per cercare di condizionarlo a loro favore), i centrodestri si preoccupano solo di poltroncine e strapuntini, cioè del massimo delle loro aspirazioni. Sono dei nani e - come diceva il buon Faber del suo non meno mitico nano - "un nano è una carogna di sicuro/ Perché ha il cuore troppo, troppo vicino al buco del culo"...
       That's the end, Folks.

                                Piero Visani





mercoledì 24 aprile 2019

Date a Lucky L. quel che è di Lucky L.

       Non sono mai stato un grande estimatore della comunicazione della Lega, anche se i sondaggì mi danno torto, visto il raddoppio dei consensi ottenuto nel giro di soli dodici mesi. Tuttavia, devo riconoscere che la decisione di Salvini di festeggiare il 25 aprile in Sicilia, celebrando la lotta contro la mafia, è un piccolo capolavoro comunicativo. Si può contestarlo - è vero - e lo hanno già fatto sia le opposizioni sia gli "alleati" di governo grillini, ma non si può spingere la critica troppo in là, perché si dovrebbe ricordare che uno dei principali padri nobili della "lotta di liberazione" è stata la mafia, il che inquina vagamente certe paternità, sia pure solo un po'...
       Non so se questo possa essere considerato un atteggiamento sovranista, e neppure mi interessa, ma mi piace ricordare che l'alleanza tra la mafia e i servizi segreti statunitensi in occasione della preparazione e dell'esecuzione dello sbarco alleato in Sicilia del 10 luglio 1943 - ampiamente documentata in libri come quelli di Carlo D'Este (1943. Lo sbarco in Sicilia, Mondadori, Milano 1990) e Alfio Caruso (Arrivano i nostri, Longanesi & C., Milano 2004) - ha fatto scrivere a uno storico sicuramente di Sinistra come Paolo Maltese le seguenti parole: "Fu, quella, una decisione gravida di conseguenze per la Sicilia e per l'Italia, giacchè il fatto di appoggiarsi ad elementi della mafia, addirittura dando loro una autorità pubblica, porterà poi, come logica conseguenza, a un rafforzamento della 'onorata società', favorendone il potere nelle zone in cui essa tradizionalmente dominava" (Maltese, Lo sbarco in Sicilia, Oscar Mondadori, Milano 1981, p. 140), per approdare, in ultimo, alla nota trattativa Stato - Mafia.
      Trovo intelligente e apprezzabile la decisione di sottolineare non solo che la diatriba fascismo/antifascismo è leggermente datata, ma anche e soprattutto che i "buoni" (o presunti tali) non erano propriamente delle verginelle e, non potendo vantare tra le loro file un prefetto Mori, avevano scelto di avvalersi di un Lucky Luciano e di un Vito Genovese:  à chacun son goût,  ovviamente.
       In definitiva, due ottimi piccioni con una sola fava: in primo luogo, le celebrazioni di regimi sfiatati, anzi sfiatatissimi, sono effettivamente un po' datate, quando non del tutto eteroteliche; secondariamente, i "buoni" erano (e sono) forse un po' meno buoni di quanto amino descriversi e hanno anch'essi alcune facce impresentabili, nell'album di famiglia. Il manicheismo, del resto, non ha mai giovato ad alcuno...

                         Piero Visani





sabato 20 aprile 2019

"E liberaci dalla vita eterna, amen"

       In uno stupendo articolo comparso su "la Repubblica" del 18 aprile, Silvia Ronchey ci illustra le fondamentali differenze che intercorrono tra la concezione pagana della morte e quella cristiana, ponendo in evidenza come "nel mondo pagano non ci si attendeva nulla dopo la morte. E questo senso della finitezza incrementava il valore dell'esistenza". Lo aveva ben compreso il grande poeta irlandese William Butler Yeats, quando, nel poema Calvary, Lazzaro rimproverava a Cristo di averlo tratto da "...quell'angolo / dove avevo creduto di poter giacere al sicuro per sempre".
       E la Ronchey conclude il suo articolo con un passo meraviglioso: "Mezzo secolo prima del Lazzaro di Yeats, un poeta vittoriano, Algernon Swinburne, scrisse un inno a Proserpina, la regina degli inferi, che immaginò pronunciato dall'imperatore Giuliano poco dopo la definitiva vittoria della religione cristiana: 'Vicisti, Galilaee', 'Hai vinto, Galileo', si leggeva in exergo.
       A Cristo si rimproverava di avere sottratto agli umani la morte, e con la morte la vita: quel senso pagano del vivere che la promessa di resurrezione cancellava, quella sensualità della caducità, così intrinseca alla letteratura antica: 'Vuoi prenderti tutto, Galileo? Ma questo non potrai prenderlo: /il lauro, le palme e il peana, / la danza delle Ore come un'unica lira / le corde crepitanti come scintille di fuoco. / Poco viviamo. Perché non più pienamente possibile?".
       E la Ronchey conclude: "Una pienezza inscindibile dalla finitezza, quasi un'invocazione di mortalità: liberaci dalla vita eterna, amen".
       Così, in queste stucchevoli mattinate pasquali, mi ritrovo in una visione del mondo totalmente affine alla mia, che fin dai 5-6 anni era ostile al cristianesimo "di pelle" (non potevo avere, stante l'età, altri supporti...). E ora, oltre sessant'anni dopo, mi chiedo se la mia non fosse anche una virulenta ostilità a una forma di "assistenzialismo filosofico/religioso" che rifiuto esattamente come quella dell'assistenzialismo politico/sociale: non voglio NESSUNO che mi stia a fianco - per sfruttarmi... - dalla culla alla tomba. Voglio stare da solo, assolutamente da solo, affrancato dalla presenza di chiunque osi affermare che "sta lavorando per me". Vorrei anch'io essere liberato dalla vita eterna, grazie, visto che gli unici momenti di autentica felicità me li sono procurati nella vita terrena, con le mie sole forze e i miei soli affetti, quelli veri. Tutto il resto ho saputo, so e saprò affrontarlo DA SOLO, E IN PIEDI.

                                         Piero Visani