mercoledì 23 gennaio 2019

Coincidenze/convergenze

       Nel mentre stavo scrivendo il capitolo 11 (incentrato sull'attacco americano all'Iraq del 2003 e la guerra asimmetrica) del mio nuovo libro, dedicato alla Storia della guerra nel XX secolo (Oaks Editrice, Milano), di prossima pubblicazione, mi sono imbattuto in una frase del generale dei Marines James Mattis, ex-segretario alla Difesa dell'amministrazione Trump. L'avevo già letta da qualche parte, ma me l'ero dimenticata. La frase suona così:

"Be polite, be professional, but have a plan to kill everybody you meet".

       Questo è quanto egli insegnava ai suoi Marines, ma devo dire che, come principio, non è male in assoluto. Non è aggressivo, non è offensivo, semmai è rigorosamente difensivo. Non nega la possibilità di istituire legami di vario genere con il prossimo, ma sottolinea l'estrema importanza, nel mondo contemporaneo, di stare in guardia, di essere pronti a difendere se stessi e i propri spazi, in forma auspicabilmente risolutiva.
       Mi sono appuntato la frase, se non altro perché detesto il "buonismo" e amo invece il realismo politico/militare.
       Considerato un intellettuale, proprietario e avido lettore di una biblioteca di studi militari composta da parecchie migliaia di libri, "Mad Dog" Mattis ha ai miei occhi un altro grande merito: considera le presentazioni in "Power Point" (di cui molti ambienti, non solo quello militare, vanno pazzi) una colossale stupidata, superficiale e scioccamente prona alle esigenze della cultura visiva, che non consente - in quanto tale - di approfondire niente e di capire meno. So che piace a molti, in molti ambienti, e la cosa non mi sorprende, visto il livello complessivo...

                   Piero Visani





martedì 22 gennaio 2019

Una vita difficile

       Da giovane, avevo qualche problema: andavo bene in tutto, o quasi, ma non ero "ideologicamente allineato", non solo nell'Italia repubblicana, ma pure in quella missina, per cui c'erano sempre motivi ostativi e cause impedienti a mio carico: nell'Italia repubblicana era un problema politico-ideologico con serie ripercussioni di carriera; in quella di partito era un semplicissimo problema di QI. Ne avevo un po' più della media, che era preoccupantemente bassa, e quello era un guaio irreparabile...
       Da uomo maturo, in ambito istituzionale mi pesavano le parole, gli scritti e le virgole, onde evitare che "uscissi dal seminato". E via con le censure. Ho subito più censure io in democrazia che altri in altri regimi. Poco male, ho imparato ad amarla dal profondo.
       Da vecchio o quasi, come sono ora, ho raggiunto una valutazione più elevata, che mi è stata "octroyée" (vale a dire concessa dall'alto, con una certa degnazione), nel momento stesso in cui, in quel modo, potevo essere sostituito dall'ultimo (anzi dal primo, per la verità) dei coglioni perché si era affermata l'ideologia dell'"uno vale uno" e dunque la mia valutazione era meramente onorifica, per non dire pleonastico-accessoria. Ma magari sarà, per citare un bel libro di Alan Sillitoe, The loneliness of the long distance runner. E così corro, corro...

                                 Piero Visani



mercoledì 16 gennaio 2019

Euro e Pirro

       Dopo la finta autocritica di Juncker, probabilmente dovuta a una improvvida giornata di forzata astinenza etilica del soggetto, mi è venuto in mente il commento di Pirro, re dell'Epiro, dopo la sua onerosa vittoria sui Romani ad Eraclea (280 avanti Cristo): "Ancora una vittoria così e non avrò più soldati".
       In effetti, le "vittorie perdute"  (Verlorene Siege, per chi coglie la sottile citazione...) dell'Euro - tanto sbandierate da una burocrazia europea con superstipendi esentasse - sono assai simili alle vittorie di Pirro, con noi europei nella parte dei suoi soldati, economicamente morti, o moribondi o morituri.
       Accreditate fonti statunitensi parlano ormai di un "disastro dell'euro" peggiore della "Grande Depressione" degli anni Trenta, ma qui da noi resta obbligatorio dire e scrivere che viviamo nel "migliore dei mondi possibile", che il cibo è "ottimo e abbondante" e che è vero che alcuni Paesi sono morti (come Grecia e Italia e qualche altro), ma il tutto è avvenuto per la grandezza della Germania e della burocrazia di Bruxelles che la serve passivamente. Gli alleati del grande popolo germanico e dei suoi leccapiedi, come sempre, hanno trovato una loro Cefalonia, o qualcosa di simile... Ma è quello che meritavano i deboli...
       Almeno formalmente, però, non ci sono più guerre (o quasi) e morire per una moneta fasulla, di disoccupazione, fame e stenti, fa molto meno male e molto meno scena di morire per un proiettile. E l'immagine è salva.

