martedì 21 maggio 2019

Sovranismo... amatoriale

      L' "incidente stradale" in cui perse la vita Joerg Haider non è stato un "messaggio" sufficientemente forte per i "sovranisti" austriaci della FPO, con in testa il vice-cancelliere Heinz-Christian Strache. Il "monito", all'epoca, era stato chiaro, ma il dilettantismo sovranista è ormai una costante in varie parti d'Europa.
       Abituati a giocare con le paure della gente, ma del tutto privi di un qualche senso del conflitto e/o del tragico, i due massimi dirigenti di quel partito si sono fatti "pizzicare" mentre, nel 2017 (!), facevano affari non necessariamente adamantini e tanto meno "sovranisti" (visto che avrebbero potuto danneggiare, in una certa misura, gli interessi nazionali) con una presunta (molto presunta...) ereditiera russa in una villa di Ibiza evidentemente affittata ma non "bonificata" da possibili, indebite presenze.
       Trovo divertente questo agire da "turisti per caso", alla disinvolta ricerca estiva di affari non propriamente adamantini e - chissà - magari anche di meretrici, nel caso fosse auspicabilmente possibile prendere "due piccioni con una fava"...
       Qualcuno - inspiegabilmente - continua a "parcheggiarsi" nella vita privo di senso dell'opportunità, di senso del tragico, della consapevolezza di avere nemici anche potenti, nella falsa convinzione di poter evitare tutto, con una trascuratezza che dovrebbe stupire, in politici navigati. Per contro, chi li vuole colpire registra, filma, prepara dossier e poi li tira fuori al momento più opportuno, con conseguenze disastrose per i diretti interessati.
       Non importa, nel caso di specie, chi abbia voluto colpire questi "sovranisti per caso". Stupisce il loro stare al mondo come politicanti di quarta serie, per nulla consapevoli del gigantesco scontro in atto, pronti a barattare un'idea (ammesso e per nulla concesso che ne abbiano una...) "per un po' di milioni" e per un po' di sesso (neppure garantito, a priori).
       Trovo preoccupanti lo squallore e la modestia del tutto, ma questa è la politica in Europa, oggi, e questo è il sintomo più grave di una fuoriuscita definitiva dalla Storia. Sovranisti o meno, sono tutti politicanti da strapazzo.

                             Piero Visani



giovedì 9 maggio 2019

"Gaudeamus igitur, Juven[tus] dum sumus"

       Non so che cosa sia successo, non so se la decisione sia definitiva. So che vedo le partite della Juventus da 5 anni e soffro, soffro sempre di più. Vedo la Champions League, l'Europa League, i Mondiali, gli Europei. Dunque sono un appassionato.
       Non ne capisco niente di calcio - diranno giustamente gli addetti ai lavori - però mi permetto di sottolineare che alcuni tra i più grandi allenatori della storia di questo sport NON hanno fatto il calciatore prima di sedersi su una panchina.
       Mi sono sempre chiesto, vedendo giocare la Juventus, come mai un certo signore ci fosse rimasto così a lungo: vinceva - è vero - ma come? Io non condivido il pensiero juventino/bonipertiano che "vincere sia l'unica cosa che conti". Tutt'altro. Penso che giocare bene, possibilmente molto bene, sia decisamente preferibile e conduca a vittorie vere, durature, non sul campo del Frosinone (con tutto il rispetto per il Frosinone e i suoi tifosi) o del Chievo (stesso discorso).
       In Europa, la Juventus di Allegri ha sempre sofferto, oltre che di cronica carenza di gioco, di mancanza di intensità, di corsa, di "garra", di partecipazione emotiva all'evento. Tant'è vero che, quando nel luglio scorso venne acquistato Cristiano Ronaldo, dissi a mio figlio - che ne è testimone - che "se il presidente Agnelli pensa di vincere la Champions League con CR7, ma tenendo Allegri, si sbaglia di grosso".
       E' facile essere facili profeti. Allegri ne aveva già perse due, di Champions League, aggiungendo allori alla lunga lista di insuccessi europei della Juventus, proprio perché - nel momento in cui, grazie alla presidenza di Andrea Agnelli, la squadra si dava consistenza economica, fatturati, marchi e ambizioni da squadra europea/mondiale di primissimo rango - si teneva un allenatore modestissimo, speculativo, privo di un'idea di gioco che non fosse qualche invenzione estemporanea e saltuaria, utile magari a vincere qualche partita o il campionato italiano, ma nulla più. Un allenatore che non pareva (e non pare) essersi reso conto che il calcio è cambiato, che non è un gioco semplice ma un gioco terribilmente tattico, e dove l'acquisizione costante di automatismi serve a fare tutto più in fretta e con meno errori.
       Le due splendide semifinali di Champions League di ieri e l'altro ieri, giocate con un'intensità formidabile da tutte le squadre coinvolte (fatta probabilmente eccezione per il Barcellona) dimostrano che nel calcio europeo si è da tempo aperta un'altra era e che, per esserne all'altezza, occorrano allenatori con idee meno datate e - come minimo - con almeno UNA idea di gioco.
       Se - come pare, anche se non è ancora certo - Allegri se ne andrà, si chiuderà una parentesi di brutture, utili per chi si contenta di scudetti e Coppe Italia, mentre ben altri sono i trofei da conquistare oggi e nel calcio del futuro. Serve qualcuno che conosca, ami e respiri l'aria totale e totalizzante della modernità, con i suoi ritmi intensissimi, i suoi allenamenti prolungati, i suoi schemi collaudati. Poi, certo, la palla può entrare o meno - come dicono i fautori del tradizionalismo calcistico, sempre ignorante, autoreferenziale e soddisfatto di sé, come lo sono sempre tutti gli stolti -. Ma il futuro ha bisogno di ben altro, ha bisogno di ossessioni, esasperazioni e tanta, tantissima "garra".

                          Piero Visani





mercoledì 8 maggio 2019

L'alieno (contento di esserlo)

       Sono nato ad Aosta nel 1950, da padre romagnolo e madre valdostana. Sono venuto a Torino a inizio 1956 e vi ho fatto tutto il mio ciclo di studi, fino alla laurea.
       Ho conosciuto la città e la sua borghesia all'inizio del ginnasio, quando aver respirato l'aria del liceo classico statale "Massimo d'Azeglio" non mi portò ad aderire all'antifascismo imperante colà, ma a iscrivermi alla "Giovane Italia", all'epoca l'organizzazione giovanile del Msi.
        Intendiamoci, ero più nazionalista e patriota che fascista, ma del liberalnazionalismo torinese detestavo il fatto che erano torinesi. Si respirava - nelle loro ristrettissime file - lo stesso aere che si respirava nelle (allora) austere aule del "d'Azeglio". Un'aria di conformismo, un fetore di stantio, un razzismo strisciante ma fortissimo ("lei come nasce? Dove abita? Cosa fa suo padre?"). E, una volta appurato che il sottoscritto non abitava né in collina, né in precollina, né in Crocetta, ma nelle vicinanze dello Stadio Comunale, cioè a cavallo tra i quartieri di Santa Rita e Mirafiori, lo si classificava subito nel ceto della piccola borghesia impiegatizia o - horribile dictu! - nella classe operaia, tanto amata a livello teorico dall'alta borghesia "illuminata" torinese, a condizione - ça va sans dire - di non doverne incontrare mai gli esponenti e tanto meno i figli. "Operaisti" sì, ma immaginari...
      Io poi - di famiglia piccolo borghese ma economicamente in ascesa, grazie alle doti di mio padre - portavo una seconda "stella gialla": ero un "fascista", dunque non meritevole di alcunché: né di inviti a feste né di favori sessuali (quest'ultimi, peraltro, elargiti - le rare volte in cui accadeva - con il senso sparagnino del risparmio che ha sempre caratterizzato il ceto dirigente cittadino, figlie del medesimo incluse).
      Acceso odiatore del conformismo, vedevo in costoro gli stessi soggetti che - in epoca staraciana, cioè nel passato regime - si sarebbero esibiti con "maschia baldanza" nel salto del cerchio di fuoco. Di conseguenza, ho seguito un percorso tutto mio, abituandomi a fare sempre tutto da solo, raccogliendo ampi elogi e promesse di carriera universitaria fino a che - io sono di indole molto futurista... - non feci un outing politico-culturale che mi costò tutto.
      Finii così, quasi per reazione, nell'ambito della Destra torinese, dove - accanto ad alcune eccellenti persone, che ancora oggi mi onorano della loro amicizia - mi ritrovai in un concentrato di "teschi di cazzo" (dire "teste" sarebbe soverchiamente benevolo) da cui presi rapidamente le distanze.
       Negli anni successivi, ho scoperto un universo subalpino di marginali (Costanzo Preve, Francesco Coppellotti, per non citarne che alcuni) che - come me - avevano vissuto, magari su altri versanti, le stesse esperienze e che avevano appreso a loro spese quale sia il peso del conformismo a Torino.
       Come loro, sono sopravvissuto abbastanza brillantemente. Nessuno mi conosce e non ho avuto medaglie al valore, ma neppure le ho cercate. Ma mi diverte vedere che la Torino che protesta contro l'editore di Casa Pound era totalmente silente quando Cesare Battisti veniva al Salone del libro a presentare le sue opere. E ancor più mi diverte vedere il governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino, andare ai cancelli di quel poco che rimane degli stabilimenti della FCA e dover prendere dolorosamente atto che là "non ci sono più compagni, perché tutti votano Lega". Li avete bruciati tutti voi, con il vostro elitarismo codino, che rende aperto quello dei revenants dell'Ancien Régime. Chapeau!
       Se la Destra italiana non confondesse la politica con le tangenti e sapesse che cos'è la metapolitica e come la si sviluppa (ma forse questo è chiedere troppo, senza stringenti verifiche su Q.I. largamente inferiori al minimo), Torino sarebbe un bel terreno di sviluppo. Fiducioso come sono degli esiti della cosa, abito ormai da un quarantennio a Moncalieri...

