venerdì 12 luglio 2019

Delegittimate, delegittimate, qualcosa resterà...

       Una delle peculiarità della guerra ibrida attualmente in corso è l'attenzione assurda che viene prestata ai suoi contenuti fattuali: nel caso della delegazione leghista a Mosca, nell'ottobre scorso, che cosa essa avrebbe tentato di fare.
       Un approccio del genere non ha alcun significato e tanto meno alcun valore in un contesto di componente mediatica di una "guerra ibrida": ciò che interessa, infatti, non è quello che è accaduto (andare in giro a battere cassa lo fanno tutti i partiti e ci sono illustri precedenti al riguardo...), ma come la presentazione e la rappresentazione di determinate notizie possono condizionare l'agenda setting quotidiano dei media, vale a dire la notiziabilità o meno di quanto viene raccontato (e qui si innesta una formidabile componente di storytelling) al grande pubblico.
       Della notizia in sé, complessivamente alquanto irrilevante, non interessa ad alcuno, ma interessa moltissimo come essa possa essere strumentalizzata e a quali fini.
       Mi viene perciò molto da sorridere quando leggo contestazioni del tipo: "a battere cassa a Mosca ci andava anche il Pci". Certo, verissimo, lo faceva con assoluta costanza e continuità, ma in uno scenario politico-strategico assai diverso dall'attuale e dove le intercettazioni erano assai meno agevoli di quelle attuali, anche perché il mondo era rigidamente diviso in blocchi, non era multipolare come adesso e, all'interno di quella bipolarità, non era in atto una "guerra di tutti contro tutti", che va al di là degli schieramenti, si estende all'interno dei partiti, coinvolge interessi pubblici e altri privatissimi. Senza contare che il Pci dell'epoca poteva contare su un formidabile apparato metapolitico, riempito anche di persone colte e molto capaci, non di media strategist della Val Brembana (con tutto il rispetto per la medesima: la Valle, non la strategy...).
       In definitiva, il primo compito di questo conflitto ibrido/mediatico è l'assoluta delegittimazione dell'avversario e - ancor più - la volontà di sottrargli qualsiasi tipo di iniziativa politico-mediatica, costringendolo COSTANTEMENTE SULLA DIFENSIVA per mezzo di una serie di attacchi che possono anche essere semplici punture di spillo, ma sono costanti e ininterrotti, E LO OBBLIGANO A REAGIRE SEMPRE,  AD AGIRE MAI.
       Non mi sembra che tutto ciò sia nitidamente percepito. Vedo in azione, piuttosto, culture della politica e del conflitto assolutamente primitive, incapaci di cogliere la grande (e grandiosa...) COMPLESSITA' DELLA REALTA' ATTUALE E MENO ANCORA CAPACI DI COMPRENDERE CHE OGGI IL REALE E' UNA DELLE DIMENSIONI MENO IMPORTANTI DEL VIRTUALE.
        SENZA QUESTA ACQUISIZIONE FONDAMENTALE, NELLA GUERRA IBRIDO-MEDIATICA NON SI VA DA ALCUNA PARTE, ma si fa il "punching ball" dell'avversario o, al massimo, gli si fa da "sparring partner", cioè - per parafrasare Paolo Conte (non Giuseppe...) - si diventa al massimo "dei macachi senza storia". Come si finisce per dimostrare ampiamente...

                                      Piero Visani







              

martedì 9 luglio 2019

Pubblicizzate, pubblicizzate, qualcosa si venderà...

       Ogni volta che pubblicizzo il mio libro "Storia della guerra dall'antichità al Novecento" (Oaks Editrice, Milano 2018, 195 pagine, prezzo scontato sui 15 euro), riesco a venderne qualche copia e a risalire nella classifica Amazon di settore (oggi al 55° posto, dopo aver toccato come massimo il 12°). Dovrei tenerne maggiormente conto, ma sono troppo impegnato e forse troppo snob per farlo davvero.
       Ho fatto pochissime presentazioni del libro stesso, anche perché uno dei miei sport preferiti è andare a dire ciò che gli interlocutori NON vogliono sentire (e sapete, no, di quale "pasta" è fatto un intellettuale organico, per cui, pur venendo dalle isole Galapagos, preferirei tenermi lontano da quel tipo di deiezione), però il libro non è andato malissimo, per cui qualche virtù forse poteva averla.
        Ora mi mancano tre capitoli per finire Storia della guerra nel XX secolo, ma ho pochissimo tempo per dedicarmici, visto che ho un autentico terrore dei redditi di cittadinanza e degli stipendi da clientela, e ho pure un altro libro da fare. Ma ho sempre vissuto egregiamente di espedienti, anche perché mi andava di testimoniare di persona la mia assoluta alterità, per cui non solo ce la farò, ma pure rispettando alla lettera i tempi. Insomma, in interiore homine habitat veritas e - lasciatemelo dire - una citazione di Sant'Agostino credo che, fatta da me, per molti sia assolutamente inattesa.

