venerdì 22 giugno 2018

La teoria dell'incompetenza

       Mi diverto non poco a leggere, sui principali organi di stampa nazionali, lunghe tiritere contro "il governo dell'incompetenza" e i suoi "inquietanti" protagonisti. Non intendo fare il difensore d'ufficio di alcuno, ma mi guardo un po' intorno e vedo - circondati come siamo da disastri quotidiani - i frutti di decenni di "governi di competenti": lo sfascio più totale. Mi coglie una contenuta ilarità e mi assale ovviamente - come a milioni di italiani - la tentazione di dare una possibilità a chi di questo collasso nazionale ha una responsabilità relativamente limitata.
       Se proprio dovessi dire, starei molto attento ad accusare gli avversari politici di massacri economici e sociali dopo averne compiuti ad abundantiam. Se di tali massacri costoro non hanno competenza, io quello lo vedrei come un titolo di merito, ovviamente da verificare, ma non acclarato come la competenza di disastri peculiare di chi ci ha governato (per conto terzi...) fino a oggi.

            Piero Visani



"Storia della guerra nel XX secolo"

       Ho completato la ricerca bibliografica e la suddivisione in capitoli (al momento ne ho previsti 16). Ora non mi resta che cominciare a scrivere. Il mio obiettivo è partire dalle due grandi guerre mondiali che hanno insanguinato il Novecento per procedere con capitoli tematici verso l'epoca attuale e per dare un breve sguardo sui conflitti del futuro e gli assetti che prevedibilmente assumeranno, per cui il titolo più corretto del libro potrebbe essere forse "Storia della guerra nel XX secolo...e oltre".
       La bibliografia che ho raccolto è molto grande, ma il libro avrà un impianto analogo a quello di "Storia della guerra dall'Antichità al Novecento", vale a dire capitoli brevi, basati su un solido impianto di riferimenti bibliografici per chi vorrà eventualmente approfondire, ma di facile leggibilità e comprensibilità per il lettore non specialistico.
       Sarà un bello sforzo, ma ormai l'ho promesso a me stesso e non rimarrò a metà dell'opera.

                             Piero Visani

giovedì 21 giugno 2018

Scorte

       La questione cruciale non consiste nel ritirare la scorta ad un determinato personaggio, facendo apparire la decisione una patetica ripicca, più eterotelica che realmente effettiva, ma nel tagliare l'erba sotto i piedi nell'humus "culturale" in cui certi personaggi affondano le radici del loro dire e del loro "sapere". Quella è un'azione politica e metapolitica efficace, non togliere le scorte. Togliere le scorte e continuare a lasciar scegliere certi temi per la maturità è fare una politica "da Tafazzi", con grande senso dell'autolesionismo...

