martedì 21 maggio 2019

Sovranismo... amatoriale

      L' "incidente stradale" in cui perse la vita Joerg Haider non è stato un "messaggio" sufficientemente forte per i "sovranisti" austriaci della FPO, con in testa il vice-cancelliere Heinz-Christian Strache. Il "monito", all'epoca, era stato chiaro, ma il dilettantismo sovranista è ormai una costante in varie parti d'Europa.
       Abituati a giocare con le paure della gente, ma del tutto privi di un qualche senso del conflitto e/o del tragico, i due massimi dirigenti di quel partito si sono fatti "pizzicare" mentre, nel 2017 (!), facevano affari non necessariamente adamantini e tanto meno "sovranisti" (visto che avrebbero potuto danneggiare, in una certa misura, gli interessi nazionali) con una presunta (molto presunta...) ereditiera russa in una villa di Ibiza evidentemente affittata ma non "bonificata" da possibili, indebite presenze.
       Trovo divertente questo agire da "turisti per caso", alla disinvolta ricerca estiva di affari non propriamente adamantini e - chissà - magari anche di meretrici, nel caso fosse auspicabilmente possibile prendere "due piccioni con una fava"...
       Qualcuno - inspiegabilmente - continua a "parcheggiarsi" nella vita privo di senso dell'opportunità, di senso del tragico, della consapevolezza di avere nemici anche potenti, nella falsa convinzione di poter evitare tutto, con una trascuratezza che dovrebbe stupire, in politici navigati. Per contro, chi li vuole colpire registra, filma, prepara dossier e poi li tira fuori al momento più opportuno, con conseguenze disastrose per i diretti interessati.
       Non importa, nel caso di specie, chi abbia voluto colpire questi "sovranisti per caso". Stupisce il loro stare al mondo come politicanti di quarta serie, per nulla consapevoli del gigantesco scontro in atto, pronti a barattare un'idea (ammesso e per nulla concesso che ne abbiano una...) "per un po' di milioni" e per un po' di sesso (neppure garantito, a priori).
       Trovo preoccupanti lo squallore e la modestia del tutto, ma questa è la politica in Europa, oggi, e questo è il sintomo più grave di una fuoriuscita definitiva dalla Storia. Sovranisti o meno, sono tutti politicanti da strapazzo.

                             Piero Visani



giovedì 9 maggio 2019

"Gaudeamus igitur, Juven[tus] dum sumus"

       Non so che cosa sia successo, non so se la decisione sia definitiva. So che vedo le partite della Juventus da 5 anni e soffro, soffro sempre di più. Vedo la Champions League, l'Europa League, i Mondiali, gli Europei. Dunque sono un appassionato.
       Non ne capisco niente di calcio - diranno giustamente gli addetti ai lavori - però mi permetto di sottolineare che alcuni tra i più grandi allenatori della storia di questo sport NON hanno fatto il calciatore prima di sedersi su una panchina.
       Mi sono sempre chiesto, vedendo giocare la Juventus, come mai un certo signore ci fosse rimasto così a lungo: vinceva - è vero - ma come? Io non condivido il pensiero juventino/bonipertiano che "vincere sia l'unica cosa che conti". Tutt'altro. Penso che giocare bene, possibilmente molto bene, sia decisamente preferibile e conduca a vittorie vere, durature, non sul campo del Frosinone (con tutto il rispetto per il Frosinone e i suoi tifosi) o del Chievo (stesso discorso).
       In Europa, la Juventus di Allegri ha sempre sofferto, oltre che di cronica carenza di gioco, di mancanza di intensità, di corsa, di "garra", di partecipazione emotiva all'evento. Tant'è vero che, quando nel luglio scorso venne acquistato Cristiano Ronaldo, dissi a mio figlio - che ne è testimone - che "se il presidente Agnelli pensa di vincere la Champions League con CR7, ma tenendo Allegri, si sbaglia di grosso".
       E' facile essere facili profeti. Allegri ne aveva già perse due, di Champions League, aggiungendo allori alla lunga lista di insuccessi europei della Juventus, proprio perché - nel momento in cui, grazie alla presidenza di Andrea Agnelli, la squadra si dava consistenza economica, fatturati, marchi e ambizioni da squadra europea/mondiale di primissimo rango - si teneva un allenatore modestissimo, speculativo, privo di un'idea di gioco che non fosse qualche invenzione estemporanea e saltuaria, utile magari a vincere qualche partita o il campionato italiano, ma nulla più. Un allenatore che non pareva (e non pare) essersi reso conto che il calcio è cambiato, che non è un gioco semplice ma un gioco terribilmente tattico, e dove l'acquisizione costante di automatismi serve a fare tutto più in fretta e con meno errori.
       Le due splendide semifinali di Champions League di ieri e l'altro ieri, giocate con un'intensità formidabile da tutte le squadre coinvolte (fatta probabilmente eccezione per il Barcellona) dimostrano che nel calcio europeo si è da tempo aperta un'altra era e che, per esserne all'altezza, occorrano allenatori con idee meno datate e - come minimo - con almeno UNA idea di gioco.
       Se - come pare, anche se non è ancora certo - Allegri se ne andrà, si chiuderà una parentesi di brutture, utili per chi si contenta di scudetti e Coppe Italia, mentre ben altri sono i trofei da conquistare oggi e nel calcio del futuro. Serve qualcuno che conosca, ami e respiri l'aria totale e totalizzante della modernità, con i suoi ritmi intensissimi, i suoi allenamenti prolungati, i suoi schemi collaudati. Poi, certo, la palla può entrare o meno - come dicono i fautori del tradizionalismo calcistico, sempre ignorante, autoreferenziale e soddisfatto di sé, come lo sono sempre tutti gli stolti -. Ma il futuro ha bisogno di ben altro, ha bisogno di ossessioni, esasperazioni e tanta, tantissima "garra".