                    Piero Visani



venerdì 11 gennaio 2019

"Le Bureau des Légendes" - Recensione

       Non è facile fare una serie televisiva su un tema abusato e al tempo stesso alquanto sconosciuto come lo spionaggio. Il rischio più incombente è quello di mettere insieme una lunga serie di luoghi comuni, che sembrano tutti credibili ma solo nella misura in cui fanno parte dell'immagine costruita dalla cultura dominante sull'attività dei servizi segreti.
       Come avido divoratore di serie televisive, mi capitò per caso di vedere una puntata della prima serie di "Le Bureau des Légendes", di Eric Rochant, dedicata a una specifica divisione della DGSE (Direction Générale de la Sécurité Extérieure), il servizio di spionaggio francese dipendente dal Ministero della Difesa e specializzato nell'acquisizione di informazioni "sensibili" all'estero.
       Nel vedere una puntata a caso, mi colpì subito la profondità dell'approccio, la sapiente mescolanza tra situazioni assolutamente credibili dal punto di vista professionale e altre molto più "cinematografiche", l'ottima scelta dei protagonisti (non solo il celebre Mathieu Kassovitz, regista di un film di culto come "La Haine"), dei deuteragonisti e perfino dei personaggi minori, tutti molto bravi a livello di credibilità e recitazione.
       Così, ho visto in sequenza le prime tre stagioni dell'intera serie, ormai arrivata alla quarta stagione e con la quinta in preparazione, e il mio giudizio assolutamente positivo ne è uscito ulteriormente confermato. Se un cambiamento c'è stato, esso consiste nel fatto che la terza serie pare il frutto di una più stretta collaborazione dei creatori con il Ministero della Difesa e la stessa DGSE, quasi a fare di "Le Bureau" una sorta di proiezione metapolitica del Ministero stesso, nella medesima logica con cui il Pentagono aiuta massicciamente Hollywood per promuovere una certa visione della politica militare e delle Forze Armate degli Stati Uniti.
       Se questa è la cornice - e si tratta di una cornice costruita in maniera decisamente convincente - ancora più convincente è il quadro che essa racchiude, dominato da due elementi preponderanti: la menzogna e la manipolazione. Ciascuno dei protagonisti e dei comprimari ne fa uso a piene mani, non solo per deformazione professionale, ma perché l'intera vicenda è inserita in un contesto che, se ha un pregio rispetto a tante serie analoghe, è di non essere assolutamente manicheo. Non ci sono "buoni", ne "Le Bureau", né gli americani (ai quali è riservata una buona dose di diffidenza nazionalista gallica), né gli stessi francesi - la cui politica verso il regime siriano di Bashar Assad, verso quello turco di Erdogan o verso gli indipendentisti curdi è a geometria variabile e retta da un cinismo raggelante, ma tipico della politica internazionale di qualsiasi Paese intenda stare da protagonista (o quasi) nello scacchiere planetario - e neppure (udite, udite!) gli israeliani, presentati in forma assolutamente realistica, cioè giustamente cinici e spietati come tutti gli altri. Quanto ai "cattivi", quel ruolo tocca davvero solo all'ISIS, perché il regime siriano di Assad, se certo non viene presentato come "buono", potrebbe essere pur sempre suscettibile di cambiamenti da parte della politica di Parigi e dunque mutare natura...
       Non sono sicuro che lo spettatore medio, scarsamente a conoscenza della politica internazionale, delle sue sottigliezze e delle varie sigle che la connotano, sia in grado di comprendere appieno la ricchezza anche politica di questa serie, e tanto meno sono sicuro che sia in grado di comprenderle lo spettatore medio italiano, perduto da decenni nei meandri di un irenismo a basso costo e di bocca buona, nonché completamente idiota, dove ci sono i "buoni" che combattono per la pace e la convivenza tra i popoli, e i "cattivi" che li insidiano con le loro nefandezze.
       Nessuna di queste noiose geremiadi ne "Le Bureau", ma le mille tortuose imprecisioni della vita vera, i cambi di politica e di orientamento personale, i piccoli e grandi tradimenti, pubblici e privati. Nessuno è perfetto, tutti sono terribilmente imperfetti. Nessuno si batte per la patria, valore che sembra totalmente espunto dall'insieme, ma semplicemente per un generico "noi" che si contrappone a un non meno generico "loro" e in cui chi sta da una parte non è affatto sicuro che TUTTI i suoi nemici gli stiano di fronte, ma spesso sospetta, non a torto, che stiano anche alle sue spalle. 
       Su questo sfondo, tragico e atrabiliare, l'amore è forse una risposta o, più probabilmente, l'unica via di fuga rimasta al singolo per non rimanere definitivamente schiacciato dalla macchina del potere e dello Stato, che - proprio come nel gioco degli scacchi - lo considera al massimo un pedone e per di più facilmente sacrificabile. L'individuo non conta niente, nel "migliore dei mondi possibile", un mondo dal quale - anche se si combatte ufficialmente per esso - l'unica cosa che importa davvero è fuggire, fuggire il più lontano possibile, immergendosi deliberatamente in quella densa nebbia che, in forma del tutto simbolica, avvolge dentro di sé - nella scena finale della terza serie - il protagonista Debailly/Kassovitz, deciso a ritrovare una vita e un amore sottraendosi alle spire di una "ragion di Stato" ormai neppure più definibile come tale, tanto risulta privatizzata.

