mercoledì 17 ottobre 2018

Ripensare la politica ripensando la guerra - 1

       Mettendo ordine nel mio archivio, oggi mi è balzata davanti agli occhi questa comunicazione, da me redatta in occasione del "Convegno Internazionale sugli Studi Strategici" organizzato a Torino dal 9 al 12 dicembre 1982, al quale partecipai come membro del Centro Studi Manlio Brosio e assistente personale dell'ambasciatore Edgardo Sogno. Il testo di questa comunicazione avrebbe dovuto essere da me letto nel corso del convegno, ma incontrò qualche problema e... saltò. Certo, ero il più giovane e il meno titolato dei partecipanti al Convegno, e c'erano moltissimi partecipanti di assoluto rilievo internazionale, ma il sospetto di una piccola "censura" mi è sempre rimasto e, conoscendo i liberali, poi mi è aumentato...
       Lo riproduco qui in due parti, come omaggio postumo, principalmente a me stesso.

       Mai come oggi, il concetto di "guerra" è sottoposto a indagine e, nel contempo, a revisione, alla luce delle realtà emergenti nel contesto internazionale. Fioriscono i dibattiti, i convegni sull'argomento e, ancor più, sullo scottante problema dei rapporti tra guerra e politica. A questo proposito, chiave di volta del pensiero polemologico moderno è sempre stata l'ormai celeberrima proposizione clausewitziana: "la guerra non è dunque solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi" (1). Da ciò il conseguente accento posto sulla subordinazione della guerra nei confronti della politica.
       Tuttavia, in questo come in altri campi, occorre tenersi lontani dal rischio di un'impostazione eccessivamente meccanicistica, ciò che forse non sempre è stato fatto. In effetti, se così fosse stato, la subordinazione della guerra alla politica sarebbe stata sì riaffermata, ma si sarebbero valutati con ben maggiore attenzione gli elementi di conflittualità presenti all'interno del concetto di "politica". Come ha scritto il professor Gianfranco Miglio, quello tra politica e conflittualità è un nesso inscindibile, dato che "dovunque esiste politica, esiste anche conflittualità" (2). Il merito di aver stabilito questo nesso deve essere indubbiamente attribuito al grande politologo tedesco Carl Schmitt, per il quale alla base del "politico" (un concetto assai più complesso e sfumato della semplice "politica") stava una distinzione eminentemente conflittuale, quella tra amico e nemico. . "La guerra" - sono parole di Schmitt - "non è dunque scopo o meta o anche solo contenuto della politica, ma ne è il presupposto sempre presente come possibilità reale, che determina in modo particolare il pensiero e l'azione dell'uomo provocando così uno specifico comportamento politico" (3).
       A sua volta, Schmitt fece notare come, per Clausewitz, la guerra non fosse semplicemente uno dei molti strumenti della politica, "ma la ultima ratio del raggruppamento amico-nemico. La guerra ha una 'grammatica' sua propria (cioè un insieme esclusivo di leggi tecnico-militari) ma il suo 'cervello' continua ad essere la politica: essa cioè non è dotata di una 'logica propria'" (4), la quale, al contrario, può essere desunta soltanto dai concetti di amico e nemico.
       Se Schmitt definì a livello teorico gli elementi di conflittualità presenti nel concetto di "politica", Lenin li definì qualche tempo prima sul piano pratico, dando alla sua concezione di politica delle valenze di aggressività e ostilità tali da poter farla considerare quasi un'inversione della famosa formula clausewitziana, cioè come una continuazione della guerra con altri mezzi, condotta senza scrupolo alcuno contro un nemico con più identificato come relativo (com'era tipico dei conflitti interstatali), ma come assoluto. In realtà, più che di invertire la celebre formula clausewitziana, si trattava - per Lenin - di esprimere, "con altri mezzi", l'originario rapporto amico-nemico, insistendo in maniera inusitata e senza precedenti sul carattere assoluto dell'ostilità e ribadendo, sia pure per vie diverse, il primato della politica.
       Quella fin qui delineata è la griglia interpretativa ideale per comprendere gli eventi degli ultimi due secoli e, in particolare, i due conflitti mondiali e la stessa "guerra rivoluzionaria" che si è affermata già in epoca atomica (5). Tuttavia - ci si è giustamente chiesti (6) - nell'era atomica è davvero ancora possibile una guerra e, dunque, una politica? In tale contesto, infatti, la guerra non può più valere come prosecuzione della politica con altri mezzi, ma come rottura irreversibile, come punto di non ritorno, oltre il quale i conflitti perdono ogni produttività politica, ogni capacità di rideterminare, in forme nuove, gli assetti politici esistenti. Malgrado la nascita di nuove forme di guerra accanto a quelle classiche ("guerra rivoluzionaria", "guerra culturale", etc.) e malgrado le prospettive aperte dalla fine del "Medioevo nucleare" e dall'avvento di ordigni atomici sempre più "puliti" e miniaturizzati, la minaccia atomica viene perciò a ribaltare i termini del tradizionale rapporto tra politica e guerra, inserendo fra essi una frattura che impedisce la reversibilità e la traducibilità dell'uno nell'altro: dopo la guerra nucleare, non ci sarà più posto alcuno per la politica.
       Questa tesi è stata di recente avanzata da studiosi di area prevalentemente marxista e li ha indotti, proprio per la sua tragica impraticabilità, a porsi il problema di iniziare un lavoro di aggiornamento e revisione sul piano delle categorie interpretative del rapporto tra politica e guerra. Nella fattispecie, costoro hanno acquisito la consapevolezza che esiste una stretta relazione tra un dato tipo di politica e un dato tipo di guerra, e si sono sforzati di stabilire se, e con quali mezzi, sia possibile produrre un reale cambiamento di forma nella struttura del sistema politico, senza innescare da un lato un conflitto condotto contro un nemico assoluto (qualcosa di simile a una "guerra civile") e, dall'altro, senza cadere nella riduzione del conflitto stesso a gioco, la cui "logica ludica" (con l'accettazione del nemico come nemico relativo) comporta - a loro dire - l'eliminazione della base stessa del conflitto.
       Costretti dall'evoluzione del loro pensiero a rifiutare l'identificazione - cara a Lenin - di un nemico assoluto e decisi, nel contempo, a non accettare quella - ritenuta priva di qualsiasi valore politico - di un nemico relativo, ecco questi studiosi ricorrere una volta di più a Schmitt e andare alla ricerca di un nemico reale, l'ostilità nei confronti del quale si ponga a cavallo tra quella prevista nei due casi in precedenza citati, assumendo un valore per così dire intermedio. Tra la falsa conflittualità di una politica condotta come "gioco", dove tutti i partecipanti accettano le regole dello stesso e sono impossibili mutamenti sostanziali, ma solo simboliche alternanze  tra gruppi formalmente avversi ma in realtà omologhi e ben decisi a conservare al loro interno le chiavi del potere, senza lasciar entrare in campo nuovi "giocatori", se non preventivamente disposti ad un'accettazione totale e incondizionata delle rules of play; e la conflittualità spinta all'estremo di una lotta politica in cui l'avversario sia individuato unicamente come nemico assoluto e sia dunque oggetto di un'ostilità altrettanto assoluta, con tutte le conseguenze del caso, esiste - a detta di questi studiosi - una fascia mediana in cui l'avversario non è né uno pseudo-avversario di comodo, da combattere per finta, né un "altro da sé", incarnazione del Male assoluto, da annientare affinché il Bene trionfi, bensì un nemico reale, contro il quale è possibile combattere in forme accettabili al fine di determinare un effettivo cambiamento sul piano politico, senza eccessi estremistici né contrasti formali e fittizi.
       E' innegabile che ci troviamo di fronte a sviluppi teorici di notevole portata, in particolare per l'accento posto sulla natura eminentemente conflittuale della politica in termini estranei al pensiero marxista tradizionale. Dobbiamo allora chiederci in quale misura essi possano essere accettati e in quale misura, invece, respinti.

(Continua)

                             Piero Visani



Note

(1), Von Clausewitz, Carl, Della guerra, trad. it., Mondadori, Milano 1970, vol. I, p. 38.

(2) Miglio, Gianfranco, Guerra, pace, diritto, in AA.VV., Della guerra, Arsenale Cooperativa Editrice, Venezia 1982, p. 38.