                                  Piero Visani





martedì 7 maggio 2019

La legittimazione terminale

       A distanza di quasi 75 anni dal 1945, ci si aspetterebbe che la "Banana Republic" attuale avesse qualche altro successo di cui vantarsi: giustizia eccellente, criminalità sconfitta, economia efficace, lavoro per tutti e disoccupazione per nessuno, istruzione di qualità a tutti i livelli, corruzione zero, etc., etc. Per contro, è rimasto solo l'antifascismo, per di più esibito ed esercitato in assenza di fascismo (si rischia meno, dopo tutto...).
      Un risultato francamente miserevole, che - come sempre - privilegia la finzione alla funzione. I cittadini se ne sono già abbondantemente accorti, infatti riservano al tema la stessa attenzione che riservano alla guerra civile tra Cesare e Pompeo, presi come sono da sempre più urgenti problemi di sopravvivenza. La classe politica ancora non c'è arrivata, ma il consenso che raccoglie è in drastica riduzione. Un consiglio d'amico: e trovare elementi seri di legittimazione, invece che le solite farsacce sempre più datate? FARE qualcosa di concreto, invece che evocare regimi passati, morti e stramorti, solo per aver qualcosa da dire?

                                                  Piero Visani





Il riscaldamento globale

     "Se me lo avessero detto prima, che questo era il significato di 'riscaldamento globale', mi sarei preoccupato sicuramente di meno...".
       Ha lo sguardo furbetto e mi strizza l'occhio, il mio fornitore di prodotti energetici, mentre esegue l'ennesimo rifornimento dei medesimi. "Erano anni che non vendevo così a maggio, speriamo che duri!!".
      Dopo tutto, ogni frase ripetuta ad infinito diventa facilmente uno slogan e, in un mondo di [g]retini, l'eterogenesi dei fini non è rara.
      Mentre il mio fornitore di prodotti energetici si allontana molto soddisfatto della seconda versione  possibile dell'espressione "il riscaldamento globale", mi rifugio nel mio studio ad ascoltare "Life on Mars" di David Bowie: "spes ultima dea"...

                       Piero Visani






domenica 5 maggio 2019

Il silenzio degli ignoranti

       Il centrodestra torinese, impegnato a fondo per perdere le elezioni regionali, non ha fatto sentire la propria voce (ma ne ha una...?) sulla questione di Christian Raimo e i suoi tentativi di censura a carico di editori non di sinistra che parteciperanno al prossimo Salone del Libro.
      A parte qualche intervento di esponenti leghisti, sia a livello nazionale sia locale, silenzio assoluto, a non necessaria conferma del fatto che tra il Centrodestra politico e la cultura esiste un'incompatibilità di vecchia data, che non risale al mitico "Wenn ich Kultur hoere, entsichere ich meinen Browning", ma a più recente ignoranza crassa, esibita e rivendicata, più a una totale insensibilità per qualsivoglia problema metapolitico, che non rende strapuntini, ergo - come dice l'ormai non meno mitico presidente brasiliano Bolsonaro - è inutile, al pari della filosofia.
       Non contenti di un'esistenza marginale, sempre pronti a prendersela con il mondo che ce l'avrebbe con loro (senza che essi abbiano fatto mai alcunché per cercare di condizionarlo a loro favore), i centrodestri si preoccupano solo di poltroncine e strapuntini, cioè del massimo delle loro aspirazioni. Sono dei nani e - come diceva il buon Faber del suo non meno mitico nano - "un nano è una carogna di sicuro/ Perché ha il cuore troppo, troppo vicino al buco del culo"...
       That's the end, Folks.

                                Piero Visani





mercoledì 24 aprile 2019

Date a Lucky L. quel che è di Lucky L.

       Non sono mai stato un grande estimatore della comunicazione della Lega, anche se i sondaggì mi danno torto, visto il raddoppio dei consensi ottenuto nel giro di soli dodici mesi. Tuttavia, devo riconoscere che la decisione di Salvini di festeggiare il 25 aprile in Sicilia, celebrando la lotta contro la mafia, è un piccolo capolavoro comunicativo. Si può contestarlo - è vero - e lo hanno già fatto sia le opposizioni sia gli "alleati" di governo grillini, ma non si può spingere la critica troppo in là, perché si dovrebbe ricordare che uno dei principali padri nobili della "lotta di liberazione" è stata la mafia, il che inquina vagamente certe paternità, sia pure solo un po'...
       Non so se questo possa essere considerato un atteggiamento sovranista, e neppure mi interessa, ma mi piace ricordare che l'alleanza tra la mafia e i servizi segreti statunitensi in occasione della preparazione e dell'esecuzione dello sbarco alleato in Sicilia del 10 luglio 1943 - ampiamente documentata in libri come quelli di Carlo D'Este (1943. Lo sbarco in Sicilia, Mondadori, Milano 1990) e Alfio Caruso (Arrivano i nostri, Longanesi & C., Milano 2004) - ha fatto scrivere a uno storico sicuramente di Sinistra come Paolo Maltese le seguenti parole: "Fu, quella, una decisione gravida di conseguenze per la Sicilia e per l'Italia, giacchè il fatto di appoggiarsi ad elementi della mafia, addirittura dando loro una autorità pubblica, porterà poi, come logica conseguenza, a un rafforzamento della 'onorata società', favorendone il potere nelle zone in cui essa tradizionalmente dominava" (Maltese, Lo sbarco in Sicilia, Oscar Mondadori, Milano 1981, p. 140), per approdare, in ultimo, alla nota trattativa Stato - Mafia.
      Trovo intelligente e apprezzabile la decisione di sottolineare non solo che la diatriba fascismo/antifascismo è leggermente datata, ma anche e soprattutto che i "buoni" (o presunti tali) non erano propriamente delle verginelle e, non potendo vantare tra le loro file un prefetto Mori, avevano scelto di avvalersi di un Lucky Luciano e di un Vito Genovese:  à chacun son goût,  ovviamente.
       In definitiva, due ottimi piccioni con una sola fava: in primo luogo, le celebrazioni di regimi sfiatati, anzi sfiatatissimi, sono effettivamente un po' datate, quando non del tutto eteroteliche; secondariamente, i "buoni" erano (e sono) forse un po' meno buoni di quanto amino descriversi e hanno anch'essi alcune facce impresentabili, nell'album di famiglia. Il manicheismo, del resto, non ha mai giovato ad alcuno...