                                  Piero Visani



mercoledì 9 gennaio 2019

Guerra è sempre

      Ho condiviso l'affermazione contenuta nel titolo di questo post fin da quando, a vent'anni da poco compiuti, cercavo di costruirmi una cultura nella Facoltà di Lettere moderne dell'Università di Torino. Il mio ciclo di studi, grazie a una certa liberalizzazione tematica post-sessantottina, fu fatto di tantissimi esami su argomenti di Storia militare, che era l'unico tema che mi piacesse davvero.
       Conoscevo il valore della prudenza ma 

"giovane e ingenuo io ho perso la testa, sian stati i libri o il mio provincialismo"

e così, quando ancora non avevo fatto outing del mio NON essere di sinistra, con i miei illustri docenti (Alessandro Galante Garrone, Franco Venturi, Nicola Tranfaglia, Umberto Levra, Aldo Garosci, Narciso Nada, etc.) ero solito sostenere una tesi che a me sembrava dottrinalmente legittima, vale a dire "E' sempre guerra", convinto di poterne discutere con loro.
       Non l'avessi mai fatto! Come minimo, la mia persona divenne sospetta e questo non giovò certo ai miei successivi tentativi di iniziare la carriera accademica, puntualmente falliti.
       Quando poi i casi della vita mi portarono dentro l'istituzione militare, ripresi con rinnovata lena le mie tesi, convinto che - in quell'ambiente - avrei avuto maggiore fortuna.
      Di nuovo, non l'avessi mai fatto! Con la differenza che, mentre nell'ambiente accademico in genere venivo attaccato di fronte, in quello militare - professionalmente più coraggioso... - venni attaccato soprattutto alle spalle. Trovai solidarietà incondizionata solo nel generale Goffredo Canino, capo di Stato Maggiore dell'Esercito dal 1990 al 1993, e una solidarietà critica ma partecipe solo nel generale Carlo Jean, una delle figure più brillanti del pensiero militare italiano. Per il resto, silenzio assoluto o quasi, nelle logica per cui se - come sostenevo io - "guerra è sempre", per i "soldati di pace" all'epoca (e anche ora) tanto di moda, spazio professionale ce ne sarebbe stato pochissimo...
      E' perciò con una certa sorpresa che, sulle pagine culturali dell'edizione odierna del quotidiano torinese "La Stampa", leggo un articolo di Gianni Riotta dal titolo "La guerra è finita? Guerra è sempre", dove si fa riferimento ad uno studio condotto da un professore italiano, Ugo Bardi, docente all'Università di Firenze, il quale, lavorando sui dati della Georgia Tech University, è arrivato alla conclusione, per me - ahimè! - da sempre scontata, per cui le guerre del futuro non siano un "se", ma un "quando".
       Sono sempre stato poco favorevole ad un approccio quantitativo alla storia, tanto più alla storia delle guerre, e non lo diventerò ora che esso parrebbe confermarmi nelle mie tesi di sempre. Comunque, anche i dati statistici paiono confermare che "guerra è sempre", così come è stata e come sarà. Mi pareva un dato evidente, a cavallo tra il common sense e la conventional wisdom. Lo dissi e lo scrissi, ma, invece che essere nato postumo, come Nietzsche, mi sa che sono nato terribilmente prematuro; tuttavia, per quanto incredibilmente piccino, gracile e un pochino inviso ai potenti, sufficientemente dotato, a livello intellettuale, per chiamare con il suo nome la "scoperta dell'acqua calda", comunque confermata dai dati...