(3) Schmitt, Carl, Le categorie del 'politico', trad. it., Il Mulino, Bologna 1972, p. 117.

(4) Ivi, p. 117, nota 24.

(5) Cfr. Schmitt, Carl, Teoria del partigiano, trad. it., Il Saggiatore, Milano 1981, pp. 71-73.

(6) Cfr. Curi, Umberto, Introduzione, in AA.VV., Della guerra, cit., p. 11.







   
       

Il cammino di ogni speranza

       Secondo i dati forniti da "la Repubblica", la percentuale di italiani favorevoli alla permanenza nell'UE è scesa al 44%. Personalmente, mi sembra una quota ancora molto elevata, ma deve essere composta essenzialmente da politicanti, membri delle varie burocrazie (di Stato e no), untori e untorelli, demototalitari e giornalisti del sistema mediatico.
       Non mi strapperò le vesti come fanno in molti (salvo correre subito a ricomprarsi un bell'abito Armani con i soldi depredati a me e a tanti come me...). Non identifico in alcun modo l'Unione Europea con un'idea corretta di Europa, che resta un positivo obiettivo in un'epoca di grandi articolazioni geopolitiche e di importanza estrema della "massa critica" di una struttura multinazionale.
       Sono però lieto che una realtà verminosa come l'Eurolager stia incappando nel problema tipico di un aborto economico che ha preteso di diventare politico sulla base di una dinamica inversa che poteva apparire credibile (e gradita...) solo agli eurocrati che ci hanno lucrato sopra carriere e patrimoni. Ora che quella costruzione abortiva ha mostrato la propria natura a tutti, è chiaro che, in un crescendo di povertà e di impossibilità di fare qualsiasi cosa a causa di vincoli di ogni tipo e di una fiscalità da rapina, tutti sperino che essa venga a morire il più presto possibile.
       Proprio per questa ragione non appare del tutto da escludere che la UE si impiccherà con la stessa corda che avrà predisposto per noi. Noi moriremo tra gli stenti, da sempre più poveri, lei precipiterà nel gorgo di melma che con grande "abilità" ha saputo creare.
       Sarà una tabula rasa: precisamente quello che ci serve per cominciare a costruire un Europa che, dopo essere stata "un gigante economico, un nano politico e un verme militare" ed essere successivamente diventata un verme in tutti e tre i campi testé citati, guardi infine al suo futuro e a quello dei popoli che la abitano, al loro benessere e alla loro felicità, e non solo ai patrimoni personali dei suoi burocrati e della grande finanza che li manovra.

                             Piero Visani





venerdì 12 ottobre 2018

Le "macellerie messicane"

       Magari ci si mettono dieci anni, e ci vuole una confessione; magari se ne mettono di meno, e una volta di più ci vuole qualcuno che rompa il muro dell'omertà (peculiarità tipica delle strutture istituzionali, a quanto pare, forse appresa nel corso di lunghe e fitte trattative stato-Mafia), magari anche per evitare di incorrere nel reato di tortura... In ogni caso, queste situazioni tendono a ripetersi con preoccupante frequenza e testimoniano di un Paese in cui le istituzioni sono privatizzate ad uso e consumo di chi in quel momento ne faccia parte.
       Certo nessuno di questi soggetti ha a che fare con mammolette, certo i rischi non sono proporzionati agli stipendi, certo le frustrazioni che occorre subire sono grandi, ma spesso non si comprende per quale ragione profonda venga troppo spesso superato un limite etico (e anche estetico, mi sentirei di dire). Le forze di sicurezza, in quasi tutti gli Stati, hanno sempre goduto di larghi margini di discrezionalità e talvolta anche di impunità, ma quello che talvolta non pare venire compreso è che il rapporto con il singolo cittadino non è di tipo privatistico, ma istituzionale, e tale constatazione dovrebbe porre un solido freno a molti comportamenti eccessivamente disinvolti, non certo renderli leciti.
       Personalmente non mi è neppure chiaro per quale ragione, su un certo versante politico, certe istituzioni vengano difese a prescindere, come se quel versante politico non avesse avuto alcuni evidenti problemi (e anche qualche gratuito caduto...) nei rapporti con tali istituzioni e avesse MAI tratto vantaggio da tale solidarietà, che è quella che si dà ai federales messicani (con tutto il rispetto per questi ultimi), non alle forze dell'ordine di un Paese civile (ammesso e per nulla concesso che l'Italia lo sia), che non giova moltissimo in termini elettorali e fa grave danno in termini di immagine.
       Il caso Cucchi, come quello della scuola Diaz o il caso Uva o moltissimi altri, possono avere avuto esiti processuali alquanto diversi, ma l'esito stesso era sempre un po' quello relativo a gente che entrava in certe situazioni viva e ne usciva o morta o vulnerata in maniera permanente. Tutto ciò mi pare alquanto singolare e - per quanto mi riguarda - danneggia in misura notevolissima l'immagine delle decine di migliaia di membri delle forze dell'ordine italiane, che non solo si comportano quotidianamente in maniera eccellente, ma spesso la vita la rischiano e la perdono, a tutela della comunità nazionale, non per infierire su qualche malcapitato, gradevole o meno che costui possa essere. Non può che risultare positivo, dunque, il fatto che le "mele marce" siano denunciate dai loro stessi colleghi, perché questo fa benissimo all'istituzione, mentre l'omertà (tanto più se trova riscontro pure negli alti gradi) la danneggia pesantemente.

                             Piero Visani



giovedì 11 ottobre 2018

Serenità

   L'attuale fase politica mi pare molto più nervosa e concitata di quanto dovrebbe essere. Comprendo che chi è stato momentaneamente spodestato dal potere se ne dolga, così come capisco che chi ne ha assunto momentaneamente le redini cerchi di fare del proprio meglio. Tuttavia, io sono di formazione storica e guardo le cose in una prospettiva di tempi un po' più lunghi di quelli cui fa abitualmente riferimento la gente cosiddetta normale ("che poi così [normale] non è mai", per parafrasare Ivano Fossati...).
       Questa serenità mi deriva dal fatto che, in cuor mio, credo non sia ancora giunto il momento di una reale alternativa politico-culturale in Europa, semplicemente perché è ancora presto. Non troppo presto, ma presto. Se infatti si lascerà fare alla classe dirigente europea attuale, lo sfacelo che essa produrrà sarà tale da segnare per decenni la storia del Vecchio Continente. Perché cercare di fermarli? A parte le fughe individuali, sempre possibili per i massimi leader, le classi dirigenti politico-burocratiche si impiccheranno con le stesse corde che hanno contribuito a intessere in decenni di politica folle. Quanto a noi, siamo già stati impiccati da tempo da quella politica folle: abbiamo sempre meno da perdere (chi scrive, nulla di nulla) e potremo guadagnare di più dal lasciarli affogare. In casi del genere, un comitato di applausi, composto da soggetti disposti a girarsi immediatamente dall'altra parte non appena dovessero sentire richieste d'aiuto, sarà saturato da domande d'iscrizione...

                          Piero Visani











lunedì 8 ottobre 2018

"Orfani di Marte"

       Con l'articolo "Orfani di Marte", pubblicato alle pagine 26-29 del numero di ottobre del mensile "Il primato nazionale", faccio il mio debutto come collaboratore di questo "periodico sovranista". In esso, espongo le mie idee ed esperienze su e con le Forze Armate italiane. Non è un articolo che sarà molto gradito, ma piace a me ed è questo il limite massimo al quale mi spingo nella ricerca di captatio benevolentiae: la mia...

                            Piero Visani



domenica 7 ottobre 2018

La leggenda del "santo" bevitore...

       Siccome sono terribilmente ingenuo, entro il maggio 2019 e le elezioni europee, mi attendo che almeno alcuni esponenti della classe dirigente dell'Eurolager facciano pubblica ammenda di ciò che sono riusciti a fare dell'Unione Europea. Sarebbe un bel gesto, prima del de profundis che, se non arriverà nel 2019, arriverà di sicuro nel 2024.
       Quando le logiche che guidano una dirigenza politica come quella europea sono "mors tua, vita mea", è del tutto normale che i "morituri" si preoccupino di rovesciarle. Nessuno muore volentieri per ingrassare una banda di mentecatti (o di specialisti di guerra economica o di etilisti non anonimi).