                         Piero Visani





sabato 20 aprile 2019

"E liberaci dalla vita eterna, amen"

       In uno stupendo articolo comparso su "la Repubblica" del 18 aprile, Silvia Ronchey ci illustra le fondamentali differenze che intercorrono tra la concezione pagana della morte e quella cristiana, ponendo in evidenza come "nel mondo pagano non ci si attendeva nulla dopo la morte. E questo senso della finitezza incrementava il valore dell'esistenza". Lo aveva ben compreso il grande poeta irlandese William Butler Yeats, quando, nel poema Calvary, Lazzaro rimproverava a Cristo di averlo tratto da "...quell'angolo / dove avevo creduto di poter giacere al sicuro per sempre".
       E la Ronchey conclude il suo articolo con un passo meraviglioso: "Mezzo secolo prima del Lazzaro di Yeats, un poeta vittoriano, Algernon Swinburne, scrisse un inno a Proserpina, la regina degli inferi, che immaginò pronunciato dall'imperatore Giuliano poco dopo la definitiva vittoria della religione cristiana: 'Vicisti, Galilaee', 'Hai vinto, Galileo', si leggeva in exergo.
       A Cristo si rimproverava di avere sottratto agli umani la morte, e con la morte la vita: quel senso pagano del vivere che la promessa di resurrezione cancellava, quella sensualità della caducità, così intrinseca alla letteratura antica: 'Vuoi prenderti tutto, Galileo? Ma questo non potrai prenderlo: /il lauro, le palme e il peana, / la danza delle Ore come un'unica lira / le corde crepitanti come scintille di fuoco. / Poco viviamo. Perché non più pienamente possibile?".
       E la Ronchey conclude: "Una pienezza inscindibile dalla finitezza, quasi un'invocazione di mortalità: liberaci dalla vita eterna, amen".
       Così, in queste stucchevoli mattinate pasquali, mi ritrovo in una visione del mondo totalmente affine alla mia, che fin dai 5-6 anni era ostile al cristianesimo "di pelle" (non potevo avere, stante l'età, altri supporti...). E ora, oltre sessant'anni dopo, mi chiedo se la mia non fosse anche una virulenta ostilità a una forma di "assistenzialismo filosofico/religioso" che rifiuto esattamente come quella dell'assistenzialismo politico/sociale: non voglio NESSUNO che mi stia a fianco - per sfruttarmi... - dalla culla alla tomba. Voglio stare da solo, assolutamente da solo, affrancato dalla presenza di chiunque osi affermare che "sta lavorando per me". Vorrei anch'io essere liberato dalla vita eterna, grazie, visto che gli unici momenti di autentica felicità me li sono procurati nella vita terrena, con le mie sole forze e i miei soli affetti, quelli veri. Tutto il resto ho saputo, so e saprò affrontarlo DA SOLO, E IN PIEDI.

                                         Piero Visani













giovedì 11 aprile 2019

"Ma cosa c'entro io in tutto questo?"

       Alcuni amici, molto carini e solleciti, mi chiedono le ragioni di un certo mio silenzio giornalistico. Rispondo loro con la verità: avendo dovuto lasciare un certo tipo di mercato grazie alle condizioni in cui è stata ridotta l'economia italiana, non ho cercato redditi di cittadinanza. Sono da sempre ferocemente antistatalista, anche - e direi soprattutto... - quando ci vado di mezzo di persona (sapete: una modesta questione di coerenza...). Mi sono quindi dato da fare per porre rimedio alle difficoltà del momento. Almeno in parte ci sono riuscito, anche se dovrò ulteriormente aumentare il numero delle ore di lavoro quotidiane. Ma di tutto questo, all'Italia degli stipendi di cittadinanza, dei redditi di cittadinanza, dei "ponti" dal 18 aprile al 2 maggio non interessa alcunché e, in fondo, nemmeno a me. Ho un'etica elementare e, se mai dovessi salvarmi, mi salverò da solo.
       Quanto allo scrivere, sono in una fase di disgusto politico totale. Vedo una banda di dilettanti non più allo sbaraglio, ma già brillantemente autosbaragliatisi, in preda al loro rivendicato nullismo. Li lascio fare, sorridendo mestamente. Il rivendicato nullismo è una malattia nazionale di vecchia data. Piace al popolo, all'(in)colto e all'inclita. Che potrei fare io? 
       Vedo sostenere con leggerezza tutto e il contrario di tutto, anzi NIENTE E IL CONTRARIO DI NIENTE. Di che dovrei preoccuparmi? Vado d'accordo con qualche decina di persone, che almeno hanno un po' di etica e di cultura politiche. Per il resto, vedo la sempiterna "Droite la plus bete du monde" alle prese con i suoi amori mai spenti, i suoi Mussolini (di cognome...), le sue "difese della Cristianità", il suo "Dio, Patria e Famiglia" (perennemente sbertucciato, nei fatti...). E allora spengo il computer e ne accendo un altro, quello dove scrivo per me e per i miei vari lavori. Salut!

                Piero Visani





sabato 30 marzo 2019

Minima (im)moralia

     Le morali posticce, quelle che non sono credute e condivise neppure da quanti le spacciano (e non uso questo verbo a caso), come evidenzia a chiare lettere la loro vita privata, sono come i patriottismi posticci e utilizzati come armi di distrazione di massa: "l'ultimo rifugio delle canaglie".
      Il concetto di "sepolcri imbiancati" - cui faccio riferimento con evidente ritrosia, stante la sua origine cristiana - rende perfettamente l'idea. E non basta una mano di bianco a rendere più "vivibile" un sepolcro.
      "Vizi privati e pubbliche virtù" mi ricordano solo un film di Miklos Jancsò. E non c'è niente di peggio che dire agli altri che fare della loro vita privata.

                              Piero Visani



martedì 26 marzo 2019

Gli imperscrutabili percorsi della moralità

       Terrorizzato come sono dal rimanere inghiottito dalla filosofia (si fa per dire...) dell'"uno vale uno" e di restare più ignorante di quanto già non sia, passo ormai ogni momento possibile a leggere, nell'intento di apprendere, ben  conscio del fatto che in questo Paese non esiste esercizio più inutile. E io adoro le cose inutili, altrimenti avrei fatto l'economista, o il ragioniere.
     Sulle auree pagine del celebre storico transalpino Adolphe Thiers (Storia della Rivoluzione francese, trad. it., Dall'Oglio, Milano 1963, VIII, p. 333 sg.) mi è capitato quindi, stamane, di leggere questo splendido passo a commento della vittoriosa campagna napoleonica d'Italia del 1796-97:

"Quando la guerra è un fatto puramente meccanico consistente nell'investire e uccidere il nemico che si ha di fronte, essa è poco degna della storia; ma quando si presenta uno dei grandi scontri in cui si vede una massa d'uomini mossa da un solo e vasto pensiero, che si sviluppa tra il fragore dell'uragano con la stessa nitidezza di quello di un Newton o di un Cartesio nel silenzio del loro studio, allora lo spettacolo è degno tanto del filosofo quanto dell'uomo politico e del militare: e se questa identificazione della moltitudine con un solo individuo, che porta l'energia al più alto livello, serve a difendere una nobile causa - quella della libertà - allora la scena acquista un valore morale che ne eguaglia la grandiosità".

       Sono cresciuto nutrendomi di questi valori. Li ho visti sbeffeggiati e fatti a pezzi. Ho visto l'affermazione del mondo delle iene, quelle che dicono di non avere nemici ma solo clienti (il che non impedisce loro di farli a pezzi, attaccandoli subdolamente alle spalle). Poi ho capito che continuare a coltivarli e a nutrirli mi avrebbe sottratto al conformismo, mi avrebbe distolto dall'iterazione passiva delle banalità alla moda e così - siccome fin da adolescente adoro "épater les bourgeois" - quando, come stamane, mi è capitato sotto gli occhi questo splendido passo sulla moralità di certe forme di guerra, mi sono detto: perché non riprodurlo? Te ne importa qualcosa della damnatio memoriae o dell'impossibilità di entrare nei quartieri già saldamente popolati del "politicamente corretto"? Ovviamente no, e allora via con un piccolo testo di rivendicazione di impronta futuristica. Finirò ancora di più all'indice? Può darsi, ma ho già scritto altrove come intendo rispondere...