                        Piero Visani



mercoledì 20 giugno 2018

Recensione di Salvatore Santangelo, "Babel", Castelvecchi, Roma 2018

       Difficile trovare un titolo più eloquentemente sintetico di Babel (Dai dazi di Trump alla Guerra in Siria: ascesa e declino di un mondo globale, Castelvecchi, Roma 2018, 140 pagine, prezzo euro 17,50), il saggio di recentissima pubblicazione con cui Salvatore Santangelo, brillante intellettuale dai multiformi interessi (dalla geopolitica agli studi militari, passando per molti altri ambiti), ha cercato di fornire una sua personale interpretazione di un mondo sempre più piccolo e al tempo stesso sempre più dinamico, dove le antiche certezze geopolitiche, geostrategiche e geoeconomiche sono state sostituite da una realtà liquida - per dirla à la Bauman - nell'ambito della quale è sempre più difficile trovare dei punti fermi, dei punti di riferimento.
       In una dotta quanto sintetica esposizione di una serie di problematiche geopolitiche di estrema attualità, Santangelo ci accompagna in un insieme di percorsi molto convincenti, dove i fattori di crisi, cambiamento e disordine sono nettamente superiori a qualsiasi forma di staticità.
      A chi scrive, probabilmente per deformazione professionale, è piaciuto in particolare il Capitolo IX, dove l'Autore traccia un parallelismo molto felice, quello della guerra come paradigma della globalizzazione. In esso, rovesciando le tranquillizzanti teorie sul fatto che la globalizzazione rappresenterebbe una sorta di viatico destinato a condurci nel "migliore dei mondi possibile", Santangelo evidenzia invece come il mondo del futuro, proprio perché profondamente destabilizzato e alterato dal (tentato) annientamento delle identità, si stia strutturando in realtà non come "un mondo di pace" - come vorrebbe la vulgata mediatica dominante - ma come "un mondo di guerra", di tutti i tipi di guerra, molto diversi, molto più articolati, molto più difficili da individuare dei conflitti di tipo tradizionale e perfino di quelli che, solo fino a pochi anni fa, potevano apparire più moderni e alternativi.
       E' un mondo che pare spingere verso una formidabile parcellizzazione delle forme conflittuali e di un loro mascheramento/occultamento sotto le spoglie più diverse, molte delle quali - e questo sta diventando sempre più un problema - assolutamente ignote al cosiddetto "uomo della strada". In questa crescente Babele, l'eracliteo "Polemos patér pantòn" si profila sullo sfondo come nuova e assai diffusa "koiné dialektòs", che chi di dovere sa fin troppo bene di dovere (e voler) parlare, al tempo stesso ipocritamente negando che esso è l'unico linguaggio che conosce (e vuole conoscere). Santangelo ce lo ricorda, con i toni soft che gli sono peculiari e che - proprio in quanto tali - risultano ancora più convincenti.

                 Piero Visani



  

martedì 19 giugno 2018

Finalmente 26...!

     Alessandro Manzoni è servito! Nel giro di pochi giorni l'ho superato, dopo una lunga attesa, e oggi i lettori fissi del mio blog "Sympathy for the Devil" sono 26. Un grazie di cuore a quei lettori che hanno reso possibile il conseguimento del non trascurabile traguardo. Se altri vorranno unirsi all'"eletta schiera", che non "si vende alla sera per un po' milioni" (e non lo farebbe neppure per tanti...), sono i benvenuti. Per l'intanto, grazie a quanti già sono qui convenuti in forma permanente.

                          Piero Visani



Un piccolo consiglio ai fautori del "pensiero unico"

       Nel momento in cui le vostre metapolitiche registrano un livello di consenso tra il 15 e il 20 per cento dell'opinione pubblica italiana e uno di dissenso dell'80-85 per cento, forse varrebbe la pena di cambiare registro, temi e riferimenti, dal momento che questa straordinaria mutazione ha avuto luogo nel mentre controllavate il 95 per cento e forse più del sistema mediatico. Dunque la Rete, tanto criticata, a qualcosa serve, non a caso si sente già dire da qualche "genio" che Internet è controllato dalla destra...
      La verità è più semplice e più complessa al tempo stesso: la realtà virtuale non è quella della Rete, ma quella degli stipendi d'oro, delle consulenze agli amici, degli spostamenti con scorta, delle ville con polizie private (e pubbliche, ahinoi...), delle vacanze nei posti esclusivi mentre noi possiamo scegliere tra il rimanere a casa e l' "a casa rimanere". La realtà virtuale è la vostra. Dalla realtà reale siete stati espulsi, ma in realtà vi siete espulsi da soli. Questa è una battaglia per la sopravvivenza ed è appena agli inizi. Lo scrivo da polemologo, dunque con un minimo di cognizione di causa...

                                Piero Visani



O Rom(a) o (M)Orte...