                    Piero Visani






venerdì 5 ottobre 2018

"The Times they are a changin'"

       Provincia piemontese. Interno giorno. Quattro persone che, sedute a un tavolo di un wine bar, discutono di interventi comunicativi e formativi da operare in tempi auspicabilmente brevi in un determinato contesto.
       Il locale è gradevole, con l'unico difetto di avere i tavoli forse un po' troppo vicini. Ho una lunga esperienza di situazioni del genere alle mie spalle e so che occorre parlare piano, molto piano, ma so pure che, quando le distanze sono così compresse e la persona che pranza da sola al tavolo a fianco al nostro non ha alcuno con cui conversare, è possibile che finisca per intrufolarsi - più o meno volontariamente - nella discussione del tavolo più vicino.
       So pure che è relativamente raro sentir discutere di determinate tematiche e che ancor più raro sentirne discutere in una prospettiva non da "pensiero unico". E mi è capitato, per decenni, di ricevere sguardi dall'incuriosito all'ostile, dal compatimento alla compassione.
       I tempi, tuttavia, stanno cambiando e, premesso che mi sono accorto che il nostro vicino di tavolo ci sta ascoltando, MAI mi sarei aspettato che, ad un certo punto, costui - un giovane più o meno quarantenne - si alzasse in piedi, per stringere la mano a tutti noi e lodarci per l'impegno che stavamo profondendo nel cercare di difendere il nostro Paese da quanti lo vogliono venduto (e svenduto) all'Eurolager.
       Non sono solito mostrare sorpresa per alcunché, tanto meno a palesare reazioni emotive, ma questa persona che di colpo si alza, ci stringe la mano, loda i nostri discorsi e ci esorta a procedere sulla strada che è emersa dalle parole che ha ascoltato, mi colpisce non poco. Mi erano capitate, in anni lontani, situazioni analoghe, ma i contenuti delle stesse erano diversi, ispirati in genere a palese ostilità. Ma i tempi stanno cambiando e questa piccola scenetta mi piace, mi conforta. Questo giovane professionista pare informato, forse anche acculturato, ma ciò che riempie di gioia il mio cuore è l'odio profondo che dà prova di nutrire nei confronti di un sistema falso, bugiardo e... bastardo. Le esibizioni di quel sentimento sono quelle che più mi soddisfano, perché ci si arriva per gradi, dopo aver sofferto molto. Lo leggo nei suoi occhi: anche lui, esattamente come noi, non ne può più. Sa che è ora di finirla, di farla finita e di farli finire. "A terrible beauty is born".

                                                           Piero Visani



Quinto posto


Il mio libro è risalito al quinto posto della classifica di settore di IBS. Un bel salto in avanti, direi, visto che è la migliore posizione raggiunta fino ad oggi.

Piero Visani

https://www.ibs.it/storia-della-guerra-dall-antichita-libro-piero-visani/e/9788894807257


mercoledì 3 ottobre 2018

Andare via, ma dove?

       Un amico, dopo circa un anno e mezzo che si è insediato in un Paese straniero con moglie e figli, mi fa una sintesi della sua nuova situazione: non è andato a vivere in un paradiso, ma in un posto dove tutto ha ancora delle dimensioni umane: la legge, il fisco, il lavoro, i guadagni, il prossimo, etc. La vita resta complicata, ma molto più rilassata che qui e ci si può consentire qualche piccolo svago, per se stessi e la propria famiglia. Lo Stato non è l'unico destinatario delle proprie spese.
       Il lavoro è remunerato in termini accettabili, non si guadagna 4 euro (o equivalente in altre valute) l'ora, e soprattutto la presenza dello Stato e della burocrazia è molto meno ossessiva che qui, poiché coloro che di Stato e burocrazia vivono sono una percentuale nettamente inferiore che in Italia e dunque non hanno bisogno di vessare oltre misura coloro che di Stato e burocrazia NON vivono, per ritagliarsi degli stipendi (magari pure lauti)...
       Con tale andazzo, molto minore è anche il livello di stress collettivo, perché si riesce ancora a vivere, a costruire, a progettare un'esistenza per sé e per i propri figli. Non si è ridotti al ruolo di ufficiali pagatori per la classe politica, per quella burocratica e per l'Eurolager.
       Verrebbe voglia di raggiungere questo amico là ove si è trasferito, ma la speranza di prendersi una colossale vendetta su chi ci ha rovinato la vita è l'ultima a morire, almeno in me.

                                  Piero Visani



Logiche euro(buro)cratiche

       "Dobbiamo distruggervi, per salvarvi, dal debito". Quando gli americani usarono questa felice e intelligentissima frase ["dobbiamo distruggervi, per salvarvi dal comunismo"], i sudvietnamiti solidarizzarono in misura crescente con il Vietnam del Nord e i vietcong, e sappiamo bene come andò a finire.
       Se la Storia si ripete - marxianamente - come tragedia o come farsa, scegliete voi quale potrà esserne l'esito. Personalmente, ritengo che distruggere qualcuno per salvarlo, nella fattispecie dal debito, sia qualcosa di diverso perfino dall'accanimento terapeutico. E' puro e semplice accanimento omicida (non casuale però, ma come forma di guerra economica, ovviamente, a un Paese come l'Italia, un tempo pericoloso concorrente). Dunque qualunque strada sarà legittima per difenderci dalla deliberata distruzione programmata a nostro carico, esattamente come nel caso greco.

                 Piero Visani





Escalation (semi)-etilica

Eurostube.
Eurokeller.
Eurolager (bier...).

       Come sempre, "en oino aletheia".

                     Piero Visani





martedì 2 ottobre 2018

Proprietà e management

       A seguito della brusca defenestrazione di Giuseppe Marotta da amministratore delegato della Juventus, si è aperta una sorta di "catena di solidarierà", da parte di altri manager, relativa al fatto che Marotta avrebbe subito - da parte della proprietà - un trattamento alquanto rude.
       Mi stupisco della stupore: un amministratore delegato, per quanto ricco e famoso, è un dipendente della proprietà alla stessa stregua di un usciere o di un magazziniere. Non mi risulta che questi ultimi, quando la proprietà ritiene che non servano più, vengano fatti oggetto di trattamenti di favore. E questo vale anche per il più blasonato dei dipendenti, l'amministratore delegato, il quale, come tutti i dipendenti del Principe, è soggetto all'andamento del favore di quest'ultimo, per cui è e resta sacrificabile.
       Comprendo così perché ho sempre preferito essere "primo in Gallia piuttosto che secondo a Roma". Poi naturalmente non sono mai stato "primo in Gallia", anzi non sono stato mai niente, ma in tal modo mi sono risparmiato l'impegno profuso nel leccare le terga a qualche padrone, salvo poi esserne ricompensato come l'esempio citato, ovviamente "per una naturale opera di svecchiamento societario".

                           Piero Visani



domenica 30 settembre 2018

Tolleranza zero

       In un quartiere di Torino afflitto da ben altri problemi, un pensionato novantenne lascia cadere in strada un po' d'acqua nel mentre innaffiava i fiori del suo balcone. Alcuni agenti della polizia municipale, verificata l'estrema gravità del reato, lo invitano a scendere in strada e gli comminano una multa di 50 euro per il fatto di essersi indebitamente voluto sostituire al "dio della pioggia". Poi se ne vanno contenti del dovere compiuto in una via letteralmente cosparsa di auto parcheggiate in doppia fila e di spacciatori, stranamente non visti...
       Giustizia è fatta. Dura lex, sed lex. Si attende la convocazione del nonagenario in Procura. Reati del genere sono intollerabili.