                           Piero Visani




giovedì 14 marzo 2019

La forza delle cifre

      Agli affetti da quello che Antonio Gramsci definiva giustamente "cretinismo economico", dunque ai soggetti che per capire un ragionamento hanno bisogno di cifre, altrimenti lo bollano come "filosofia" (disciplina che ovviamente non capiranno mai, per evidenti limiti intellettivi), mi permetto di consigliare la lettura delle prime tre pagine dell'edizione odierna del quotidiano "La Stampa", dove si commenta ad abundantiam una ricerca condotta dall'associazione di consumatori "Altroconsumo", nella quale si registra con precisione - a meno che non si tratti di fake news, ma non credo, visto che la vulgata nazionale ne esclude la possibilità, sui quotidiani mainstream... - il crollo delle capacità di spesa degli italiani, in tutti i campi.
       Non posso dire con precisione a quali sono rimasto dentro, perché altrimenti i miei amici che tuttora sono "beati possidentes" (e beati loro, aggiungo io!), mi rimprovereranno di comportamenti vagamente cheap, però posso limitarmi a sottolineare che in alcune voci del sondaggio (cambio auto, capacità di fare vacanze, perdita di prospettive professionali) sono rimasto ampiamente coinvolto. Poiché dubito che si tratti di frutti avvelenati di meno di un anno di governo gialloverde, mi immagino che dovrei "ringraziare" anche gli esecutivi precedenti, molti esponenti dei quali - se capisco bene - hanno "arrotondato" le loro condizioni economiche grazie agli stipendi parlamentari e a qualche "straordinario" fatto di persona o con "un piccolo aiuto" di parenti, affini e amici.
        Mi sento riconfermato, più che mai, nel mio complessivo e gravissimo dubbio di stare tuttora vivendo "nel migliore dei mondi possibili", ma hanno sicuramente ragione i miei critici nel dichiararsi incolpevoli in merito al fatto che io sia "un fallito". Pur non avendo mai fatto lo steward da stadio, ma avendo qualche modestissimo titolo in più, ciò non mi ha salvato dal fallimento e questo è una formidabile conferma del fatto che - se è vero che gli "ascensori sociali" non esistono più - quanto meno oggi sono in crescente affermazione i "discensori sociali". Ne ho imbroccato uno che scendeva a picco verso il basso e anche quella, in fondo, è una questione di abilità. O di dignità...

                               Piero Visani



mercoledì 13 marzo 2019

Anteprima libraria


       Ho partecipato, con parecchi altri amici e conoscenti, a una sorta di libro-omaggio ad una delle figure chiave della politologia italiana, che uscirà il prossimo 15 maggio (ma di cui mi è arrivata da qualche giorno una copia in anteprima). Non posso dire di più, per il momento, perché non sarebbe corretto, ma quello che posso dire è che ho scritto un mini-saggio di sole cinque pagine, dedicato a uno dei temi di dottrina militare che mi sono più cari e anche a uno studioso che, avendomi conosciuto in anni per me molto difficili, si comportò in maniera molto diversa da tanti suoi colleghi, sempre pronti a compilare liste di proscrizione, a farmi oggetto di dotte lezioni di (presunta, molto presunta) "superiorità morale" e a farmi oggetto - ovviamente - di una splendente "stella gialla"...
       L'incontro con quella persona fu per me una boccata di ossigeno e gli sono grato ancora oggi di avermi trattato come un essere umano e uno studioso dissenziente, ma studioso. Non mi è capitato spesso, in ambito accademico.

                        Piero Visani

martedì 12 marzo 2019

Sunday, Bloody Sunday

       Dopodomani, giovedì, la Procura dell'Irlanda del Nord dovrebbe rendere noti i nomi dei 17 membri del 1° Battaglione del Parachute Regiment resisi responsabili della "Domenica di sangue" di Derry, il 30 gennaio 1972, quando un pacifico corteo di civili che protestavano contro le politiche del governo britannico nell'Ulster vennero attaccati a fucilate, come se si trattasse di un'operazione di guerra, conclusasi con 14 morti (quasi tutti giovanissimi) e 14 feriti.
       Ci hanno provato in molti, ma nessuno è riuscito mai a spiegare in maniera convincente le ragioni di un comportamento del genere, da parte dei componenti di un'unità militare d'élite, per di più a carico di concittadini (visto che l'Ulster fa parte del Regno Unito) e tenuto conto che l'IRA si era tenuta saggiamente lontana dal corteo di protesta, contenta del fatto che esso avesse raccolto tante adesioni popolari.
       Ne parla il "Corriere della Sera" di oggi, nella sempiterna logica del "chi muore giace e chi vive si dà pace", ma è dubbio che i 14 morti del Bloody Sunday ambissero a trovare la tragica fine che è stata procurata loro da comportamenti del tutto avulsi da qualsiasi forma di etica militare. Chi scrive si augura quindi che la giustizia, pur con i suoi tempi ridicolmente biblici, riesca a fare il suo corso. Meglio tardi che mai ed è bene, anzi benissimo, che chi è riuscito a vivere grazie al suo agire da branco assetato di sangue, infine NON riesca a "darsi pace". E' un atto dovuto a dei poveri morti in giovane e giovanissima età, colpevoli solo - come sempre - di essere "figli di un dio minore", mentre - come è giusto - "al dio degli inglesi non credere mai"...

                                              Piero Visani




No TAV, ma sì TAS(SE)

       I grillini di Torino, patetico gruppo di dilettanti non allo sbaraglio, ma già autosbaragliatisi, sono rigidamente contrari alla TAV - e sono d'accordo con loro, tanto "chi se ne frega di andare a Lione da Torino", dato che ormai non potrei comprarmi neppure il biglietto del treno... - ma sono favorevolissimi alle TAS(se), nel senso che hanno deciso di aumentarle tutte, a livello cittadino. Evidentemente nessuno di loro guarda (o sa guardare...) i sondaggi, che li danno in caduta libera. "Promettete, promettete, qualcosa resterà": la TAV è ancora in dubbio, ma le TAS(se) ci sono tutte, ergo rimangono, pure accresciute.
      Come sempre, per TUTTI i partiti italiani, "l'imperativo unico e categorico è TASSARE. E TASSEREMO!". Sappiamo come è andata a finire, ma ho una laurea in Storia, e mi sono permesso la citazione perché ci avviciniamo al centenario di una data fatidica - il 23 marzo - di gente ancora più abile a promettere, meno a mantenere... Il più grave problema nazionale - temo - non è politico, è antropologico. E chiamasi cialtroneria.

                                              Piero Visani



Suggerimenti di lettura

       L'ultimo numero (il 2/2019) di "Limes - Rivista italiana di geopolitica" è dedicato alla definizione di "una strategia per l'Italia". Sebbene molte delle tesi in esso espresse siano a mio giudizio non condivisibili o solo parzialmente condivisibili, quello che impressiona, nella lettura di questo volume, è la notevole profondità delle tesi in esso espresse, che non sono frutto di studi compiuti all'"Università della vita", o a quella "della strada", o facendo gli steward da stadio, o ubbidendo alla logica perversa ed eterotelica dell'"uno vale uno", ma di solida e comprovata professionalità.
       Si tratta semmai di tesi ispirate a un freddo realismo politico, dove discipline come storia, geografia e strategia hanno ancora un senso, e dove si guarda all'interesse nazionale in termini certamente discutibili, ma fondati su alcuni dati permanenti del medesimo, in una logica di professionismo e non amatoriale, facendo anche - e duramente - strame dei ridicoli internazionalismi  (di marca comunista) ed ecumenismi (di marca catto-cristiana) che hanno sempre condizionato in modo pesantemente negativo la politica estera italiana.
      Si riconosce, con grande lucidità, che questa povera "espressione geografica" è ormai a fine corsa e si suggeriscono alcune ricette per prevenire il disastro alle porte. Come ho già accennato, sono ricette discutibili, ma almeno incitano la classe politica nazionale (i cui livelli, in politica estera, sono da scuola materna, e forse meno...) a fare una "politica di movimento" in mezzo a suggestioni varie, poiché da una strategia dialettica e dinamica l'Italia potrebbe ricavare molto di più, in termini di interesse nazionale, che da una statica. Ma si constata altresì - e dolorosamente - che manca del tutto, nell'abominevole (per ignoranza ostentata) panorama politico nazionale, una cultura internazionale, con tutti i disastri del caso. L'unico elemento che pare ben noto e radicato è quello di ripetere ad infinito le Caporetto e gli 8 settembre. Per questi, ci sono già tutte le premesse e - siccome pare che ci siamo fortemente affezionati, visto che il passato non pare riuscire a insegnarci alcunché - possiamo attenderle con calma. In ogni caso, le vacanze estive per ora ci saranno, e il Festival di Sanremo pure...