                          Piero Visani





mercoledì 8 maggio 2019

L'alieno (contento di esserlo)

       Sono nato ad Aosta nel 1950, da padre romagnolo e madre valdostana. Sono venuto a Torino a inizio 1956 e vi ho fatto tutto il mio ciclo di studi, fino alla laurea.
       Ho conosciuto la città e la sua borghesia all'inizio del ginnasio, quando aver respirato l'aria del liceo classico statale "Massimo d'Azeglio" non mi portò ad aderire all'antifascismo imperante colà, ma a iscrivermi alla "Giovane Italia", all'epoca l'organizzazione giovanile del Msi.
        Intendiamoci, ero più nazionalista e patriota che fascista, ma del liberalnazionalismo torinese detestavo il fatto che erano torinesi. Si respirava - nelle loro ristrettissime file - lo stesso aere che si respirava nelle (allora) austere aule del "d'Azeglio". Un'aria di conformismo, un fetore di stantio, un razzismo strisciante ma fortissimo ("lei come nasce? Dove abita? Cosa fa suo padre?"). E, una volta appurato che il sottoscritto non abitava né in collina, né in precollina, né in Crocetta, ma nelle vicinanze dello Stadio Comunale, cioè a cavallo tra i quartieri di Santa Rita e Mirafiori, lo si classificava subito nel ceto della piccola borghesia impiegatizia o - horribile dictu! - nella classe operaia, tanto amata a livello teorico dall'alta borghesia "illuminata" torinese, a condizione - ça va sans dire - di non doverne incontrare mai gli esponenti e tanto meno i figli. "Operaisti" sì, ma immaginari...
      Io poi - di famiglia piccolo borghese ma economicamente in ascesa, grazie alle doti di mio padre - portavo una seconda "stella gialla": ero un "fascista", dunque non meritevole di alcunché: né di inviti a feste né di favori sessuali (quest'ultimi, peraltro, elargiti - le rare volte in cui accadeva - con il senso sparagnino del risparmio che ha sempre caratterizzato il ceto dirigente cittadino, figlie del medesimo incluse).
      Acceso odiatore del conformismo, vedevo in costoro gli stessi soggetti che - in epoca staraciana, cioè nel passato regime - si sarebbero esibiti con "maschia baldanza" nel salto del cerchio di fuoco. Di conseguenza, ho seguito un percorso tutto mio, abituandomi a fare sempre tutto da solo, raccogliendo ampi elogi e promesse di carriera universitaria fino a che - io sono di indole molto futurista... - non feci un outing politico-culturale che mi costò tutto.
      Finii così, quasi per reazione, nell'ambito della Destra torinese, dove - accanto ad alcune eccellenti persone, che ancora oggi mi onorano della loro amicizia - mi ritrovai in un concentrato di "teschi di cazzo" (dire "teste" sarebbe soverchiamente benevolo) da cui presi rapidamente le distanze.
       Negli anni successivi, ho scoperto un universo subalpino di marginali (Costanzo Preve, Francesco Coppellotti, per non citarne che alcuni) che - come me - avevano vissuto, magari su altri versanti, le stesse esperienze e che avevano appreso a loro spese quale sia il peso del conformismo a Torino.
       Come loro, sono sopravvissuto abbastanza brillantemente. Nessuno mi conosce e non ho avuto medaglie al valore, ma neppure le ho cercate. Ma mi diverte vedere che la Torino che protesta contro l'editore di Casa Pound era totalmente silente quando Cesare Battisti veniva al Salone del libro a presentare le sue opere. E ancor più mi diverte vedere il governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino, andare ai cancelli di quel poco che rimane degli stabilimenti della FCA e dover prendere dolorosamente atto che là "non ci sono più compagni, perché tutti votano Lega". Li avete bruciati tutti voi, con il vostro elitarismo codino, che rende aperto quello dei revenants dell'Ancien Régime. Chapeau!
       Se la Destra italiana non confondesse la politica con le tangenti e sapesse che cos'è la metapolitica e come la si sviluppa (ma forse questo è chiedere troppo, senza stringenti verifiche su Q.I. largamente inferiori al minimo), Torino sarebbe un bel terreno di sviluppo. Fiducioso come sono degli esiti della cosa, abito ormai da un quarantennio a Moncalieri...