                  Piero Visani




                         

giovedì 27 settembre 2018

Democrazia con laurea

       Leggendo gli articoli del giornalismo mainstream, lo scrivente ha la vaga sensazione di essere sprofondato - per di più quasi di colpo - in un mondo di barbari e pazzi, dove si stanno diffondendo idee "radicali" che paiono essere condivise da oltre il 60 per cento degli italiani, ma che - suprema sfortuna! - non sono invece condivise dai giornalisti della maggior parte dei quotidiani d'opinione.
       A un osservatore assolutamente neutrale, privo di pregiudizi qualsivoglia, la cosa parrebbe addirittura disastrosa, in quanto controllare oltre l'80 per cento delle testate giornalistiche nazionali e avere prodotto una politica assolutamente contraria ai valori metapolitici dominanti (fino a ieri...) è qualcosa di veramente incredibile, tipico della totale incapacità di una banda di mentecatti. Tuttavia, siccome gli ultimi risvolti del "pensiero unico" vogliono che, per poter esprimere il proprio pensiero, un suddito debba essere almeno laureato ad Harvard ed essere ovviamente "de sinistra", perché altre forme di pensiero non sono ammesse (è la liberaldemocrazia, ragazzo!!), non resta che togliere il voto ai mediamente e bassamente scolarizzati, in nome di un principio nuovo: "un uomo (laureato), un voto"!
       E gli altri, direte voi? Gli altri sono pronti per tutte le forme di precariato e per l'invidia sociale, perché quei bastardi invidiano i titoli, le prebende, il posizionamento sociale e il prestigio dei "giornalisti laureati". Nonché ovviamente le loro prestigiosissime lauree.
       Conseguenza di tutto ciò: i giornali vendono sempre meno, anche perché, per farmi dare del cretino, del barbaro, etc. etc., perché dovrei comprarli?
       Ah, sia detto en passant: io ho due lauree e un master, ma non sono "de sinistra" (e neppure "de destra", per la verità, sono categorie stradefunte). Mi limito a pensare con la mia testa. E questo, nell'Italia dei "democrats" plurilaureati e tanto "perbene", è il crimine peggiore, il meno tollerabile.

                         Piero Visani




Politica e metapolitica

       L'ascesa di Marcello Foa alla presidenza della Rai rappresenterà un momento fondamentale per chiarire i rapporti tra metapolitica e politica in una fase storica che potrebbe risultare radicalmente nuova, se solo la si vorrà sfruttare.
       Foa è sicuramente un professionista di alto livello e sa molto bene che cosa occorrerebbe fare per affrancarsi dalle tematiche del "pensiero unico", in genere tradotte molto liberamente - in Rai - con le geremiadi sul "pluralismo dell'informazione" (sic). Bisognerà vedere quale supporto riceverà dai suoi sponsor politici. In ogni caso, il terreno in cui è stato inviato ad operare è fondamentale per il futuro di qualsiasi forma di pensiero alternativo nel nostro Paese. Foa se ne rende perfettamente conto, i suoi sponsor politici sicuramente un po' meno, mentre alcuni di quelli che l'hanno votato da tempo notoriamente agiscono - con la potenza delle loro televisioni - per "il re di Prussia"...
       Vedremo.

                     Piero Visani




Recensione di Pietro Comelli - Andrea Vezzà, "I mondi di Almerigo"

       Ci sono persone che, per notorietà, per comune appartenenza ad un ambiente, nel caso di specie anche perché vittime di un tragico destino, si sono sentite nominare spesso, anche da amici comuni che le hanno personalmente conosciute, senza per questo che si sapesse molto di loro, se non che le dimensioni più chiaramente pubbliche della loro vita.
       Accade però che, per quei percorsi spirituali e caratteriali che solo i libri sanno farci compiere, queste stesse persone escano da una dimensione puramente mitico-agiografica per diventare uomini veri, reali, "nutrite di sangue e di sogni" come noi, anzi probabilmente più di noi, ma figlie di percorsi esistenziali che anche noi abbiamo compiuto, di passioni che abbiamo condiviso, grandi o piccole che fossero.
       Ho ripensato a tutto questo leggendo il libro di Piero Comelli e Andrea Vezzà, I mondi di Almerigo (Spazio In Attuale, Trieste 2017, 158 pagine, 25 euro) perché - nel farlo - ho scoperto inattese convergenze individuali con la figura di Almerigo Grilz, giornalista e corrispondente di guerra, caduto in Mozambico nel 1987, a soli 34 anni, mentre svolgeva la sua difficile e pericolosa professione. Ne avevo ovviamente sentito parlare, avevo saputo della sua tragica fine e sapevo altresì della sua appartenenza ad un universo politico che era anche il mio. Quello che non conoscevo erano le sue passioni giovanili per i soldatini di carta, per i fumetti di argomento bellico, per il disegno militare e tanto meno per la British Pageantry. Tutte cose che piacevano e piacciono tuttora anche a me.
       Così, leggendo questo bel libro, corredato di numerosissime illustrazioni provenienti dall'archivio evidentemente molto vasto del protagonista, la mia mente è inevitabilmente tornata alla mia gioventù, al fatto di essergli quasi coetaneo (lui del 1953, io del 1950), di aver vissuto molte esperienze politiche comuni, sia pure in ambiti geografici relativamente differenti (estremo Nord-Est lui, Nord-Ovest io). E mi sono soffermato a pensare a come possano essere uguali e al tempo stesso diverse le esperienze di un mondo giovanile, ricco di sfumature al proprio interno ma mai completamente separatosi, salvo - nel caso di alcuni - per poter "godere" fino in fondo le solite esperienze entriste-alimentari, quelle che servono a rinnegare, nella maturità, ciò che si è sostenuto in gioventù...
       Una sottilissima vena di emozione ha percorso i miei ricordi, subito ricacciata indietro da un carattere che non ama le concessioni all'emotività, ma mi sono inevitabilmente soffermato a pensare che morire giovani, seguendo il proprio sogno professionale ed esistenziale, sia tragico ma al tempo stesso preferibile allo sprofondare nella senescenza, magari con il laticlavio, dispensando "perle" di saggezza "pompiera" dopo un breve (brevissimo) periodo di intemperanze "incendiarie" (o pseudo tali). Si godono pensioni e vitalizi, ma forse guardarsi allo specchio diventa un esercizio di difficoltà atroce, ammesso e non concesso che si abbia una coscienza (o uno specchio...). Dopo tutto, chi ha mai detto o scritto che la vita sia un fatto meramente quantitativo...?
       Sono grato agli Autori di questo bel libro per avermelo fatto ricordare.

                                  Piero Visani



lunedì 24 settembre 2018

Resipiscenze

       Emmanuel Macron venne portato al potere da ambienti finanziari internazionali che lo vedevano come l'uomo adatto a plasmare la Francia secondo i loro disegni. Il simpatico "toy boy" ottenne una larga maggioranza e cominciò ad applicare una politica che avrebbe dovuto migliorare le condizioni economiche dei francesi, mentre le ha affossate ulteriormente, al punto che i suoi indici di gradimento presso l'elettorato sono colati rapidamente a picco.
       La Francia è diventata in breve un laboratorio politico-economico dove si è ulteriormente "perfezionato" il disastro sociale voluto dalle strategie economiche dell'Eurolager: nessuna redistribuzione di ricchezza alle classi lavoratrici e alla piccola e media borghesia; tassazione da urlo; progressivo impoverimento di tutti i ceti, salvo i ricchi e i super-ricchi. Non a caso, anche in Francia è cresciuto a dismisura, negli ultimi tempi, il numero dei working poor, cioè quella categoria di persone, ormai amplissima anche in Italia, che ha un lavoro, ma non percepisce introiti sufficienti a metterla al riparo dalla povertà, travolta da bollette, balzelli, interessi usurari, imposizione fiscale e oneri di tutti i tipi. Che dovrebbe essere felice di vivere "nel migliore dei mondi possibili" e invece è ogni giorno più arrabbiata.
       In passato, la classe dirigente dell'Eurolager si sarebbe bellamente disinteressata del fatto che, nel mentre essa nuotava nelle prebende, i cittadini/schiavi avessero continuato a stare sempre peggio: le condizioni politiche generali lo consentivano e i consensi, frutto di puro masochismo, non mancavano. Oggi, però, le condizioni di fondo sono radicalmente mutate e la spinta sovranista, chiunque riuscirà ad interpretarla, si è fatta forte al punto da risultare preoccupante. Con queste premesse, e con le banlieues in costante fermento, Macron doveva fare qualcosa, onde non rischiare, in prospettiva, un disastro elettorale. E allora, ecco che le politiche di detassazione - odiatissime fino a che venivano rifiutate come "non virtuose" da una classe dirigente che ovviamente assegnava a sé stipendi esentasse - sono ricomparse alla grande, "per dare una scossa all'economia" (che evidentemente, quando è gravata dalle tasse, soffre, visto che i primi ad ammetterlo sono oggi i prenditori/percettori) e per far sperare in un futuro meno tombale a un Paese impaurito, al punto da far crescere anche la percentuale del deficit pubblico, come ipotizzato pure dagli odiati macaroni italiani.
        Tutte cose già note, risapute, ma mai ammesse: l'Eurolager sta uccidendo l'Europa e ovviamente la cosa non importa in alcun modo ai boiardi di Bruxelles, ma molto gli importa invece delle loro carriere politiche, che potrebbero essere spazzate via dal voto continentale del maggio 2019, costringendo molti a rifugiarsi nell'alcol e contrarre così formidabili attacchi di sciatica, più forti e meno "allegri" degli attuali...
       Si stanno in tal modo confermando le previsioni di molti osservatori, anche non schierati politicamente: l'Eurolager affosserà l'Europa e l'odierna marcia indietro di Macron è certo significativa, ma molto tardiva.