                          Piero Visani



lunedì 4 marzo 2019

La patente

       Trotterellando qua e là, in genere in mezzo a "beati possidentes", per cercare di chiudere in maniera non troppo disastrosa la mia permanenza su questa Terra, non è raro che io incappi in sguardi di compatimento o in sorrisetti melliflui, quelli in genere riservati a quanti sono professionalmente falliti. Intendiamoci, non sono fallito in termini tecnici; più semplicemente, ho dovuto chiudere una parte cospicua delle mie attività perché non riuscivo più a mandarle avanti. Non vado in giro a pietire qualcosa con il cappello in mano, mi limito a vedere se ci sono opportunità, come ho sempre fatto in vita mia. Non ho alcun tipo di speranze. Come sempre, mi attengo al nobile detto di Guglielmo d'Orange: "Non occorre sperare per intraprendere, né riuscire per perseverare". Tuttavia, so bene che, per ragioni anagrafiche, dovrei celebrare i miei successi e invece mi trovo a dover prendere atto dei miei insuccessi. 
       Capita quindi, essendo io relativamente perspicace, di beccarmi spesso e volentieri lo sguardo che si riserva ai "falliti", ma è una vita che me ne sono fatto una ragione e credo che continuerò brillantemente a farmela. E' evidente che i dispensatori di tali sguardi non hanno una grande opinione di me, ma - dal momento che non vengo a pietire nulla - qualcuno potrebbe anche azzardarsi a chiedermi quale opinione abbia io di loro. Da persona educata, ovviamente, non la esterno...
       Da "fallito", nel mentre mi sorbisco questi amichevoli sguardi, mi viene in mente che cosa ho letto stamane sulla prima pagina del quotidiano torinese "La Stampa": i bambini che vivono in povertà assoluta sono saliti, nel "Bel Paese", a un milione e ottocentomila. Vite spezzate, stroncate alla nascita, costrette a trascinare, giorno dopo giorno, una condanna inappellabile, perché - essendo del tutto scomparsa la mobilità sociale - nascendo poverissimi tali rimarranno per il resto della loro miserabile esistenza.
       Come borghese decaduto alla condizione di lumpenproletario, suppongo che la vulgata dominante voglia che io mi senta fortunato e comunque "meno sfortunato" di costoro, tanto più che essi sono giovanissimi, mentre io decisamente no. E allora sorrido, perché ho avuto la "fortuna" di vivere "nel migliore dei mondi possibili" e di riuscire pure a "fallirvi". E' la mia incapacità che mi ha rovinato, la mia incapacità di passare gran parte del mio tempo a leccare terga e a cantare le lodi della democrazia. Mica come quei bambini, che della società capitalistica affluente conosceranno solo la povertà più nera.
       Ci penso un po' su e poi sorrido: voglio la patente, la patente di "fallito", un'autentica, certificata, formale sanzione della mia diversità. Io, un "diverso" che - a differenza di molti altri - alle classi dominanti fa ancora schifo. L'unica medaglia che mi sia davvero guadagnata sul campo.

                                        Piero Visani



       

giovedì 28 febbraio 2019

I buoni consigli

       Quando si è costretti a chiudere, per crisi, una piccola società, la peggiore iattura non è quella del ritrovarsi più o meno a piedi in età non propriamente giovanissima, ma doversi sorbire i moralismi di quelli che si sentono in dovere di gratificarti di "buoni consigli": cosa avresti dovuto fare, perché, per come, etc. etc.
       Inutile spiegare "mi sono tenuto lontano da voi perché mi facevate semplicemente schifo", oppure perché la captatio benevolentiae non è al vertice delle mie politiche. Ho parecchi anni, ho vissuto periodi diversi, sono sempre sopravvissuto, bene o male. Solo a partire da una certa data sono incappato in politiche intese solo ed esclusivamente a farti fallire, per eccesso di carico fiscale o per sparizione del tuo mercato di riferimento. Ne ho preso atto e - mi dicono - avrei fatto alcuni "salti nel vuoto".
       Mi permetto di dissentire. Non è propriamente così. Quando ti spingono deliberatamente sull'orlo di un precipizio, non hai molta scelta: o ti vendi o ti butti. Esclusa la prima ipotesi, mi è rimasta la seconda. Ora scopro che è colpa mia. Probabilmente è così, ma i salti nel vuoto sono preferibili, in ogni circostanza, al servaggio o alla schiavitù.
       In definitiva, è quello che non riescono a comprendere i "democrats" di certi comportamenti populisti. Ci avete già distrutto, cari dem, cosa credete che abbiamo ancora da perdere? Avete mai sentito parlare della progressiva proletarizzazione della borghesia? A voi non ha ancora colpito? Bene, buon per voi! Quanto a noi, non abbiamo da perdere altro che le nostre catene: di cosa dovremmo essere preoccupati, dello spread? Il salto nel vuoto, credetemi, è infinitamente più affascinante che il salto nel guano, quello che voi ci avete "generosamente" offerto... Poi, sì, è giusto - come voi dite - che siamo dei "falliti", ma ce ne faremo una ragione. Con l'acqua (o forse non è proprio acqua...) ben sopra la gola si ragiona meglio, molto meglio...

                               Piero Visani




                          

martedì 26 febbraio 2019

Scrivendo una prefazione

       Sto scrivendo la prefazione di un saggio di storia militare. Leggo molto perché non c'è nulla che mi infastidisca di più del farsesco atteggiamento dell'"uno vale uno". Cerco di salire a valere almeno due, così potrò essere sostituito fin da subito per manifesto inegalitarismo...
      Leggo così che, nel febbraio 1812, quando la Prussia, sotto il peso dell'imposizione napoleonica, fu costretta ad allearsi con la Francia contro la Russia, il maggiore Carl von Clausewitz - contrarissimo a quell'imposizione, che gli pareva bloccare ogni possibilità di rinascita della Prussia stessa dopo la catastrofica sconfitta di Jena (1806) - decise, con pochi altri ufficiali del suo Paese, di recarsi in Russia per mettersi al servizio dello zar.
       Seppure gratificato del prestigioso incarico di istruttore militare del principe ereditario Federico Guglielmo, von Clausewitz decise di fare egualmente una scelta dalla quale non aveva nell'immediato alcunché da guadagnare e scrisse al suo pupillo, per chiudere le sue lezioni, le seguenti, memorabili parole:

       "Anche quando le probabilità sono contrarie, non si deve sempre considerare una impresa di guerra impossibile e irragionevole: essa è giustificata quando non si può fare di meglio e quando si impiegano nel modo migliore i deboli mezzi disponibili.
       Affinché non manchino in simili momenti la calma e la fermezza, qualità che la guerra tende a smussare e senza le quali divengono inutili le più alte qualità dello spirito, è necessario rendersi familiare il pensiero di perire con onore. Occorre nutrire costantemente questo pensiero perché ci divenga del tutto abituale. Siate convinto, Monsignore, che senza tale ferma risoluzione, nulla di grande si può fare, anche nella guerra più fortunata, e tanto meno nelle avversità. Nella memorabile giornata del 5 dicembre (1757) Federico II ardì attaccare gli austriaci a Leuthen appunto perché era deciso a morire con onore alla testa dei suoi soldati, e non già perché calcolasse di vincere impiegando nella battaglia l'ordine obliquo".

       Rifletto un attimo su queste auree parole e comprendo perché, nel silenzio del mio studio, ho sempre preferito la riflessione sulla storia a molte altre attività: perché in tal modo ho avuto il privilegio di poter scegliere i miei compagni di viaggio tra i leoni, non tra le iene...

                            Piero Visani



venerdì 22 febbraio 2019

Similitudini storico-tattiche

       Notte fra sabato 17 giugno 1815 e domenica 18. Piana di Waterloo (Belgio). Pochi, nell'armata anglo-olandese al comando del duca di Wellington, riescono a dormire, in previsione della battaglia dell'indomani. Tra i membri più giovani dello Stato Maggiore britannico serpeggiano ansia e inquietudine, e alcuni si arrischiano a chiedere al "Duca di Ferro" che cosa prevede che succederà l'indomani, che cosa faranno i francesi. Quest'ultimo, con il suo tono altero e distaccato, sorride sommessamente e dice: "Verranno avanti nella solita vecchia maniera e noi li sconfiggeremo nella solita vecchia maniera".
       Forse la sicurezza di "Welly" sfiorava la sicumera, ma egli - come comandante - doveva preoccuparsi di dare fiducia agli uomini al suo comando e, al tempo stesso, i lunghi anni della Guerra Peninsulare in Spagna e Portogallo (1808-1814) lo avevano reso pienamente consapevole del fatto che gli attacchi francesi in colonna di battaglione, costantemente iterati su ogni campo di battaglia, erano stati costantemente stroncati, anche nelle situazioni più difficili, dallo schieramento in linea delle truppe britanniche, che in tal modo potevano sviluppare un volume di fuoco nettamente superiore a quello dei loro avversari e, di conseguenza, li costringevano alla ritirata a causa delle molte perdite che infliggevano loro.
       Mutatis mutandis, trasformate l'incipit di questa frase con "Staranno indietro nella solita vecchia maniera e noi etc. etc.". Il "Cholo Simeone" non ha combattuto la Guerra Peninsulare, ma ha certamente visto il modo con cui Manchester United, Young Boys e Atalanta avevano sconfitto la Juventus. E - sapendo che il calcio NON è un "gioco semplice" - ne ha tratto qualche prezioso insegnamento tattico...