       Mi auguro davvero che i Rom non vengano schedati e che possa godere anch'io della loro condizione di indubbio privilegio: nessuna legge a mio carico, nessun controllo, nessuna indicazione patrimoniale da fornire, nessun onere INPS da pagare pur essendo già titolare di pensione, nessun tipo di verifica, etc. etc. etc. E, in più, tutte le garanzie possibili immaginabili, anche perché, in passato, quell'etnia è stata oggetto di persecuzioni indicibili e ovviamente il costo lo devo pagare io, che nulla c'entro.
       Mi conforta il fatto che, essendo stato io oggetto di controlli fiscalissimi da parte dello Stato italiano, magari mio figlio potrà fottersene dei medesimi. Ma non credo. In Italia, lo "stipendio di cittadinanza" viene erogato perché i controllori controllino, a condizione che uno sia un cittadino normale e NON commetta reati. Penseranno costoro a imputargliene qualcuno... Funziona così, da decenni.

                         Piero Visani

lunedì 18 giugno 2018

Il senso civico

       Supermercato di area torinese. Esterno giorno. Parcheggio.
       L'auto di mia moglie (un'utilitaria, non un Suv) si ritrova bloccata, a sinistra, da un'auto parcheggiata a filo alla sua. A destra dell'auto di mia moglie c'è un muretto, ergo impossibile pensare di passare di lì per salire a bordo. Attesa non breve sotto il sole.
            Finalmente arriva la proprietaria dell'auto incriminata, la quale ovviamente non ha alcuna difficoltà ad entrare nella sua vettura. Mia moglie la apostrofa urbanamente, facendole notare che, stretta in quel modo, non le è stato possibile entrare in macchina da nessuna parte.
       Prima risposta: "Ah, non mi ero accorta!" (senza alcun "mi scusi", ma la precisazione è pleonastica...).
       Poi il "colpo d'ala" tipico di anni di insegnamenti di "neutralizzazione democratica": "mi sono stretta un po' (non molto, ovviamente...) contro la sua portiera per puro e semplice senso civico" (dice proprio così, il genietto), "perché così possiamo parcheggiare in di più" (si noti che il parcheggio del supermercato è pressoché vuoto). Mia moglie conosce bene il valore delle neutralizzazioni, ne parliamo spesso a casa, adora Carl Schmitt e sa che un certo tipo di cultura vuole, anzi pretende, che ogni volta che ti fa male e ti danneggia, siccome lo fa in nome dell'umanità, del senso civico e della democrazia, ti danneggia un po' meno, anzi pressoché nulla. Esattamente come i "bombardamenti umanitari", quando attivati, fanno "meno morti" e - se proprio devono colpire qualche civile per "danni collaterali" - sono sempre ospizi per pluriottuagenari in mera esistenza vegetativa, mai asili infantili.
       Con tutta la classe di cui è capace, la mia consorte illustra alla giovinetta il concetto di neutralizzazione, alla medesima forse sconosciuto nella forma ma non nella sostanza..., e poi manda soavemente a fare in c... sia costei sia - soprattutto - le "neutralizzazioni democratiche", invitando per di più coloro che le praticano ad avere almeno il coraggio delle proprie azioni; di modo che, nel caso, si possa farli oggetto di ciò che meritano...