                Piero Visani



mercoledì 2 gennaio 2019

Piero Visani - Il mio nuovo CV in italiano

       Dal momento che il 2019 dovrebbe essere un anno di svolta, per me, ho deciso di pubblicare il mio Curriculum Vitae in italiano, nel caso potesse risultare di interesse per qualcuno. Ovviamente mi sto muovendo in molti altri ambiti, ma un po' di promozione personale, a questo punto, non guasta, e spero sarà compresa.

                   Piero Visani


https://www.linkedin.com/feed/update/urn:li:activity:6486285750185922560/


Curriculum vitae

Piero VISANI

Strada Revigliasco 306
 Moncalieri, Torino, Italia
 Cell +39 - 366 1555 993

Data di nascita: 25 Luglio 1950
Luogo di nascita: Aosta, Italia


ISTRUZIONE

1973 
Laurea in Lettere Moderne all’Università di Torino, con votazione di 110/110, lode e dignità di stampa (titolo della tesi: L’esercito italiano da Dogali ad Adua, 1887-1896).

1974-1976
Assistente presso la cattedra di Storia del Risorgimento, Facoltà di Lettere, Università di Torino (Titolare della cattedra: Prof. Alessandro Galante Garrone).

1998
Master in Diritto Internazionale Umanitario presso l’Istituto Internazionale di Diritto Umanitario, Sanremo.

GIORNALISMO / LIBRI / ATTIVITÀ DI RICERCA
Autore di oltre un migliaio di articoli e saggi pubblicati sulle seguenti testate: Gazzetta Ticinese, Gazzetta di Parma, Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Secolo d’Italia, Linea, L’Indipendente, Mondo Economico, Panorama Difesa, Il Borghese, Candido, Rivista Militare, Rivista Marittima, Rivista Aeronautica, Informazioni della Difesa, Rivista Storica Italiana, Elementi, Diorama Letterario, Trasgressioni, Strategia & Difesa, Imperi, Officina, Il Primato Nazionale. 

1977-1981
Traduttore libero professionista per varie case editrici. Opera principale tradotta: GIGLIO-OLIVER-ATMORE, Africa, in Storia Universale dei Popoli e delle civiltà, UTET, Torino 1980.

1981-1985
Redattore culturale ed esperto di politica internazionale per il quotidiano Gazzetta ticinese, Lugano, Svizzera.

1986
Ricercatore a contratto su questioni ambientali internazionali (L’inquinamento transfrontaliero) per la Fondazione Giovanni Agnelli, Torino.

1988-1995
Vicedirettore e poi Direttore  dell’ARES (Agenzia di Ricerche Economiche e Strategiche), Torino.

1996-2006
Membro dell’Ordine dei Giornalisti.

2002-2007
Editorialista ed esperto di questioni strategiche per il quotidiano politico Linea, Roma.