                    Piero Visani



Il giardino dei semplici

       Ormai è un mantra: "il calcio è un gioco semplice"; "la medicina è una cosa semplice" (con il corollario: "io me la sono studiata su Internet"...); "la scienza è una montatura"; e via vaneggiando. E' tutto "semplice", basta essersi "laureati alla scuola della vita" o - se va un po', ma poco, meglio... - in Rete.
        Ora io non nego che ci siano delle componenti non infondate in talune affermazioni anti-culturali, del tipo "quello ha preso due laure ma non capisce assolutamente niente". Chi scrive, ad esempio, potrebbe costituirne uno splendido esempio. Tuttavia, lo studiare tanto, oltre ad avermi fuso il cervello, mi ha anche fatto comprendere che di semplice, a questo mondo, esiste praticamente nulla e mi ha pure insegnato ad accostarmi ai problemi seguendo un metodo.
       Secondo testimonianze fornite ovviamente a posteriori (dirlo in altri momenti avrebbe messo a repentaglio carriere...), Gigi Maifredi, quando era allenatore della Juventus, esauriva il suo contributo tattico con una frase rimasta celebre: "Andate in campo e fategliene quattro!". Sappiamo bene come andò a finire. Il molto più blasonato Massimiliano Allegri certo non proferisce una frase del genere (basta guardare come giocano solo in difesa le squadre da lui allenate), ma è un altro estimatore del fatto che "il calcio è un gioco semplice": o segni oppure non segni. Il fatto che si arrivi a segnare, oltre che per un rimpallo sui glutei di qualche attaccante, anche adottando precise tattiche per portare i propri giocatori al tiro e per liberarli in modo da consentire loro di farlo nel migliore dei modi (problematica sulla quale sono state scritte centinaia di testi) è questione che neppure lo sfiora, a testimonianza che non pochi, tra i peggiori allenatori della storia del calcio, sono stati ex-calciatori...
       In ambiti un po' più rarefatti, il problema si pone in termini analoghi: un cuoco dilettante, capace di fare un discreto arrosto, già si sente Paul Bocuse, per non parlare di chi discetta sul fatto che la politica è semplice (ma "che ce vo', a farla"...) e sull'inevitabile corollario di questo atteggiamento verso la vita, perfettamente riassunto dalla frase: "uno vale uno", quella per cui chiunque può fare qualsiasi cosa, non servono competenze, tirocini, esperienze, etc., e così porta al governo i Di Maio, i Salvini, i Renzi, i Berlusconi, etc. etc. etc.
       In realtà, se solo si è un po' vissuto, è facile capire che nulla è semplice: l'unica cosa semplice, forse, è coltivare nel proprio animo questo assurdo pensiero riduzionistico, che non fa troppi danni fino a che non ha bisogno (o motivo...) di confrontarsi con la realtà - quella vera, dura, aspra, difficile. Dopo, dal "Cholo" Simeone a tanti altri, in ogni campo, sono stati in tanti a insegnarci che "gli otto milioni di baionette", se mai li avessimo avuti, sarebbero stati del tutto inutili in una realtà dominata dai carri armati, dai bombardieri e infine dalla bomba atomica. A meno che, come fece lo Stato Maggiore italiano nel 1939-40, sollecitato a studiare la Blitzkrieg germanica, rifiutò di aprire il dossier al riguardo perché si trattava di una dottrina in fondo "semplice", di cui ci si sarebbe occupati dopo la guerra. Sappiamo come andò a finire, ma non ci ha mai insegnato niente, perché studiare è fatica, tanta. E non è per niente semplice...

                           Piero Visani




lunedì 18 febbraio 2019

"In medio stat virtus..."

       Questa massima non mi è mai piaciuta, intrisa com'è di (in)sana cultura moderato-democristiana. Però ho pensato - ma credo che prima di me l'abbiano pensato in molti - che la massima stessa si rivaluta se abbinata ad una pratica gestual-digitale non finissima, ma estremamente eloquente e concettualmente densa. E, di colpo, la massima ai miei occhi si è (parzialmente) rivalutata...

                      Piero Visani

L'"odio assoluto"

       Vittima di un deplorevole tentativo di aggressione nel corso di una recentissima manifestazione dei gilet gialli, l'intellettuale francese Alain Finkelkraut ha dichiarato di essersi sentito oggetto di un "odio assoluto". Premesso che un atto del genere è del tutto privo di giustificazione, sono rimasto sorpreso dal riferimento all'"odio assoluto", perché è evidente che - pur se Finkelkraut ha sottolineato che non è la prima volta che gli accade - sorge spontaneo l'interrogativo di che cosa si aspettino le classi dirigenti europee dopo le politiche che hanno svolto in questi anni.
       E' possibile che, nel caso di Finkelkraut, la componente antisemita possa avere svolto un ruolo, anche di rilievo, ma - detto questo - rimane l'interrogativo di che cosa si possa ottenere diffondendo a piene mani disoccupazione, povertà, tasse, lavori remunerati in maniera sempre più insufficiente, e così via. Certamente, per una politica del genere, continuerà a non mancare il consenso di quanti ne sono in vario modo beneficati, ma costoro sono pochi e in continua diminuzione. Per gli altri, fin quando possibile funzioneranno gli spauracchi dell'antisemitismo e della violenza fine a se stessa,  sempre utili con la classe borghese, ma poi - e questo è l'interrogativo di fondo - quando borghesi non ce ne saranno più a seguito del completamento del deliberato processo della loro proletarizzazione e il proletariato non sarà neppure più lumpenproletariato, come già è oggi, ma una massa di disperati non in grado di unire il pranzo con la cena, e magari di doverle saltare entrambe? Ovvio che non siamo ancora a questo, ma si vedono segnali significativi di inversioni di tendenza?
       Il riferimento alla grande bontà delle brioches, tipico dei beati possidentes attuali (che continuano a cibarsene con gusto...), è destinato a funzionare sempre meno con chi non riesce neppure più a procurarsi il pane, o al massimo solo quello. Un tempo si diceva che "chi semina vento raccoglie tempesta". Il detto non vale più, oggi, o forse è più attuale che mai?

                                 Piero Visani



domenica 17 febbraio 2019

Traduzioni "all'italiana"...


       Ho preferito chiudere la mia società - che faceva, tra l'altro, anche traduzioni - perché costavo troppo e perché, pur discretamente competente in campo militare, da tempo si è imposta la logica per cui "uno vale uno" e il campo del lavoro è stato forse il primo dove detta logica si è affermata di prepotenza (ben prima dell'emergere del M5S).
       Ho raccolto ovunque, nel settore delle traduzioni, un florilegio di mostruosità davvero sbalorditive, ma su un libro acquistato stamane ("Cambrai 1917", di Alexander Turner, tradotto in italiano - si fa per dire... - da tale Annalisa Magri, e comparso in una collana in teoria prestigiosa come "La grande biblioteca militare della Prima guerra mondiale", che dovrebbe consistere nella versione italiana (a cura di RCS Mediagroup) di libri pubblicata in origine da un'editrice serissima come la Osprey Publishing inglese, leggo (a p. 72, oltre a continui errori su nomi di reggimenti "aut similia") una topica da Premio Nobel dell'ignoranza: la concessione della massima decorazione militare britannica, la "Victoria Cross", con la motivazione "for gallantry" (cioè "per coraggio, per ardimento") tradotta in "per galanteria" (!!!!!!!!!).
       Dopo omeriche risate e qualche riflessione un po' più amara, la curiosità mi ha spinto ad utilizzare "Google Translator", non propriamente noto per essere un traduttore elettronico affidabile (ammesso e per nulla concesso che ne possa esistere uno), e ho scoperto che il medesimo traduce per l'appunto "for gallantry" in "per galanteria"....!!!
       Poiché le mie insufficienti letture marxiane mi fanno comunque ricordare che "alla base dell'accumulazione primitiva c'è il furto", direi che pagare 9,99 euro per un libro tradotto con topiche di questo livello è davvero un furto. Un minimo di editing, effettuato da qualcuno con qualche conoscenza non militare, ma di inglese, avrebbe evitato figure di purissimo guano come questa.
       Gli editori italiani sono in continua polemica, da qualche tempo a questa parte, con le fake news. Mi permetterei di suggerire loro - ma purtroppo costa... - anche un po' di impegno nella lotta contro le fake translations. Si eviterebbero, forse, cantonate mostruose come questa, che indicano, tra l'altro, un disprezzo assoluto per i lettori, trasformati in semplici pagatori dell'assoluto Nulla. Complimenti alla traduttrice e a RCS Mediagroup!