                             Piero Visani 






sabato 16 giugno 2018

Squarci di alterità

       Ho sempre amato il momento degli inni nazionali prima delle manifestazioni sportive di alto livello. L'ho sempre inteso come momento di rottura in una narrazione molto codificata, una sorta di parentesi storico-polemologica in manifestazioni di crescente impianto economicistico.
       Leggo le considerazioni dei media del "pensiero unico" sul fatto che questi inni sarebbero vecchi, datati, figli di epoche assai lontane dalle nostre. Li comprendo e so bene che, ad esempio, oggi si preferirebbe un inno unico per tutti gli Stati del mondo, tipo "Soldi, soldi, soldi", canzone mitica del 1962, cantata da Betty Curtis. Presto - ipotizzo - la demonìa dell'economia ci farà arrivare a tanto e sicuramente di tale canzone faranno una versione aggiornata, cantata da una band per la quale mi permetto di suggerire un nuovo nome, adattissimo: "I sodomiti"...
       A me personalmente, invece, piace ascoltare questi vecchi inni, che sono saturi di sogni, speranze, illusioni, guerre, morti, sacrifici. Molti trasudano di retorica - è vero - ma è quell'insieme di sentimenti ed emozioni che ha fatto la storia delle nostre rispettive Nazioni e una parte di esso la si può ritrovare in quegli inni che - molto simbolicamente - conferiscono agli atleti la carica per affrontare con maggiore determinazione e vigore una competizione, nell'intento di vincerla.
       Quegli inni ci pongono un interrogativo, anche se molti di noi non lo sanno: preferite (visto che siamo quasi al 18 giugno) il disperato attacco della Vecchia Guardia napoleonica, la sera del 18 giugno 1815, domenica, accompagnata dalle note solenni della "Marcia della Guardia Consolare a Marengo",  contro l'altrettanto disperata difesa delle Guardie britanniche del Duca di Wellington, alla furtiva fuga, una volta che l'esito della terribile battaglia fu chiaro, dell'ignoto personaggio che da Waterloo galoppò ventre a terra fino ad Anversa, poi traversò la Manica in battello e infine raggiunse la Borsa di Londra in tempo per consentire a David Ricardo di guadagnare 600.000 sterline dell'epoca (una fortuna immensa) speculando sulla conoscenza del risultato dell'immane scontro?
      Non ho dubbi, per quanto mi riguarda, sulla scelta di campo. Mi sento tuttora "nutrito di sangue e di sogni" e spererei di doverli coltivare e impiegare in un contesto un po' diverso da quello della democrazia totalitaria attuale, dove sogni non ne ho e non ne posso più avere, e dove il sangue lo devo sputare solo per pagare tasse che servono a nulla, se non che ad ingrassare le oscene oligarchie dominanti e a indurle a sentirsi autorizzate a farmi la morale.

                    Piero Visani



giovedì 14 giugno 2018

Con viva e vibrante soddisfazione...

       Registro il fatto che molti amici e conoscenti, che so per certo non essere assolutamente affini ideologicamente a me, notano le stesse cose che noto io, le valutano esattamente come le valuto io e comprendono alla stessa stregua mia i FEROCI INGANNI della democrazia totalitaria.
       Non giudico il tutto una convergenza ideologica, ma il semplice rifiuto di farsi prendere per le terga dal "sistema per uccidere i popoli". Cresce il numero di coloro che se ne stanno accorgendo e che non si fanno più sodomizzare da quattro FOLE raccontate tra l'altro sempre peggio...
       Siamo a un punto di svolta, non vicinissimo, ma che si annuncia.

                             Piero Visani

mercoledì 13 giugno 2018

Sono d'accordo con Gramellini...

       Non mi capita praticamente mai di essere d'accordo con Massimo Gramellini e i suoi quotidiani pistolotti, nutriti di quel "buonsenso" antico che ci diletta nelle più terribili decadenze, quando la figura del laudator temporis acti assume valenze di (quasi) genialità.
        Eppure, nella sua rubrica quotidiana "Il Caffè", sulla prima pagina del "Corriere della Sera", il divo Massimo conclude il suo elzeviro, eloquentemente intitolato "La ruspa e la brioche", con un attacco a Macron, così formulato: "Se proprio desidera salvarci dai Salvini, convinca la classe dirigente europea a cambiare le politiche economiche che hanno contribuito a impoverire e spaventare quel ceto piccolo-borghese la cui crisi è all'origine di tutte le svolte reazionarie della storia, questa compresa".
       Per una volta, condivido. E' un bel monito. Dissento solo su quel "reazionarie", aggettivo che personalmente sostituirei con "rivoluzionarie". Ma, visto che Louis Antoine Léon de Richebourg de Saint-Just fu un notissimo aristocratico e giacobino, accordiamoci sull'aggettivazione e promuoviamo le relative dinamiche... Tutto acquisterà un delizioso senso.