                Piero Visani






venerdì 21 settembre 2018

The Concert for BanglaDesh

       Sui media mainstream è un continuo ricorrere di un nuovo tema, il "cattivismo", che non è soltanto la più naturale antitesi di un falso "buonismo" durato decenni, ma è anche il modo per introdurre la questione del risentimento, dell'ostilità, della rabbia, che sarebbero diffusi a tutti i livelli - e i media mainstream si chiedono pure il perché... - della società italiana.
       Alcuni quotidiani di oggi ne forniscono una prima, potenziale risposta: il "sistema moda" italiano produce un volume d'affari di circa 58 miliardi di euro l'anno, vale il 4% del Pil, ed è cresciuto del 3% nella prima metà del 2018.
       Risultati assolutamente positivi, che però - come ha rivelato un'inchiesta pubblicata ieri dal New York Times - si basano su uno sfruttamento dei lavoratori più o meno analogo a quello esistente nel BanglaDesh, il Paese nato dalla scissione del Pakistan. Gli esempi addotti in tal senso dal prestigioso quotidiano statunitense si sprecano: abiti da donna venduti a prezzi varianti da 800 a 2.000 euro comportano una remunerazione - per le specialiste che li producono in condizioni appunto da Paese asiatico (nessuna tutela lavorativa, mutualistica o che altro) - di ben 10 euro al giorno, una cifra che può consentire il cospicuo guadagno, per le medesime, di 300 euro al mese...!
       Questa inchiesta ha suscitato scandalo, ha provocato reazioni irate tra i grandi nomi del "Made in Italy", ma non ha condotto ad alcuna acquisizione certa e definitiva su quanto davvero guadagnino queste lavoratrici del "sistema moda" nazionale. Nessuno degli stilisti di fama interrogati in proposito ha saputo fornire una risposta precisa e circostanziata, perché nessuna di queste lavoratrici è ovviamente una loro dipendente, ma è al soldo (si fa per dire...) di terzisti e subterzisti che danno loro remunerazioni nemmeno definibili da fame, ma da semplice schiavismo.
       Su questo sfondo, ormai diffuso in un gran numero di settori merceologici diversi, resta da chiedersi come sarebbe possibile che la società italiana non fosse carica di risentimento, di odio, di frustrazione e invidia sociale, quando nemmeno sottoponendosi a turni di lavoro di 12 ore al giorno è possibile procurarsi da vivere, pagare bollette che costano il triplo che in altri Paesi, permettersi un'auto che non sia una carretta, percorrere autostrade che hanno costi altissimi, forse non sempre reinvestiti nella manutenzione dei ponti...
       C'è da essere allegri, c'è da ritenersi immersi "nel migliore dei sistemi possibili", mentre i nostri figli, spesso plurilaureati, possono nel frattempo cercarsi un posto da lavapiatti a Londra o in altri Paesi, per spendere bene le conoscenze acquisite...?
       La borghesia italiana, mai troppo intelligente e sempre troppo cieca, sta percependo queste dinamiche di impoverimento verticale sulla propria pelle. Per ora sopravvive mangiandosi il capitale, ma tutto questo non durerà in eterno. Quanto alle classi elevate, esse non hanno fatto altro che spartirsi prebende, mangiare il mangiabile e assegnare incarichi a sé e ai propri figli per cooptazione. Non a caso, in questo Paese, la mobilità sociale è inesistente.
       Capita sempre più spesso, guardando le trasmissioni televisive a premi, vedere concorrenti che piangono sgangheratamente, travolti dall'emozione, dopo aver vinto cifre che un tempo sarebbero state modestissime e che non risolveranno alcuno dei problemi che li affliggono, ma che rappresentano una sorta di insperata rivincita su una vita fatta solo di sofferenze e di schiavitù, al punto da scatenare in loro questi forti soprassalti emotivi.
       Non va tutto così bene, dunque, ma l'odio cresce e, siccome nessuno si preoccupa di redistribuire un po' di ricchezza e diminuire sperequazioni sempre più enormi, crescerà ancora di più, sempre di più. Questa è la notizia migliore.

                  Piero Visani



martedì 18 settembre 2018

Futura

       Di norma, non voto. Sono troppo snob e detesto dal profondo i ludi cartacei. Credo però che, per le prossime elezioni europee del maggio 2019, farò un'eccezione. Sento troppo l'odore di scontro frontale, ovvero l'odore che amo di più. Ovviamente non penso che il mio modesto votarello possa cambiare alcunché, ma lo metterò comunque a fianco di tutti coloro che - mi auguro per le ragioni più diverse, perché in quel modo a me piacerebbe di più - detestano questa "democrazia delle pance piene", questo totalitarismo sempre meno dolce, questa ineguaglianza eletta a sistema, dove coloro i quali hanno i loro soldi in paradisi fiscali e percepiscono stipendi NON TASSATI sono soliti farci la morale sull'importanza dell'assolvimento degli obblighi fiscali (i nostri, e solo i nostri, ovviamente...) e del pagamento dei debiti (i nostri, e solo i nostri, ça va sans dire), mentre la gente come noi si vede ogni giorno sempre più schiacciata verso una condizione lumpenproletaria e senza speranza alcuna: di futuro, di libertà, di (modesto) benessere.
       Non penso a nulla di decisivo, non credo che le cose cambieranno tanto in fretta, ma sento il delizioso odore del nemico e nulla mi potrà trattenere dal dargli addosso. Gente maledetta che mi ha rovinato la vita fin da quando ero adolescente e con la quale anelo a fare i conti da allora, anche se probabilmente non riuscirò a farli in questa vita. Nessun problema: da modestissimo intellettuale, ho sempre cercato di educare qualche seguace. Ci penseranno costoro, o almeno si ingegneranno a farlo.
       Ma sento il dolce profumo dell'odio e, per una volta, non credo che mi limiterò a subirlo, ma potrò anche spargerlo. Con estrema lucidità, perché non sono per nulla emotivo: a me piace fare male, non dare scandalo. E studio costantemente i modi per farlo. Le guerre migliori sono quelle che si combattono con le spalle al muro, e ci siamo sempre più vicini.

                                Piero Visani






lunedì 17 settembre 2018

I miei romanzi

       Quando un autore nasce saggista e storico, è normale che si interroghi sulle proprie capacità di romanziere. Così, dopo aver scritto in sequenza due romanzi, un po' più di un anno fa, sono stato colto da crescenti dubbi sul loro effettivo valore e ho cominciato a lavorarci su, per quanto saltuariamente, effettuando modifiche e apportando correttivi.
       Una volta conclusa questa fase, ho lasciato i due testi a "fermentare" per un po', in attesa di rivederli successivamente a mente fredda. Quando ho operato tale revisione, sono rimasto forse ancora meno soddisfatto di prima e, a quel punto, ho deciso di sottoporli entrambi a una mia valente collaboratrice, con conoscenze letterarie decisamente superiori alle mie, nonché donna (il principale dubbio che mi assillava, infatti, era relativo alla consistenza e credibilità dei personaggi femminili).
       La disamina condotta dalla mia collaboratrice è durata a lungo, tanto è risultata approfondita, e, alla fine, il suo verdetto non è stato particolarmente positivo né sulle trame né sulla consistenza e credibilità dei personaggi femminili, da lei reputati assolutamente inattendibili.
       A quel punto, i miei dubbi hanno trovato conferma, di fatto quasi in parallelo con i giudizi invero lusinghieri tributati invece a un saggio come il mio Storia della guerra dall'antichità al Novecento, che è piaciuto davvero a molti. Ho dunque deciso di soprassedere a ulteriori stesure di romanzi o a modifiche dei medesimi. Se ne scriverò in futuro, lo farò solo dopo una riflessione molto più approfondita sulle modalità con cui uno storico può avventurarsi nel periglioso terreno della letteratura (o presunta tale...), magari con un romanzo storico...