2004
Editorialista del quotidiano a diffusione nazionale L'Indipendente, Roma.

1996-2007
Direttore della SRC (Studio Ricerca & Comunicazione s.a.s.), una società specializzata nella ricerca e analisi di questioni economiche, politiche e strategiche, come pure in comunicazione istituzionale. La SRC ha lavorato per compagnie come la Finmeccanica, l’Iveco, il Gruppo Lombardini, l’Eurospin e la Coop Liguria, producendo analisi di problemi e ricerche di mercato, servizi di monitoraggio dell’informazione, servizi di comunicazione.

2000-2009
Realizzazione del servizio di monitoraggio “Rassegna GDO” per conto del Gruppo Lombardini e di altre aziende di rilievo della GDO (Eurospin, Coop Liguria).

2003-2004
Partecipa alla creazione di NUMOS (Nucleo di Monitoraggio Strategico), un centro studi impegnato nell’analisi di tecnologie avanzate nel campo dell’industria della difesa, per conto di clienti come Finmeccanica, Duferco, Fincantieri.
Lo studio di maggiore rilievo realizzato da NUMOS è L’industria navale per la Difesa della Federazione Russa.

2008-2018
Direttore scientifico del Gruppo Orbis, un piccolo gruppo di società operanti nei campi delle ricerche di mercato, della comunicazione scritta e del ghost writing.

2011 – 2013
Redazione di ricerche di mercato per le compagnie internazionali Reportlinker e Research and Markets.


SETTORE POLITICO E MILITARE
1987-1988
Ricercatore di politica internazionale e questioni strategiche per il CESDI (Centro Studi e Documentazione Internazionale), Torino.

1988
Come membro dell’International Visitor Program (IVP) del Dipartimento di Stato USA, visita i principali centri di ricerca strategica e militare degli Stati Uniti.

1989
Membro, in qualità di esperto dei rapporti tra Forze Armate e mass media, della delegazione italiana al NATO Workshop on Media and Defence, Londra, guidata dall’ambasciatore Guido Lenzi.

1993
Direttore di una ricerca sull’evoluzione politica di quella che allora era la CSI, cioè la Comunità degli Stati Indipendenti (Mosca, novembre).

2003-2004
Consigliere su problemi di terrorismo internazionale per conto dell’agenzia di stampa AdnKronos, Roma.

2005-2007
Esperto di problem strategici per il quotidiano politico nazionale “Secolo d’Italia”, Roma. Co-redattore delle rubriche "Strategika" and "Militaria".

2010-2011
Autore della rubrica settimanale “Storia della Guerra” per il quotidiano politico "Linea”, Roma.

Autore dei seguenti libri:
Esercito, come?, La Gaia Scienza, Varese 1981.
Forze Armate e mass media, Edizioni della Rivista Marittima, Roma 1994.
Lo stratega mediatico, Edizioni della Rivista Militare – CEMISS, Roma 1998.
Storia della guerra dall’antichità al Novecento, Oaks Editrice, Milano 2018.

Ha contribuito alla stesura delle seguenti opere collettanee:

La sicurezza in Europa, in collaborazione con Sergio A. Rossi, Edizioni della Rivista Militare – CEMISS, Roma 1995.
Tendenze e problematiche della comunicazione delle Forze Armate, in Rolando S. (a cura di), La comunicazione pubblica in Italia. Realtà e prospettive di un settore strategico, Editrice Bibliografica, Milano 1995, pp. 318-322.
La lunghissima notte del ’43, in  Cabona M. (a cura di), Invicti, victis, Victuri. Patria, democrazia, Guerra fredda nel cinema italiano all’inizio dell’Alleanza Atlantica, Edizioni il Castoro, Milano 2009, pp. 37-47. 

Ha scritto la prefazione delle seguenti opere:
S. SANTANGELO, Le lance spezzate. L’Arte della Guerra nel XXI secolo, Edizioni Nuove Idee, Roma 2007. 
MAO ZEDONG, La rivoluzione non è un pranzo di gala. Scritti militari, Oaks Editrice, Milano 2017.