                          Piero Visani



Cambio di metapolitiche

       Un cambiamento di metapolitiche non è nulla di particolarmente iconoclastico: ad esempio, se un "cugino la(t)rino" insulta dall'alto, anzi dal basso, delle sue assolute manchevolezze sul tema dell'immigrazione e, nel farlo, non esita a ricorrere a toni inurbani, un cambio di metapolitica consiste nel cessare di rispondergli alla Fantozzi, strisciando a terra e dicendogli "come è umano lei!" con tono servil-untuoso, ma nel mandarlo simpaticamente a quel Paese, di modo che possa temperare un poco la sua (largamente infondata) spocchia.
      Non c'è assolutamente un obbligo ad essere sempre e comunque "l'Italia dell'8 settembre" e dell'ammiraglio Maugeri. Abbiamo anche altri esempi cui poter fare riferimento, decisamente più dignitosi. Non li cito perché non mi piace paragonare grandezze a nefandezze, tanto più su eventi così marginali e modesti, ma sarebbe utile ricordare che il nostro popolo non è composto interamente di venduti come la quasi totalità della sua classe dirigente. E' un popolo abituato ad arrangiarsi, per sopravvivere alla nefandezze dei suoi oligarchi, che sono soliti farsi le ville da 24 milioni di euro nel mentre si vendono allo straniero, depredano la loro gente e - per unire il danno alle beffe - ne stabiliscono pure le regole di comportamento etico... In questo siamo davvero nel "vomitevole", per citare l'illustre cugino d'Oltralpe. Ma - da poveri - una dignità l'abbiamo, non fosse altro perché non abbiamo nulla da perdere, se non che le nostre pluridecennali catene, maneggiate - almeno fino a ieri - da modestissimi (ma interessatissimi...) kapò nostrani, tanto acculturati, tanto spocchiosi e tanto (ma per loro merito, ovvio...) incredibilmente ricchi.

                                Piero Visani





martedì 12 giugno 2018

L'importanza dei cambiamenti

       Ho passato quasi un ventennio della mia vita professionale a consigliare cambiamenti che nessuno mai metteva in pratica. All'inizio mi si diceva che era difficile, poi si passò a dirmi che era impossibile e infine mi si invitò (educatamente) dapprima a desistere dal continuare a suggerire ciò che ritenevo giusto e poi mi si diede il benservito.
       L'ho fatto a vari livelli e in diversi ambienti, ma sempre animato dalla consapevolezza che nessun cambiamento politico ha un senso se non accompagnato da un adeguato cambiamento metapolitico, cioè del quadro culturale in cui una nuova politica (ammesso e non concesso che sia nuova...) dovrebbe essere inserita. Uno degli esempi più eclatanti in tal senso è la politica di "liberazione fiscale" voluta dai governi Berlusconi, che trovò il suo culmine e la sua apoteosi nella fondazione di Equitalia...
       Ho sempre cercato di spiegare che combattere le proprie battaglie sulla base delle idee del nemico (o dell'avversario politico) è qualcosa che non serve assolutamente ad alcunché, anzi è pura eterogenesi dei fini e non fa che confermare e sancire l'egemonia metapolitica di colui contro il quale, in teoria, ci si dovrebbe battere.
       Ho rimediato decine di sorrisi di compatimento e naturalmente mi sono dedicato ad altre attività, perché incontrare l'avversione degli avversari è normale, mentre incappare nella derisione dei presunti (molto presunti...) compagni di strada è assai più fastidioso.
       Ora che, per la prima volta dopo molto tempo, abbiamo un governo che, sia pure in parte molto contenuta, non condivide le metapolitiche dominanti, forse qualcuno comincerà a rendersi conto dei terribili errori che sono stati commessi nell'accettare acriticamente e passivamente le metapolitiche degli avversari. Per fare degli esempi: se si parla di immigrazione, in Italia si deve sempre e solo parlare di accoglienza, di assimilazione mai, è vietatissimo. Oppure i Paesi vicini al nostro possono respingere i barconi dei disperati, chiudere le frontiere, espellere i clandestini; noi italiani mai, perché quello che in Francia è normale, da noi è razzismo...
       Cambiare tutto questo non è facile: richiede la formulazione di una metapolitica nuova, investimenti per promuoverla, strumenti per diffonderla, consapevolezza degli obiettivi da conseguire, e da conseguire per gradi, per non creare traumi in un'opinione pubblica che è stata manipolata per decenni in un senso specifico e attribuisce valori unilaterali e automatici a concetti come "umanità", che fanno scattare in lei riflessi pavloviani, non reazioni ponderate e approfondite.
       Chiunque osservi la radicale svolta impressa dal ministro dell'Interno Salvini alla questione degli sbarchi di immigrati nei porti italiani non può non notare la terribile difficoltà di articolare politiche nuove sullo sfondo di metapolitiche consolidate e ad esse radicalmente avverse: si rischia di essere accusati di "crimini contro l'umanità". Mi viene da sorridere e in una certa misura ritengo che sia giusto così: in effetti, è un "crimine contro l'umanità" aver fatto politica fino a ieri avendo sempre e costantemente accettato acriticamente la metapolitica degli avversari. Cambiare questa impostazione semplicemente demenziale è e sarà durissimo. Per rendervene pienamente conto, guardate i telegiornali e le trasmissioni d'opinione delle reti Mediaset, e capirete in che cosa il vecchio centrodestra NON differisce dai suoi avversari politici, visto che ne condivide in toto le metapolitiche.
       Ci sarebbe da fare moltissimo su questi temi e sarebbe utile cominciare a farlo il più presto possibile: il mondo sta cambiando con estrema rapidità e le metapolitiche del mondo vecchio servono solo a NON comprendere quello nuovo, regalandone per di più la gestione agli avversari politici. Tutto un patrimonio di culture e valori ancor oggi dominanti (almeno qui da noi) è in crisi verticale. Sarebbe bene prenderne subito atto, per tracciare le linee di una nuova cultura, che sappia ad esempio spiegare quali fortune colossali si possano accumulare celandosi dietro la capacità di fornire una copertura umanitaria a quella che è soltanto, e da tempo, nient'altro che una nuova tratta degli schiavi. E che quelli che non sono altro che orribili schiavisti si presentino come "umanitari" è vagamente sgradevole, o no?