                      Piero Visani




                              

giovedì 4 luglio 2019

Una buona operazione di "guerra ibrida"

       Quando si è oggetto di una buona operazione di "guerra ibrida" - come è stato il caso del governo italiano nella vicenda della nave "Seawatch" e della capitano Rakete - ha poco senso e ancora minore utilità lasciarsi andare a esplosioni di collera o all'invocazione di provvedimenti impossibili, come l'espulsione. Sarebbe decisamente preferibile, semmai, analizzare a fondo l'operazione dall'inizio alla fine, individuarne le regolarità e le specificità, e prepararsi ad affrontarne altre, che certo non mancheranno.
      La "guerra ibrida" (hybrid warfare) è un sistema complesso, ricco di sfumature, le cui componenti travalicano nei campi più diversi. Per fronteggiarla in modo adeguato, non serve arrabbiarsi, ma serve analizzarne ogni singolo aspetto, per sviscerarlo nei dettagli, scomporlo e predisporre le adeguate contromisure. Se tutto questo non verrà fatto (e temiamo che non lo sarà...), le operazioni di "guerra ibrida" di cui sarà oggetto l'attuale esecutivo diventeranno sempre più complesse, visto che si tratta di un versante su cui è scoperto e vulnerabilissimo (anche per la nota predisposizione di gran parte del centrodestra italiano all'analisi e allo studio...).

La preparazione
       Questa fase si è svolta a vari livelli. Non abbiamo qui lo spazio per trattarne in dettaglio, ma è chiaro che occorre disporre della materia prima (i migranti), della possibilità di raccoglierli e caricarli a bordo di una nave dedita al traffico umanitario (chiediamo scusa se questo tipo di linguaggio urta le "anime belle", ma chi scrive si occupa di guerre e varie forme di conflittualità, dunque è solito chiamare le cose con il loro nome; con lui, i giochetti mediatici sono un pochino più difficili...) e di attendere il segnale del momento più opportuno per l'avvio dell'operazione.

La realizzazione
       Quando questo segnale c'è stato, una prima fase ha richiesto di protrarre la vicenda il più a lungo possibile, per caricarla di contenuti "umanitari"; poi, quando la misura è parsa colma, si è passati alla fase 2, vale a dire il forzamento di un porto. E' ovvio che, in molte parti del mondo, il tentativo di forzare un porto da parte di una nave straniera sarebbe finito malissimo e con possibile spargimento di sangue, ma - si sa - Italians do it better, per cui - da noi - alti lai, geremiadi, banalità e naturalmente nessun gesto concreto, non sia mai...

Le componenti collaterali
       In un'operazione di "guerra ibrida", le componenti collaterali sono più importanti di quelle principali: dunque preliminare ripulitura di eventuali dati relativi al comandante presenti sui social, in modo da rendere difficile ricostruirne identità e pregressi; attivazione di tutti i supporti politici, culturali e mediatici a proprio favore che fosse stato possibile individuare. Riservato a sé (Seawatch e Rakete) il ruolo di hostes (in senso schmittiano, "nemici esterni") del governo italiano, individuare, tra le file italiane, coloro i quali potessero fungere da eventuali inimici (cioè "nemici interni", sempre in senso schmittiano) dell'attuale esecutivo, vale a dire tutti coloro che, in un modo o nell'altro (politici, magistrati, giornalisti, etc.) potessero fungere da casse di risonanza e moltiplicatori di forza dell'operazione in corso, operando dall'interno e non dall'esterno.

L'operazione è andata bene e si è conclusa meglio per chi l'ha avviata, e la reazione, al di là delle rodomontate da bar del ministro dell'Interno (che paiono il suo riferimento culturale più elevato), segna un innegabile successo per chi sa usare - bene - la "guerra ibrida" per fare politica. Se non si reagisce a quel preciso livello, la guerra è già persa in partenza.
        Nell'area mediterranea, specialisti di "guerra ibrida" non schierati sul fronte mainstream sono gli Hezbollah libanesi, formazione politico-militar-culturale assai rispettata dai propri nemici, che infatti lanciano contro di essi un assai minor numero di attacchi di quanto non facciano contro il ministro dell'Interno italiano, il quale - a conferma della sua assoluta chiarezza di idee - è solito definire gli Hezbollah "terroristi"...

                            Piero Visani





venerdì 28 giugno 2019

Quanto sono "buoni", i "buoni"!

      Fin da bambino, infilato d'autorità (familiare) in quel corso accelerato di apprendimento dell'orrore che è l'educazione cattolica, avevo compreso nitidamente che, in un mondo in cui già mi stavano sulle scatole in tanti (poi sono diventati tantissimi...), quelli che "volevano il mio bene", "stavano lavorando per me" e volevano "migliorare la mia formazione", non solo erano i peggiori nemici che potessi avere, ma erano anche coloro che erano animati da intenzioni diametralmente opposte a quelle conclamate. Già fin da bambino, dunque, mi piacevano soprattutto quelli che non stavano a menarla tanto con le parole, oppure non usavano le belle parole per coprire la nefandezza dei loro fatti. Al limite, si limitavano a farli...
      Da allora, quella diffidenza non mi ha mai abbandonato e preferisco i vizi privati e quelli pubblici alle pubbliche virtù accompagnate da indicibili vizi privati e da un forte senso di interesse privato in atti pubblici.
       So fin troppo bene che il "buonismo" (non la bontà, ovviamente, ma quella non viene mai esibita...) serve a coprire fior di schifezze e me ne sono fatta una ragione. So bene che la gente, in media, non la pensa come me e ne prendo atto. A me basta tutelare le mie e quelle della mia famiglia, di terga; il salvataggio del genere umano lo lascio volentieri ai "buoni" e "disinteressati". Sono molto stimati, costoro, come dimostra il caso di Reggio Emilia, ed è giusto che sia così, no...?