                                   Piero Visani



sabato 16 febbraio 2019

Messaggi trasversali


       So anche fin troppo bene, per esperienza personale diretta, come funzioni la predisposizione delle rassegne stampa in ambiti istituzionali e so quasi altrettanto bene che nei partiti attuali a farla da padrone è l'orgogliosa rivendicazione dell'"analfabetismo di andata" (quello di ritorno sarebbe già chiedere troppo...). Tuttavia, mi permetto di segnalare, a pagina 26 del quotidiano "La Stampa" di oggi, l'articolo di Kim R. Holmes, vicepresidente esecutivo della Heritage Foundation (non proprio un "think tank" di secondo piano, con sede a Washington D.C.), recante il significativo titolo di "Italia-USA, le opportunità da cogliere".
       Non sono propriamente un filo-americano e tuttavia ritengo che, quando si è molto deboli - come è oggi l'Italia - le partite di politica internazionale vadano giocate su molti tavoli, con cinismo, spregiudicatezza, obiettivi strategici e possibilità di ampie divagazioni tattiche, per guadagnare il massimo risultato possibile da una "guerra di movimento", anzi da forme di guerriglia (metaforica, ovviamente) le più non convenzionali possibili, tenendosi lontani dai partiti presi, dalle forme statiche, dal rischio di essere in qualche modo "incasellati".
       Mi permetto quindi di suggerire la lettura di questo interessante articolo. Ovviamente è un classico "Cicero pro domo sua", ma credo sia utilissimo sapere (e certamente i politici italiani NON lo sanno) che la politica internazionale è un grandioso "mercato delle vacche", dove l'unico principio cui attenersi è quello dell'interesse nazionale, sempre e comunque. La tragica mancanza di una cultura del conflitto (metaforico) consente non solo ai nostri figli più ingenui (à la Giulio Regeni, per intenderci) di finire tragicamente male, ma da tempo sta rischiando di farci fare la stessa fine come Paese. Tenerne conto non sarebbe male e, per tenerne conto, occorre leggere, anche se so che è faticoso e porta via tempo. Ma "nessuno nasce imparato" e - se lo sapeva il grande principe Antonio de Curtis, in arte Totò - è strano che non lo sappiano i piccoli guitti attuali. Per parafrasare il grande Vladimir Ilic Ulianov, in arte Lenin: "studiate, studiate, qualcosa resterà" e magari imparerete pure a fare la "grande politica", non solo la piccola...

                                Piero Visani






venerdì 15 febbraio 2019

Piero Visani, intervista sulla guerra a "L'intellettuale dissidente"

       L'amico Valerio Alberto Menga, partendo dal mio libro "Storia della guerra dall'antichità al Novecento" (Oaks Editrice, Milano 2018), ha pubblicato su "L'Intellettuale Dissidente" un'intervista al sottoscritto che mi permetto di riprendere nel mio blog, ringraziandolo sentitamente.

                           Piero Visani


giovedì 14 febbraio 2019

Scuole di partito

       Assistendo agli "incidenti di percorso" pressoché settimanali in cui incappano esponenti locali (e non solo...) del centrodestra in termini di comunicazione politica, mi chiedo a che cosa servano le "scuole di formazione politica" che - mi dicono - si tengono ogni tanto qua e là. A giudicare dai risultati, direi che servono soprattutto agli avversari politici a sparare a zero contro casi di "imbecillità politica manifesta", che costringono poi i vertici dei partiti stessi a smentire i loro rappresentanti periferici e ad allinearsi prontamente alle logiche del "politicamente corretto" (dunque un caso di duplice successo a costo zero per gli avversari stessi).
       Una tesi vuole che si tratti di espedienti "machiavellici" utilizzati per dire o fare cose che altrimenti non verrebbero dette o fatte, ma a mio parere si tratta di tesi debolissima, perché il carico di guano mediatico che viene portato a casa è nettamente superiore, sotto il profilo dell'immagine, a ciò che si guadagna in termini di clamore negativo, sempre mediatico.
       C'è chi sostiene che, in questo modo, si parlerebbe alla "pancia" del Paese e dunque sarebbe una soluzione e contrario per fare nuovi accoliti, ma resta il fatto che parlare sempre alla "pancia" e mai - ma proprio mai - al cervello dei cittadini non porta da alcuna parte e non costruisce né una cultura politica, né una metapolitica, e tanto meno conduce alla costruzione di un humus su cui si possa costruire qualcosa. Porta, al limite, a una ripetizione del "caso Renzi" (che pure godeva di ben altri supporti metapolitici), vale a dire da oltre il 41 per cento dei consensi a circa il 17, a stare larghi, abbinato a un'ostilità personale assai tangibile.
       In ogni caso, le "scuole di formazione politica" si susseguono, anche se con non grande frequenza, e davvero sarei curioso di sapere che cosa si insegna al loro interno, sotto il profilo della comunicazione e soprattutto della sua interazione con i valori della società. A me pare che il capitolo "eterotelìa", o "eterogenesi dei fini", sia un po' trascurato, ad occhio...

                      Piero Visani




                                

lunedì 11 febbraio 2019

Minima militaria

       Vedo stupore, dubbi, quesiti in merito a una certa fotografia relativa ad un incontro (e ad un inchino) tra il presidente della Commissione Europea Juncker e il presidente del Comitato militare dell'Unione Europea, generale Graziano.
       Mi stupisco dello stupore. E' solo l'assoluta estraneità a certi ambienti che può indurre a nutrire stupore per gesti, a volte anche un po' troppo accentuati, che però interpretano al meglio una filosofia d'ambiente, la spiegano e la motivano. In una parola, se si procede in carriera a forza di inchini, talvolta può scapparne uno un po' troppo accentuato. Mai confondere l'epifenomeno con la struttura, ma ricordarsi che l'epifenomeno spesso la illustra al meglio...

                         Piero Visani

Il "laboratorio" Sanremo

       Un tempo si diceva: "si parva licet componere magnis", vale a dire "se è lecito paragonare le piccole cose alle grandi". Magari non succedeva, ma il Festival di Sanremo (che in Italia è cosa grande) ha indicato e aperto una via per la politica e la democrazia (che in Italia sono cose piccole e poco importanti).
       Come si fa a prendersi gioco del voto popolare? Basta escogitare un meccanismo di voto in cui (ah, tragedia, tragedia!!) "uno non vale uno", ma ci sono "gli ottimati" il cui voto vale di più, in quanto "unti e bisunti" non più da "madonna democrazia", ma da "madonna aristocrazia". Con questo semplice meccanismo, è facilissimo fare vincere chi si vuole, in particolare chi sia più conforme alla cultura dominante e al pensiero unico.
       Nessuno stupore da parte di chi - come chi scrive - ha un'opinione della democrazia un po' inferiore a quella della meno gettonata delle peripatetiche o conosce come si è fatto, per decenni, in Irlanda del Nord a fare vincere gli unionisti e non gli indipendentisti (qualcuno ricorda la democraticissima pratica del gerrymandering...?).
       In fondo, come tutti i principi, anche quello di "un uomo, un voto" è modificabile. Quando lo si poteva gestire con il monopolio metapolitico, uno sforzo del genere non era necessario: ci pensavano il sistema mediatico e le altre componenti di una strategia dell'egemonia. Ora che quel monopolio è rotto, o forse addirittura infranto, serve altro, serve un "moltiplicatore di forza" per chi non è più così forte come un tempo, ma non vuole comprensibilmente perdere una fettina di potere. I "democrats", quando li metti alla prova, si scoprono sempre una via di mezzo fra autoritari e totalitari, ma a loro quella posizione per nulla democratica è consentita in quanto detentori - per grazia ricevuta - di una enorme "superiorità morale" di cui noi, poveri underdog, non siamo in alcun modo depositari.
       A Sanremo, in definitiva, è stato riportato in auge un modello di voto che serve a salvare un regime quando è in crisi e che è sintetizzabile à la marchese del Grillo: "io sono io e voi non siete un c...o". Quanto profondo pensiero "democratico" trasuda questa splendida affermazione, nella sua infinita chiarezza! Per fortuna, almeno il nuovo presidente della Rai pare essersene accorto. Notazione per chi fa politica: lo "spoils system", in una democrazia dell'alternanza, è la primissima cosa che serve. Tutto il resto viene dopo. Altrimenti vinceranno sempre gli stessi.