                      Piero Visani
       


lunedì 11 giugno 2018

Guerre ibride

       Create ad hoc un disastro umanitario, un disastro che è tale per le vittime del medesimo, non per voi che ci lucrate politicamente, strategicamente o economicamente sopra.
       "Vestite" il tutto in modo che assuma fin da subito le caratteristiche di un'immane catastrofe morale. Non è difficile: servono un po' di disgraziati, provenienti dai luoghi più oscuri e remoti del mondo.
       Dite che "non aiutarli è una vergogna!" e ditelo tanto più forte quanto più li avrete spinti ai porti di partenza e li avrete imbarcati sulle navi destinate a quell'immondo commercio.
       Individuate il Paese che farà da "ventre molle", quello che dovrà obbligatoriamente ospitare i disperati di cui sopra e - se fa resistenza - additatelo al ludribio universale: "è un Paese di negrieri, di razzisti, di gente senza cuore!". Voi, invece, a spingere dei poveri disgraziati verso paradisi che non esistono, solo per abbassare il costo del lavoro in Europa, ovviamente siete generosi artefici di un'opera altamente meritoria. Gente piena di cuore, comprensione e umanità...!
       Se il Paese individuato come "ventre molle" fa resistenza, attaccatelo in tutti i modi possibili, ovviamente "in nome dell'umanità". E ricordate chi abitualmente le fa, le "guerre in nome dell'umanità", e come le conduce, e quanti morti provocano...
       La vostra più grande fortuna è che il mondo è fatto da immemori, sciocchi e "umanitari". L'"umanitarismo" è una delle componenti fondamentali della "guerra ibrida", ma la vostra seconda più grande fortuna è che quel tipo di guerra la conoscono per il momento ancora in pochi. E' così bello poter compiere impuniti grandi massacri e attribuirne la responsabilità al nemico...