                        Piero Visani



The Ghostwriter

        Ho fatto il ghostwriter per buona parte della mia vita professionale, maturando anche esperienze ad altissimo livello: Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica (1990-1992), Ministero della Difesa e vari Stati Maggiori (1988-2006), Dipartimento Informazione ed Editoria della Presidenza del Consiglio (1992-93). Oltre a ciò, numerose aziende, anche grandi, sia statali, sia parastatali, sia private.
       Ad un certo punto, non ho capito che, per continuare a lavorare, avrei dovuto lasciar da parte il linguaggio forbito e l'approccio documentato e dialettico, e cominciare a scrivere "più migliore" et similia. Non l'ho fatto - lo confesso - non ho saputo adeguarmi per tempo e così, in ambito professionale, ho perso posizioni. In quanto storico militare, quanto meno per passione, sapevo persino che a Waterloo Napoleone aveva perso, non vinto, e questo mi estrometteva dalla possibilità di accedere a qualche consiglio di amministrazione in posizione manageriale.
       Ho stretto i denti e mi sono adattato a fare lavori più umili. Dopo tutto, che potevo fare in un Paese dove "uno vale uno" e occorre ostentare soprattutto incompetenza? Non ne sono pentito: vedo che si affacciano un po' ovunque grandi geni e sono lieto che apportino tante qualità positive all'Italia. Non voglio correre il rischio di fare il "capo" (sic) "espiatorio" per colpe non mie... Meglio lavorare poco.

                      Piero Visani



domenica 16 settembre 2018

Deep State

       Nella mia vita professionale, non credo di aver mai fatto parte dello "Stato profondo". Ne ho operato all'interno, questo sì, ma mi impediva di migliorare le mie posizioni la mia assoluta refrattarietà, per non dire repulsione "tout court", a tutto ciò che è statale. In compenso - e questo lo posso affermare a chiare lettere - "ho visto cose che voi umani..." e, quando in  qualche occasione mi è capitato di volerne raccontare anche solo una minima parte a interlocutori non "avvertiti", mi sono visto ridere in faccia un po' da tutti, con inviti a "non raccontare frottole solo per il gusto di fare colpo su chi ti ascolta"...
       Frottole non ce n'era alcuna, ma vaglielo a spiegare alle "anime belle" e talvolta anche a quelle meno belle...! Non c'è niente di più impervio che cercare di spiegare a chi non ti vuole ascoltare che cosa siano gli arcana imperii e come funzioni lo "Stato profondo". Tempo perso.
      Visto che la mia credibilità è prossima allo zero assoluto, mi permetto però di suggerire la lettura del numero di agosto 2018 di "Limes - Rivista italiana di geopolitica", dedicato a "Stati profondi. Gli abissi del potere". Sia per i neofiti della politica dalla parte dei governi (e non da quella delle opposizioni) sia per quanti non credono all'esistenza dei Deep States, sarà una lettura certamente utile, perché spiega alcuni meccanismi estremamente interessanti, ad esempio come può accadere che una struttura di sicurezza incaricata della difesa delle coste di uno Stato riesca a creare - non propriamente a caso... - un evento come quello della nave "Diciotti" e chi la muova, nel farlo, di modo che il governo legittimo di un Paese si trovi tra i piedi una "patata bollente" intesa solo ed esclusivamente a delegittimarlo e a screditarlo.
       Essendo avanti con gli anni, sono un componente di quella ristretta genìa di italiani che credono ancora che le buone letture servano anche a fare politica, oltre che - e soprattutto - metapolitica. Non ho grandi speranze in tal senso, visto il livello medio complessivo, ma la mia piccola provocazione la lancio: chi non controlla il Deep State del proprio Paese crede semplicemente di governare ed essere al potere; in realtà NON governa e NON ha potere. Meglio accorgersene per tempo, se si riesce...

         Piero Visani



sabato 15 settembre 2018

L'immutabile "democrazia"

       Non passa giorno, anzi non passano ore né minuti senza che qualche "solone" - in servizio permanente effettivo o di complemento, volontario a ferma breve o professionista fin troppe volte raffermato (e mai pensionato...) - non ci "delizi" sull'immutabilità della democrazia e dei suoi valori".
       Sistema davvero divertente, quello democratico, dove NON si può cambiare neppure se lo decide la maggioranza. La maggioranza degli italiani, ad esempio, è contraria all'immigrazione indiscriminata e che non si trasformi in integrazione, ma rimanga pura e semplice accoglienza? No, non va bene. Ma hanno votato a maggioranza per una soluzione del genere? Non va bene lo stesso, sono ignoranti e, in futuro, le elezioni non si svolgeranno più sulla base del criterio "un uomo, un voto", ma di quello - ultra-democratico - de "una laurea (almeno triennale e di chiaro orientamento globalista-universalista), un voto". Se per caso avrai una laurea, ma le tue deviazioni intellettuali e culturali ti avranno portato ad esse una "merda sovranista" (secondo la nobile definizione di marca lussemburghese), potrai solo fare il lavapiatti a Londra, insieme a decine o centinaia di migliaia di giovani italiani che "volevano troppo", in patria.
       Si dice sempre che in questo Paese non esista mobilità sociale, e che i figli dei ricchi restino ricchi, così come quelli dei poveri restano poveri. Ma neppure in termini di mobilità politica andiamo molto bene, visto che sta diventando affine a quella della Corea del Nord. Lunga vita ai vari Kim che "allietano le nostre vite" con i loro saperi e le loro morali! Almeno in Nord Corea ne hanno uno solo!

                          Piero Visani




martedì 11 settembre 2018

Flessibilità

       Un supermercato della cosiddetta cintura torinese.
      Atmosfera da smantellamento. La struttura chiude. I dipendenti non vengono licenziati, ma trasferiti molto lontano, ad oltre 100 chilometri, nel Novarese. Si prospetta per loro una vita da pendolari, ma non sui treni ad alta velocità bensì sulle simil-tradotte note come "treni regionali". 
       Cento chilometri ad andare, e cento a tornare: unica soluzione possibile per famiglie in cui ci sono due bambini ed entra un solo stipendio fisso, quello del capofamiglia, perché la moglie è ovviamente precaria, precarissima.
       Impensabile sognare di potersi prendere anche solo un alloggetto nel nuovo luogo di lavoro, dunque avanti e indietro, per "globalizzazione" (o "glebalizzazione") e flessibilità. Tuttavia, potranno avvicinarsi al Lago Maggiore, dove qualche furbetto con vocazioni moraleggianti e rigoriste si gode la sua "meritata" villa da (solo) 24 milioni di euro.
       Mia moglie è di antichissima famiglia aristocratica (1518) e ha un naturale ribrezzo non per il popolo, che apprezza da sempre, ma per le borghesie di rapina e le loro abitudini sempre molto disinvolte.
       Parla con questi soggetti, il cui morale è comprensibilmente sotto i tacchi, e cerca - come può - di rincuorarli. Fa notare loro come nei Comuni del circondario torinese le concessioni per aree commerciali si siano moltiplicate, anche perché potevano giovare - e non poco - se non proprio alle casse comunali, certo a quelle del potere locale. La scommessa era che, dopo qualche anno di difficoltà, il mercato interno sarebbe ripartito e invece, con stipendi da fame e tasse da rapina, non è ripartito proprio un bel niente. Sono ripartiti solo alcuni dipendenti - e nemmeno tutti - verso località molto lontane. 
       Serve a poco, o forse a nulla, fare un gesto di solidarietà, ma mia moglie lo fa, con grande classe, consapevole com'è del fatto che l'attuale capitalismo di rapina sa solo depredare la gente, di tutto, anche dell'ultimo residuo di sorriso. Ed è una sicura soddisfazione, per lei, veder fiorire uno stanco sorriso sulle labbra di questi "vinti dalla vita". Io non sono presente a questa scena, ma non posso che lodarne il comportamento. Dare un segno concreto, tangibile, di vicinanza è sempre utile. Poi verrà il momento di insegnare a costoro a riprendersi le loro vite: comunque, dovunque, in ogni modo.