                                       Piero Visani





domenica 10 febbraio 2019

Dal 10 all'11 febbraio

       Nel giusto moltiplicarsi di commemorazioni sulle foibe e l'esodo (forzato) degli italiani da Istria e Dalmazia, mi permetterei di aggiungere - da "bastian contrario", che è una peculiarità caratteriale che rivendico molto volentieri - che domani, 11 febbraio, ricade il novantesimo anniversario dei Patti Lateranensi e del Concordato tra Stato e Chiesa.
       Data per me epocale perché, in poco meno di un decennio (23 marzo 1919 - 11 febbraio 1929), un movimento politico nato con un'ideologia rivoluzionaria passava con la massima disinvoltura dal programma di "svaticanizzare" l'Italia alla Conciliazione, assumendo dunque le caratteristiche di movimento autoritario moderato-conservatore, una sorta di franchismo ante litteram, il quale, non contento di essere sceso a patti con la monarchia sabauda, ora sceglieva come secondo "compromesso storico" quello con il Vaticano.
       Nella mia visione del mondo, ai compromessi si acconciano i molto forti e i molto deboli: i primi perché sanno che, a gioco lungo, saranno sempre loro a trionfare, facendo decantare e spegnere l'eventuale carica rivoluzionaria di coloro con cui li stringono; i secondi perché non sono convinti (o non sanno...) di quel che fanno e sperano, in tal modo, di spegnere ostilità che potrebbero essere virulente e potenti, nella pia illusione di riuscire a gestirle e a controllarle, come infatti il regime fascista scoprì poi con chiarezza il 25 luglio del 1943...
       Ecco, dovessi menzionare una data subito dopo le comprensibili celebrazioni odierne, ricorderei con forza quella di domani, perché è un classicissimo caso di "partirono preti (è corretto scriverlo, direi) e tornarono curati". E infatti...
      Nessuna svaticanizzazione, nessunissimo "imperialismo pagano", solo un po' di lotta (forse vittoriosa, o no?) contro i "boy scout". Chi si contenta muore e, se non lo sa, glielo faranno scoprire alla prima occasione...

                       Piero Visani




                                                       

giovedì 31 gennaio 2019

Una nuova lotta di classe

      Se si compie un'accurata disamina di taluni importanti profili di Facebook, si nota subito che le problematiche di carattere economico/finanziario sono del tutto espulse dalle narrazioni dei "beati possidentes". Naturalmente costoro parlano di problemi economico-finanziari (e come potrebbero astenersi dal farlo...?), ma in genere ciò accade o per cantare le lodi dell'economia di mercato, oppure per ricordare ai sudditi/schiavi che ci sono tasse e balzelli da pagare, e prescrizioni rigoristiche da osservare, "per superare la crisi"...
       Le cause di tale enorme diversità rispetto alle narrazioni degli underdog, cioè di quella larga fascia di popolazione che deve preoccuparsi soltanto più di sbarcare il lunario e sempre meno riesce a farlo, per cui ne parla di continuo, deriva essenzialmente dal fatto che i primi - fortunati loro! - non hanno assolutamente problemi di questo genere e, di conseguenza, non riescono a considerarli rilevanti neppure se volessero farlo. Per le loro vite, infatti, le problematiche legate alla mancanza di denaro non hanno significato alcuno. Quel denaro per alcuni c'è in abbondanza e, per altri, bene o male c'è ancora, anche se magari soffrono per il forte declino del ceto borghese, ormai in via di estinzione. Per tutti gli altri, invece che "il fascino sottile della borghesia" è rimasto solo quello, decisamente meno sottile, della povertà.
       Normale, in circostanze del genere, che riprenda significativamente quota l'odio di classe, quello che dispiace tanto agli industriali italiani, pronti a deplorarlo in termini non meno forti di quanto sono impegnati a costruirsi, con l'immigrazione non regolamentata, un esercito industriale di riserva che possa consentire loro di produrre a tariffe sempre più basse, senza minimamente preoccuparsi di fare investimenti in tecnologie e innovazione. Hanno quindi ragione a dire - come si legge sui giornali di oggi - "basta con il clima d'odio!". Cesserebbe in fretta, tale clima, se invece che pie illusioni essi distribuissero lavoro e stipendi non da tratta degli schiavi. Qualsiasi scelta estranea a queste ultime è a fortissimo tasso di rischio e che cosa accadrà, continuando in questa caduta libera, lo scopriremo solo vivendo e nessuno può dirsi certo che sarà una bella scoperta...

                           Piero Visani




lunedì 28 gennaio 2019

Non mettersi sulla linea di tiro... - 2

       Dopodomani, 30 gennaio, ricorrerà il 47° anniversario del Bloody Sunday di Derry, in Irlanda del Nord (30 gennaio 1972).
       Allora come ora, i "figlio di un dio minore" di ogni genere e provenienza, coloro i quali non si riconoscono nelle democrazie dell'alta finanza e della disuguaglianza eletta a legge, devono stare molto attenti a non mettersi sulla linea di tiro dei "cani da guardia" delle democrazie guidate, altrimenti salteranno occhi, denti, e anche vite, ma tutto per continuare a darci la possibilità - ovviamente se saremo "usi a servir tacendo" - di continuare a vivere nel "migliore dei mondi possibile", quello dove i "loro" morti valgono milioni e i "nostri" neppure appartengono al genere umano e guai a cercare di rivendicarne un'appartenenza. "Non state dalla parte del 'Bene', signori miei, ergo toglietevi dalla linea di tiro, perché non ve lo diremo una seconda volta...!".
       Com'è già che si chiama questa farsa? La "superiorità morale"? Lasciateci esportare la democrazia a suon di pallottole. E' ciò che sappiamo fare meglio...

                                                                 Piero Visani



mercoledì 23 gennaio 2019

Coincidenze/convergenze

       Nel mentre stavo scrivendo il capitolo 11 (incentrato sull'attacco americano all'Iraq del 2003 e la guerra asimmetrica) del mio nuovo libro, dedicato alla Storia della guerra nel XX secolo (Oaks Editrice, Milano), di prossima pubblicazione, mi sono imbattuto in una frase del generale dei Marines James Mattis, ex-segretario alla Difesa dell'amministrazione Trump. L'avevo già letta da qualche parte, ma me l'ero dimenticata. La frase suona così:

"Be polite, be professional, but have a plan to kill everybody you meet".

       Questo è quanto egli insegnava ai suoi Marines, ma devo dire che, come principio, non è male in assoluto. Non è aggressivo, non è offensivo, semmai è rigorosamente difensivo. Non nega la possibilità di istituire legami di vario genere con il prossimo, ma sottolinea l'estrema importanza, nel mondo contemporaneo, di stare in guardia, di essere pronti a difendere se stessi e i propri spazi, in forma auspicabilmente risolutiva.
       Mi sono appuntato la frase, se non altro perché detesto il "buonismo" e amo invece il realismo politico/militare.
       Considerato un intellettuale, proprietario e avido lettore di una biblioteca di studi militari composta da parecchie migliaia di libri, "Mad Dog" Mattis ha ai miei occhi un altro grande merito: considera le presentazioni in "Power Point" (di cui molti ambienti, non solo quello militare, vanno pazzi) una colossale stupidata, superficiale e scioccamente prona alle esigenze della cultura visiva, che non consente - in quanto tale - di approfondire niente e di capire meno. So che piace a molti, in molti ambienti, e la cosa non mi sorprende, visto il livello complessivo...

                   Piero Visani