                                  Piero Visani





martedì 7 maggio 2019

La legittimazione terminale

       A distanza di quasi 75 anni dal 1945, ci si aspetterebbe che la "Banana Republic" attuale avesse qualche altro successo di cui vantarsi: giustizia eccellente, criminalità sconfitta, economia efficace, lavoro per tutti e disoccupazione per nessuno, istruzione di qualità a tutti i livelli, corruzione zero, etc., etc. Per contro, è rimasto solo l'antifascismo, per di più esibito ed esercitato in assenza di fascismo (si rischia meno, dopo tutto...).
      Un risultato francamente miserevole, che - come sempre - privilegia la finzione alla funzione. I cittadini se ne sono già abbondantemente accorti, infatti riservano al tema la stessa attenzione che riservano alla guerra civile tra Cesare e Pompeo, presi come sono da sempre più urgenti problemi di sopravvivenza. La classe politica ancora non c'è arrivata, ma il consenso che raccoglie è in drastica riduzione. Un consiglio d'amico: e trovare elementi seri di legittimazione, invece che le solite farsacce sempre più datate? FARE qualcosa di concreto, invece che evocare regimi passati, morti e stramorti, solo per aver qualcosa da dire?

                                                  Piero Visani





Il riscaldamento globale

     "Se me lo avessero detto prima, che questo era il significato di 'riscaldamento globale', mi sarei preoccupato sicuramente di meno...".
       Ha lo sguardo furbetto e mi strizza l'occhio, il mio fornitore di prodotti energetici, mentre esegue l'ennesimo rifornimento dei medesimi. "Erano anni che non vendevo così a maggio, speriamo che duri!!".
      Dopo tutto, ogni frase ripetuta ad infinito diventa facilmente uno slogan e, in un mondo di [g]retini, l'eterogenesi dei fini non è rara.
      Mentre il mio fornitore di prodotti energetici si allontana molto soddisfatto della seconda versione  possibile dell'espressione "il riscaldamento globale", mi rifugio nel mio studio ad ascoltare "Life on Mars" di David Bowie: "spes ultima dea"...