                                      Piero Visani



lunedì 10 settembre 2018

Le elezioni in Svezia

       Siccome non tengo minimamente a rendermi simpatico, dirò a chiare lettere che a me il modello del Welfare State ha sempre fatto ribrezzo, in Svezia come altrove. E' un modello orribilmente assistenzialistico, che si preoccupa soprattutto di vellicare le parti peggiori di una Nazione e di un popolo, quelle che cercano di farsi pagare il più possibile dallo Stato, in modo da faticare il meno possibile da sé. Del resto, sappiamo che questa è una strada in discesa: si comincia con alcune componenti sicuramente di rilievo, come l'assistenza sanitaria, e si finisce per intasare i servizi di emergenza degli ospedali anche solo per un raffreddore...
       Poi un giorno gli apologeti di quel sistema di assistenza dalla culla alla tomba (e anche viceversa, perché quando nasci in un sistema del genere è come se fossi già morto) si accorgono - ma molto tardivamente, è ovvio... - che quel sistema, come può essere applicato a loro, può essere applicato anche agli allogeni e costa, costa, e snatura progressivamente l'identità nazionale, fino a trasformarsi in un melting pot talmente forzato per cui in certe aree del Paese non entra neppure più la polizia e forse servirebbe - per accedervi - anche l'esercito.
       Una deriva del genere è appena più che tragica, ma ci vuole tempo, molto tempo, per scalzarla. Sacche di privilegio esistevano ed esisteranno ancora, e le metapolitiche inverse a quelle dominanti non si costruiscono in un giorno. Le forze sovraniste crescono, ma fanno quello che possono, visto che l'elettorato spesso si accorge dei ladri quando hanno già completato le loro spoliazioni, non prima, in genere per una forma di ottuso e comodo conservatorismo.
       Tuttavia, il vento sta cambiando in tutta Europa. Non occorre avere fretta. Il nemico - perché di nemico si tratta e come tale ci ha sempre trattati - è in difficoltà. Occorre incalzarlo con strategie diversificate e tattiche sofisticate. Ma quello che un tempo era un sogno oggi è già un progetto politico. Non è mutamento da poco, anche se non arriva subito la luna nel pozzo.

                          Piero Visani



Teodoro Klitsche de la Grange, Recensione a Piero Visani, "Storia della guerra dall'antichità al Novecento"

Piero Visani, Storia della guerra dall’antichità al Novecento, OAKS Editrice, Milano 2018, pp. 190, € 18,00.


       Questo libro, che verrà presto seguito dalla storia della guerra dal Novecento ad oggi, è riuscito in un’impresa non facile: quella di cogliere le costanti e le differenze, (in rapporto alle epoche) del fenomeno bellico, in primo luogo la sua ineminabilità. Come scrive l’autore “Scrivere un abbozzo di storia della guerra dall’antichità ad oggi, sia pure senza pretese di esaustività e completezza scientifica, può sembrare un’operazione oziosa: la cultura dominante in quello che per convenzione definiamo il mondo occidentale, infatti, ha da tempo espunto dai suoi valori di riferimento il fenomeno bellico”. A dire il vero ha fatto di più: ha creduto di poter eliminare dalla realtà quello che Julien Freund chiamava uno dei “presupposti” del politico: l’amico-nemico, in particolare coltivando l’illusione che possano esistere comunità senza ostilità (e senza conflitti, almeno rilevanti) “i maîtres à penser della cultura dominante ci distillano gocce del loro illuminato pensiero spiegandoci che, in un’epoca evoluta(!) come l’attuale, i conflitti, anche quelli tra gli Stati, non sono più armati, non possiedono una dimensione militare, ma si svolgono a livello economico e finanziario. E naturalmente, pensando a questo, ci sentiamo tutti più tranquilli e anche fortunati, perché le nostre vite non sono distrutte dagli spari o dalle bombe, ma “soltanto” dall’impossibilità di avere un lavoro, o di averlo tale per cui sia decentemente remunerato, o esposto alle insidie di popoli più disgraziati del nostro, disposti ad accontentarsi di un pugno di riso per lavorare più e magari meglio di quanto non facciamo noi”.
       Tanto per cominciare, la guerra (e il nemico) è eliminata dal vocabolario. Ma siccome i dissenzienti  a tali visioni (sedicenti) ireniche, esistono e non intendono “pacificarsi”, verso questi “la violenza è ancora possibile e tuttora accettabile. Non è guerra – sia chiaro – perché non c’è nemico da affrontare; piuttosto, è un’operazione di polizia, nazionale o internazionale, da condurre a carico di quanti non si vogliono piegare, non si sa perché, alla logica razionale e razionalistica di chi ne sa più di loro, degli illuminati, degli ottimati, dei beati possidentes”. In realtà, sostiene Visani, “se la guerra non esiste più (e sappiamo fin troppo bene che non è vero), il conflitto gode di ottima salute – se così si può dire – e assume continuamente nuove dimensioni, che investono tutti i campi e tutte le attività umane, in una logica di privatizzazione dello scontro che rischia davvero di dare concretamente corpo ad uno dei peggiori incubi della storia umana: il bellum omnium contra omnes, di hobbesiana memoria”. D’altra parte conflitti e ostilità sono presupposti della guerra (intesa come violenza); la quale è in sé un mezzo della politica (Clausewitz) che può conseguire i propri scopi (anche e soprattutto di potenza) ora con la guerra ora con la pace (spesso finta). Qualche anno fa nel libro notissimo di due colonnelli cinesi, “Guerra senza limiti”, si mostrava come in un mondo che rifiuta la guerra classica, questa ripieghi in altre forme, spesso conosciute (come quella economico-finanziaria) o del tutto nuove, come le aggressioni informatiche, ma accomunate dallo scopo della guerra (Clausewitz e Giovanni Gentile) che è quello di far sì che il nemico (l’altro gruppo politico) faccia la nostra volontà, anche senza impiegare mezzi militari (cosa che Sun-Tzu elogiava già 25 secoli fa). L’obiettivo del libro è “sollecitare  ad una riflessione sul fatto se una civiltà possa davvero fare a meno di possedere una “cultura del conflitto”. Non c’è niente di peggio che rifiutare di riconoscere alla guerra “l’esistenza a livello culturale, lasciando che l’opinione pubblica e soprattutto le giovani generazioni non conoscano o addirittura rifiutino di conoscere la dimensione conflittuale, con la conseguenza di risultare sempre più alla mercé, soprattutto per ignoranza, di chi – in forme sempre più evolute e subdole – le vuole solo aggredire, per farle oggetto di conquista dapprima sul piano intellettuale, poi su quello economico-materiale e infine su quello fisico”.
      Così è ricordato da Visani il rapporto tra modo d’esistenza delle comunità (in particolare – ma non solo – la forma politica) e modo di combattere: altro è l’esercito di una democrazia politica, in cui tutti hanno il dovere di prendere le armi, altro quello di un’aristocrazia (è un diritto/dovere che compete a pochi), altro della monarchia.
       Così la descrizione delle diverse epoche e forme di guerra occupa circa duecento pagine che sarebbe lungo esaminare: compito da lasciare al lettore. Ma una citazione la vogliamo fare: è quando l’autore commenta l’esito – pessimo sul piano militare ma buono sotto quello politico – della nostra Terza Guerra d’indipendenza “La Terza Guerra d’Indipendenza riveste un ruolo importante nella storia nazionale perché è la prima in cui si manifesta un modo italiano di fare la guerra che ha segnato in profondità la vicenda storica nazionale: una classe politico-militare incerta a tutto, per nulla convinta del modo con cui raggiungere i propri obiettivi politici e ancor meno disposta a sostenere le spese necessarie per dotarsi di uno strumento militare adeguato, sia terrestre sia navale… Si tratta di un modello comportamentale che tenderà a ripetersi con preoccupante frequenza e che segnerà nel peggiore dei modi la nostra storia unitaria, anche in tutti i conflitti successivi in cui il nostro Paerse sarà impegnato, Di questo modo italiano di fare la guerra non si è mai parlato granché e anche oggi su di esso si preferisce glissare, sia perché è assolutamente conforme al carattere nazionale sia perché, a partire dal secondo dopoguerra, ha cominciato ad intersecarsi con la retorica sull’inclinazione naturalmente pacifista (che non equivale a dire “naturalmente politica”, anzi…) degli italiani e delle loro stesse forze militari. I risultati di tale disposizione mentale sono sotto gli occhi di tutti e hanno accelerato la nostra progressione come Paese privo di sovranità reale e privo anche di una vera cultura militare”.
       Nel complesso un libro interessante, cui può adattarsi in pieno il giudizio di Proudhon che la guerra “domina, regge con la religione, l’universalità dei rapporti sociali. Tutto nella storia della umanità, la suppone. Nulla si spiega senza di lei; nulla esiste senza di lei; chi sa la guerra, sa il tutto del genere umano”.