                            Piero Visani



domenica 10 giugno 2018

Quanto vale l'Italia

      Nell'ultimo numero (5/2018) di Limes - Rivista italiana di geopolitica, il generale Fabio Mini - in un articolo significativamente intitolato "Siamo servi di serie B e non serviamo a niente" (pp. 75-87) - ritorna sui temi che gli sono cari, vale a dire il ruolo dell'Italia in ambito ONU, UE e NATO, e, dopo averne evidenziato gli enormi limiti e la natura sostanzialmente autolesionistica dei vincoli che ne derivano, a tutti i livelli, chiude il suo magnifico intervento con un passo che è pure un'evidente esortazione a costruire una politica estera che non sia da schiavi, ma da soggetti politicamente autonomi, consapevoli del fatto che "Se si è scelto di stare nel gregge piuttosto che fra i pastori, non contare significa essere contati, come pecore di rientro agli stazzi. Significa sottostare alla direzione dei pastori e al controllo dei cani" (p. 76).
      Per evitare tutto questo, per suggerire una politica estera e militare che non sia la "valle di lacrime" attuale, Mini traccia, scrivendo in terza persona, uno scenario sul quale varrebbe la pena di riflettere, e riflettere a fondo, prima di condannarsi alla sparizione definitiva e alla riconferma della nostra natura di "espressione geografica". Lo fa in forma sommessa, ma anche molto pregnante: "Ma c'è anche chi spera che uno strappo con la Nato ci consenta di togliere le sanzioni alla Russia, di sostenere più decisamente la causa palestinese, di aprire relazioni serie con l'Iraq e l'Iran e riesca a stabilizzare la Siria a tutto vantaggio, nostro, loro e della sicurezza internazionale. Una iniziativa del genere ci potrebbe chiudere le porte degli alleati, ma anche offrire un esempio da seguire per aggiornare l'alleanza alla nuova situazione e consentirle di tenere buoni rapporti sia con gli Stati Uniti sia con la Russia. Oppure potrebbe innescare una reazione a catena tendente alla formazione di un "blocco terzo" europeo che riequilibri i rapporti internazionali tra Usa, Russia e Cina" (p. 87).
       Sogni? Forse. Ma qualcosa di molto diverso e promettente, in ogni caso, rispetto a ciò che stiamo facendo ora, vale a dire essere servi sciocchi degli Stati Uniti e "sostituti d'imposta" per la Germania, in ossequio ai cui desiderata i nostri governi devono solo dare prova di avere "capacità di sottrarre risorse alle proprie comunità per destinarle ad altri" (p. 85).
      Il nostro destino servile non è un obbligo, ma una scelta delle nostre classi dirigenti attuali (e non solo attuali). Cambiare è ancora possibile, basta non accettare il "destino" servile come unico esito possibile della politica estera italiana.

                               Piero Visani




sabato 9 giugno 2018

"Abbiamo altri programmi"

       Non c'è nulla di più soddisfacente, quando ti sbattono fuori da qualche gruppo presunto elitario - retto soltanto dalla potenza delle armi e dei denari ma incline a farsi passare per "il migliore dei mondi possibili" (e invero lo è, per chi al suo interno comanda, per chi ubbidisce un po' meno...) - e poi, per sparigliare le carte, ti invitano a rientrare, che rispondere: "Abbiamo altri programmi", modalità elegante per mandare a quel Paese gli "esperti da apericena" che (s)governano il mondo occidentale.
       Il pianeta sta cambiando, molto rapidamente, e la velocità del cambiamento è destinata a crescere. Ci si addentra in "terre incognite", con qualche comprensibile preoccupazione ma anche con la formidabile certezza che le "terre cognite" ormai altro non sono che un'immonda cloaca a cielo aperto, dove il massacro dei deboli (che non sono i migranti, ma in primis gli autoctoni) viene perpetrato con esibita soddisfazione dai beati possidentes.
       Qui a Torino, gli apologeti del Gruppo Bilderberg invitano spocchiosamente "populisti e sovranisti" a far vedere "che cosa sanno fare". Personalmente, mi basterebbe che "non sapessero fare" che cosa hanno fatto fin qui gli oligarchi e soprattutto che non mi (ci) prendessero in giro venendoci a raccontare che il sistema più elitario e censitario del mondo sia a favore del "popolo". Suvvia, poveri senz'altro - grazie alla vostra costante azione predatoria - ma anche sciocchi è forse pretendere un po' troppo dalla nostra natura di conclamati underdog. Noi, del "migliore dei mondi possibili", conosciamo solo le fogne e in verità possiamo testimoniare che non differiscono in alcunché dai sistemi di scolo di altre famiglie politiche. Quello che c'è in superficie, e ancora più su..., non lo vediamo e dubito che ci sarà mai data occasione di farlo. Ecco perché anche noi - come Putin - ci permettiamo di dire che "abbiamo altri programmi"...