                       Piero Visani






domenica 5 maggio 2019

Il silenzio degli ignoranti

       Il centrodestra torinese, impegnato a fondo per perdere le elezioni regionali, non ha fatto sentire la propria voce (ma ne ha una...?) sulla questione di Christian Raimo e i suoi tentativi di censura a carico di editori non di sinistra che parteciperanno al prossimo Salone del Libro.
      A parte qualche intervento di esponenti leghisti, sia a livello nazionale sia locale, silenzio assoluto, a non necessaria conferma del fatto che tra il Centrodestra politico e la cultura esiste un'incompatibilità di vecchia data, che non risale al mitico "Wenn ich Kultur hoere, entsichere ich meinen Browning", ma a più recente ignoranza crassa, esibita e rivendicata, più a una totale insensibilità per qualsivoglia problema metapolitico, che non rende strapuntini, ergo - come dice l'ormai non meno mitico presidente brasiliano Bolsonaro - è inutile, al pari della filosofia.
       Non contenti di un'esistenza marginale, sempre pronti a prendersela con il mondo che ce l'avrebbe con loro (senza che essi abbiano fatto mai alcunché per cercare di condizionarlo a loro favore), i centrodestri si preoccupano solo di poltroncine e strapuntini, cioè del massimo delle loro aspirazioni. Sono dei nani e - come diceva il buon Faber del suo non meno mitico nano - "un nano è una carogna di sicuro/ Perché ha il cuore troppo, troppo vicino al buco del culo"...
       That's the end, Folks.

                                Piero Visani





mercoledì 24 aprile 2019

Date a Lucky L. quel che è di Lucky L.

       Non sono mai stato un grande estimatore della comunicazione della Lega, anche se i sondaggì mi danno torto, visto il raddoppio dei consensi ottenuto nel giro di soli dodici mesi. Tuttavia, devo riconoscere che la decisione di Salvini di festeggiare il 25 aprile in Sicilia, celebrando la lotta contro la mafia, è un piccolo capolavoro comunicativo. Si può contestarlo - è vero - e lo hanno già fatto sia le opposizioni sia gli "alleati" di governo grillini, ma non si può spingere la critica troppo in là, perché si dovrebbe ricordare che uno dei principali padri nobili della "lotta di liberazione" è stata la mafia, il che inquina vagamente certe paternità, sia pure solo un po'...
       Non so se questo possa essere considerato un atteggiamento sovranista, e neppure mi interessa, ma mi piace ricordare che l'alleanza tra la mafia e i servizi segreti statunitensi in occasione della preparazione e dell'esecuzione dello sbarco alleato in Sicilia del 10 luglio 1943 - ampiamente documentata in libri come quelli di Carlo D'Este (1943. Lo sbarco in Sicilia, Mondadori, Milano 1990) e Alfio Caruso (Arrivano i nostri, Longanesi & C., Milano 2004) - ha fatto scrivere a uno storico sicuramente di Sinistra come Paolo Maltese le seguenti parole: "Fu, quella, una decisione gravida di conseguenze per la Sicilia e per l'Italia, giacchè il fatto di appoggiarsi ad elementi della mafia, addirittura dando loro una autorità pubblica, porterà poi, come logica conseguenza, a un rafforzamento della 'onorata società', favorendone il potere nelle zone in cui essa tradizionalmente dominava" (Maltese, Lo sbarco in Sicilia, Oscar Mondadori, Milano 1981, p. 140), per approdare, in ultimo, alla nota trattativa Stato - Mafia.
      Trovo intelligente e apprezzabile la decisione di sottolineare non solo che la diatriba fascismo/antifascismo è leggermente datata, ma anche e soprattutto che i "buoni" (o presunti tali) non erano propriamente delle verginelle e, non potendo vantare tra le loro file un prefetto Mori, avevano scelto di avvalersi di un Lucky Luciano e di un Vito Genovese:  à chacun son goût,  ovviamente.
       In definitiva, due ottimi piccioni con una sola fava: in primo luogo, le celebrazioni di regimi sfiatati, anzi sfiatatissimi, sono effettivamente un po' datate, quando non del tutto eteroteliche; secondariamente, i "buoni" erano (e sono) forse un po' meno buoni di quanto amino descriversi e hanno anch'essi alcune facce impresentabili, nell'album di famiglia. Il manicheismo, del resto, non ha mai giovato ad alcuno...

                         Piero Visani