                                  Teodoro Klitsche de la Grange




giovedì 6 settembre 2018

"Tutti a casa!"

       L'8 settembre 2018 è dopodomani e si tratta di una data che, per la grande maggioranza degli italiani, non significa nulla e ancor meno evoca. Come ebbe a scrivere il professor Ernesto Galli della Loggia (non proprio un sovversivo...), è solo la data de "La morte della Patria".
       La vicenda della nave "Diciotti" e dei migranti scomparsi dai centri di accoglienza dopo essere stati ricevuti in pompa magna ci ricorda che siamo sempre lì, a quella data incisa con il sangue nel nostro DNA nazionale. Ci piace suicidarci - come popolo - e farci prendere per le terga dal mondo intero, magari illudendoci, come fanno i più ingenui, che "Italians do it better". Lungi da me il negarlo, ma cosa fanno meglio degli altri? Le "Caporetto"...?

                    Piero Visani



lunedì 3 settembre 2018

Presentazione di "Storia della guerra dall'antichità al Novecento", 6 settembre 2018

       Giovedì 6 settembre, alle ore 18, presso la Sala Gioco del "Circolo dei Lettori" di Torino (via Bogino 9), avrà luogo la presentazione del mio libro Storia della guerra dall'antichità al Novecento (Oaks Editrice, Milano 2018, 195 pagine, prezzo 18 euro).
       La presentazione sarà introdotta dal generale degli Alpini Giorgio Blais, in passato a lungo direttore della sede OSCE di Banja Luka (Repubblica Serbia di Bosnia).
       La presente vale come invito per chi fosse interessato.

                    Piero Visani



sabato 1 settembre 2018

La "libertà" secondo gli etilisti (non) anonimi

       "Pagherete tutto con l'ora legale o con quella solare? Aiutateci in questa fondamentale scelta per il futuro dell'Eurolager! Preferite che le vostre esequie abbiano luogo alle ore 10 o alle ore 11 (cioè 10 + 1)? Ci auguriamo che vi rendiate conto della portata di questa scelta cruciale. E poi non dite che non siete liberi: sulle questioni fondamentali - il pagamento dei soldi che vi abbiamo detto che ci dovete - siete liberissimi: potete addirittura scegliere l'ora: solare, legale (o illegale, quella che è più cara all'UE...)? Ve lo chiede l'Europa!".

                                     Piero Visani








martedì 28 agosto 2018

Sole, cuore, amore

       Ho visto ieri sera il film Sole, cuore, amore, di Daniele Vicari, una terribile opera di denuncia sulla crisi economica dell'Italia attuale. Vicari, già autore del pregevole Diaz, ha realizzato un film molto triste, sul disastro economico ed esistenziale in cui siamo immersi.
       Mi è piaciuto molto il finale, degno della massima riflessione e spunto per un possibile esito della vita dei beati possidentes, quelli che i quali in Italia va tutto bene e viviamo "nel migliore dei mondi possibile". Ma costoro in genere non guardano film e - nella rara eventualità in cui ciò accada - non li capiscono.

                 Piero Visani



Le politiche di risanamento

       "Il suo nucleo familiare non ha più nulla", dice con aria soddisfatta il grigio burocrate (costoro, infatti, assumono sempre un'aria molto soddisfatta quando possono vantarsi di aver ridotto qualcuno o alcuni allo zero assoluto delle loro vite, uno zero assoluto non patrimoniale, ma umano, cioè a una vita dove non c'è nulla, salvo il quadrinomio "mangiare - dormire - lavorare molto - pagare tutto").
       Il "risanamento" è compiuto: senza più un soldo, poveri in canna, possiamo avviarci "felici" verso il "migliore dei mondi possibili", quello dell'Eurolager. Qualche tedesco, utilizzando sapientemente i suoi kapò italici, potrà mettersi in garage una seconda o terza Mercedes, e qualche suo Gauleiter italico potrà ampliare la propria già lussuosa villa.
       "Ce lo chiede l'Europa", dice compunto il servo sciocco di turno. Ci hanno distrutto, ma era "per il vostro (o forse nostro...?) bene".
       "L'esportazione di virtù economica" (molto presunta), così come quella di democrazia (ancor più presunta) procede in forma semplice: con bombardamenti - reali e/o metaforici - che distruggono tutto e tutti. Alla fine, un ristretto nucleo di maiali è un po' più grasso. Noi invece siamo o in miseria o morti (splendida alternativa!). Sarà davvero - come ci dicono - una soluzione politica imperfetta, ma la "migliore che abbiamo escogitato fino ad oggi?". Per quanto mi riguarda, giuro che ne avrei moltissime, di soluzioni alternative, ma - siccome vivo in un sistema molto libero - non posso elencarle senza finire in galera...

                       Piero Visani





sabato 25 agosto 2018

Cassandra Crossing

       Forse non è ancora chiarissimo a molti, ma il passato e il presente, in Italia, si reggono solo grazie ad una solida egemonia burocratica e mediatica costruita, nel corso di decenni, da chi aveva una robusta tradizione gramsciana alle proprie spalle e sapeva quale uso farne. La costruzione politica cui tale metapolitica ha dato luogo, tuttavia, è miseramente crollata, principalmente a causa della sua assurda scelta di farsi semplice longa manus dell'egemonismo tedesco (dopo esserlo già stata di quello americano). Non potendo distribuire nulla - se non sangue, sudore, lacrime e tasse - essa ha rinunciato a qualsiasi ruolo positivo ed oggi è politicamente e metapoliticamente delegittimata non molto meno di qualche ultra-deprecato dittatore del passato. Può sperare di tornare in sella, certo, ma - nel caso abbastanza estremo in cui dovesse riuscire a farlo - sarà solo per un forte intervento esterno e risulterà ancora più evidente la sua natura di classe dirigente fantoccio e collaborazionista.
      Cosa verrà dopo, quindi? Bella domanda! Tutti sono inclini ad escludere scoppi di violenza, stante la (presunta, molto presunta) natura mite (per non dire post-eroica...) del popolo italiano. Io non ne sarei così sicuro: più aumentano i motivi di insoddisfazione, più ci si vede privati di prospettive di presente (per non parlare di futuro), tutto diventa possibile. Il fossato che si sta creando tra i due schieramenti, l'odio profondo, talvolta profondissimo che li divide, le visioni del mondo radicalmente antitetiche, mi portano - da cultore della polemologia - a non escludere nulla. Del resto, fin da adolescente sono convinto che a questo esito ci avrebbe portato, nel lungo periodo, "il migliore dei mondi possibile", quello tanto amato dai "beati possidentes" di ogni specie e risma. Ora osservo e attendo, curioso.

                                         Piero Visani



venerdì 24 agosto 2018

Matrix

     In una fase come l'attuale, di radicale cambio delle metapolitiche di riferimento, una parte dell'opinione pubblica si muove ancora - consapevolmente o meno - all'interno delle vecchie matrici concettuali e delle vecchie lingue; un'altra, per contro, le ha abbandonate consapevolmente e non le accetta più. Sviluppi del genere sono abituali nel campo della guerra mediatica e vanno combattuti con grande cognizione di causa. Il livello dello scontro è basso, al momento, in termini di conflittualità spicciola, ma è altissimo in termini di conflittualità potenziale. Vedremo che cosa accadrà, ma siamo nel bel mezzo di un caso di studio di estremo interesse, sul quale sarebbe meglio intervenire con iniziative molto potenti, piuttosto che limitarsi a osservare lo scenario nel mentre si dipana. Forse è chiedere troppo, ma uscire dalla vecchia matrice è un fondamentale atto preliminare prima di entrare (eventualmente) in una nuova.
       Seguo con estrema attenzione il tutto, con forte interesse professionale e un po' dispiaciuto di non poter mettere personalmente mano a un materiale così fantasticamente plasmabile. Ma non taccio, e studio. Fasi di transizione (cioè di "crisi") così belle e interessanti capitano raramente, nella vita di una persona.

                          Piero Visani