                          Piero Visani



"Se ci sei, spara un colpo!" (almeno uno...)

     Quando un avvocato milanese "dolce come il miele" cominciò ad occuparsi di una determinata vicenda, venne adeguatamente avvertito che non si trattava tanto di occuparsi di una sacra "Sìndone", quanto di una ancora più sacra "Sindòne" e che prestare soverchia attenzione a tale "sacro lino" avrebbe potuto procurare a lui un "sudario".
       L'avvocato "dolce come il miele" non si curò degli avvertimenti, proseguì imperterrito per la sua strada e - poiché, come aveva notato un noto politico vaticano dell'epoca, un po' "se l'era cercata" - alla fine, anzi abbastanza rapidamente, "la trovò" e venne abbattuto a pistolettate sotto casa, nello scalpore generale, come sempre spentosi con la stessa rapidità con cui si era acceso, fino a che il detentore della sacra "Sindòne" non decise di leggere (forse inavvertitamente...) il libro di Piero Chiara "Venga a prendere un caffè da noi"...
      Scrivo questo per notare come la capacità di comminare pene anche capitali da parte del primo potere italico (innominabile ma fin troppo noto) sia decisamente superiore a quella del potere statale, come possono testimoniare il generale Dalla Chiesa, i giudici Falcone e Borsellino, e una lunga catena di "condannati ed eseguiti" talmente lunga da includere anche regolamenti di conti interni (capite a me...).
      Il potere statale, al di là di casi come quelli di Cucchi, Uva e non pochi altri, a parte ovviamente i suicidi per fisco (ma quelle sono pene capitali indotte...), non pare altrettanto determinato nelle sue sanzioni e si fa spaventare persino da una capitana Rakete (che in tedesco vuol dire "razzo, missile"). Spaventato al punto da non riuscire nemmeno a sparare una raffica di avvertimento - ovviamente puntata contro nulla e nessuno - così da poter autorizzare a far dire, dal mondo esterno: "Se ci sei, spara un colpo!". Ma non c'è, ovviamente...

                      Piero Visani





Tu chiamale se vuoi... oscillazioni

      Nei sistemi capitalistici (e non solo in essi, per la verità) la vita umana è merce: in genere merce di scambio, il più delle volte merce deteriorabile. Lo hanno dimostrato ad abundantiam i commenti di Confindustria sulle dichiarazioni del vicepremier Luigi Di Maio e sulle oscillazioni in Borsa del titolo Atlantia.
      Ci sono state, è vero, altre oscillazioni legate all'universo Atlantia, di cui una, accaduta intorno alle 11.40 del 14 agosto scorso, sul ponte Morandi di Genova, era costata la vita a 43 persone. Ma - com'è noto - nella nostra espressione geografica "chi muore giace" (e non è neppure merce deteriorabile, è proprio merce irreparabilmente deteriorata), mentre "chi vive si dà pace". E riprende a pontificare (e sono ponti che fa meglio di altri, invero...), perché il senso dell'opportunità e quello - che in teoria dovrebbe essere molto più forte - della vergogna non abitano più qui o, forse, non ci hanno mai abitato...

                            Piero Visani





Ma dove vanno i marinai?

     Era questo il titolo della canzone forse più gradita al pubblico dell'album "Banana Republic" di Lucio Dalla e Francesco De Gregori.
      Per restare dentro (o fuori...?) di metafora, ci si potrebbe chiedere, in qualsiasi altro Paese al mondo che non sia Cialtronia, che cosa succederebbe ad una nave che tentasse di forzare l'ingresso in un porto straniero. Per non citarne che tre, direi Stati Uniti, Federazione Russa, Repubblica Popolare Cinese.
       Da noi non è successo nulla di tutto questo, neppure una salva di avvertimento, e anzi una sottoscrizione popolare per fare un po' di crowdfunding in favore di una ricca ONG straniera. 
       Cialtronia conferma di essere quello che è da sempre, una malriuscita espressione geografica, dove si parla molto e si combina poco o nulla, e dove l'attività più praticata è lo scaricabarile. Sono cose che ci piacciono molto, sono consustanziali al carattere nazionale. Nessuno di noi ama ammettere che la politica è "sangue e merda": il primo ci fa paura, però della seconda siamo talmente ricchi da risultare forse tra i primi esportatori al mondo. Quanto alla cialtroneria, lì siamo leader incontrastati e inarrivabili.

                      Piero Visani