ATTIVITÀ PER CONTO DEL  CEMISS (CENTRO MILITARE DI STUDI STRATEGICI) 
E PER LE FORZE ARMATE ITALIANE
1988-1996
Redattore responsabile di un servizio quindicinale di monitoraggio delle opinioni della stampa italiana  in materia di Forze Armate e di difesa,  per conto del CEMISS (Centro Militare di Studi Strategici), un organismo facente parte del CASD (Centro Alti Studi per la Difesa), Ministero della Difesa, Roma.

1988-2005
Curatore dei servizi Osservatorio sull’Industria per la Difesa e Monitoraggio dell’Industria Internazionale della Difesa, per conto del CEMISS.

1989-1991
Curatore del servizio informativo Osservatorio parlamentare sui problemi della Difesa, per conto del CEMISS. 

1992-1997
Consulente per lo Stato Maggiore della Marina Militare, autore dello studio La Marina italiana e il problema dell’immigrazione.

1993-1994
Responsabile del Servizio di monitoraggio sull’informazione televisiva in materia di difesa, per conto dello Stato Maggiore dell’Esercito.

1996 
Direttore di una ricerca sull’evoluzione dell’industria per le telecomunicazioni russa, Mosca.


ATTIVITÀ PER LE ISTITUZIONI STATALI ITALIANE

1990-1992
Membro dell’équipe di comunicazione creata in seno al Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica per supportare le attività dell’allora Presidente della Repubblica, senatore Francesco Cossiga. Di questa équipe facevano parte anche il professor Carlo Pelanda e il dottor Roberto Lombardi.

1990-1992
Consulente del General Carlo Jean, consigliere militare del Presidente della Repubblica, sulle questioni riguardanti la “Publica opinione e le Forze Armate italiane”.

1993
Consulente del Dottor Stefano Rolando, Responsabile del Dipartimento Informazione ed Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma.


ATTIVITÀ DI INSEGNAMENTO
1997
Docente di Comunicazione Istituzionale all’Istituto di Guerra Marittima (IGM), Livorno.

2000
Docente di Strategia Mediatica al Centro Internazionale per la Pace di Ravenna.

   
CONFERENZE E CORSI: ORGANIZZAZIONE E PARTECIPAZIONE
Camera dei Deputati (Parlamento italiano)
CASD (Centro Alti Studi per la Difesa)
ISSMI (Istituto Superiore di Studi Militari)
CEMISS (Centro Militare di Studi Strategici)
Stato Maggiore delle Difesa
Stato Maggiore dell’Esercito
Stato Maggiore della Marina Militare
Istituto di Guerra Marittima
Università di Modena
Università di Roma
Università di Foggia
Università di Bari
Come pure di numerose istituzioni ed enti private.


FAMIGLIA
Coniugato.
Un figlio, Umberto, 35 anni, laureato in Giurisprudenza con lode all’Università di Torino, redattore per la casa editrice Giappichelli, Torino, e autore di numerosi saggi di tema ufologico.
.

INTERESSI
Colleziona soldatini ed è un grande appassionato di war games e di libri di storia militare, di cui possiede oltre 5.000 esemplari. 
Gioca a tennis dall’età di 12 anni.
È titolare di un blog che ha avuto 230,000 visualizzazioni dal dicembre 2012 a oggi.

lunedì 31 dicembre 2018

Minima autostradalia

       Nel caso in cui domani, come tutti i primi dell'anno di tutti gli anni (Paese serio, il nostro...), i pedaggi autostradali dovessero aumentare, gli oltre quaranta morti del ponte Morandi di Genova avranno chi li avrà celebrati in pompa magna (intesa come "magna magna"...); i loro assassini avranno il "giusto premio" delle loro nefandezze e il "governo del cambiamento" avrà dimostrato urbi et orbi quanto è stato finora in grado di (o ha voluto...) cambiare: esattamente NULLA. Via con gli aumenti dei pedaggi autostradali di ogni primo gennaio di ogni santo anno (o anno santo...). Con tante scuse, funerali di Stato e predicozzi di Capodanno ai defunti, e con tanti begli sberleffi a chi crede ai "governi del cambiamento"... E' il cambiamento antropologico che serve, in Italia, e allora guardatevi certe facce da "esecutivo del cambiamento" per mettervi il cuore in pace, al riguardo...

                                Piero Visani