                       Piero Visani



190.000 visualizzazioni!

       Ad un ritmo un po' più rapido che in precedenza, sono arrivate anche loro. Quando ho iniziato, non mi immaginavo davvero di potervi arrivare, e invece...
       Sempre grazie ai lettori!

                    Piero Visani



venerdì 8 giugno 2018

Simmetrie

       Proporsi di ripristinare una cultura della difesa ristabilendo il servizio militare obbligatorio (sic) è come voler fare metapolitica di "destra" affidandosi alle reti Mediaset o a un bollettino parrocchiale: non c'entra alcunché ed è pure autolesionistico. Al massimo, può servire alla diffusione del "nonnismo" e/o della droga, e alla raccolta di consenso tra le fasce giovanili...
       Con una cultura della difesa - come con tutto ciò che è cultura - gli obblighi c'entrano pochissimo. C'entra semmai la volontà di averla, costruendosela da soli. E avendo meno "8 settembre" e meno "soldati di pace", miserevole ossimoro per coprire lunghi periodi di ascarismo filo-USA e totale incapacità di sviluppare una cultura guerriera, che oggi servirebbe più che mai, soprattutto per non fare i servi a titolo gratuito, ma semmai oneroso, in un mondo che ai "profeti disarmati" preferisce profili professionali decisamente più in tema...

                     Piero Visani



sabato 2 giugno 2018

Modesta proposta per prevenire le aspettative eccessive e infondate

       Sono nato nel 1950. Ho visto il 1968, il 1977, gli "anni di piombo", etc. etc. Ho iniziato a collaborare con l'istituzione militare nel 1988 e ho cessato nel 2006. E ho lavorato come consulente anche per il Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica e il Dipartimento Informazione ed Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
       Ho visto formarsi un'egemonia ideologica specifica, in questo Paese, e non ho visto praticamente alcuno che alzasse un dito per bloccarla. In occasione del primo governo Berlusconi, ho messo a disposizione di chi di dovere le mie competenze specifiche e mi sono sentito chiedere a che cosa potessi servire... A quel punto, ho lasciato perdere. Se uno è così scemo da voler dare una mano a quelli che sanno già tutto, meglio che si astenga.
       Ho visto governi di centrodestra che non davano la benché minima prova di accorgersi del problema e non credo davvero che cambierà granché, da quel punto di vista, perché ogni testo politico ha bisogno di un contesto metapolitico - nel quale inserirsi - che lo giustifichi, lo spieghi e lo legittimi. Altrimenti - e non è difficile da capire - un po' di rigore in più contro ad esempio l'immigrazione clandestina è destinato ad essere immediatamente dipinto dal sistema cultural-mediatico dominante come un'azione dei "cappucci bianchi" del Ku Klux Klan.
       Quando ho avuto l'occasione, ho rappresentato questo problema in varie sedi. Tra i miei interlocutori, i più gentili mi hanno riso in faccia. Ho fatto notare a costoro che stavano facendo politica con le idee altrui e mi è stato risposto che però sulla poltrona i glutei ce li avevano saldamente piantati loro. Mi sono permesso di obiettare su quel "saldamente" e mi hanno messo alla porta... Continuando a rifiutare l'esistenza stessa di quel problema, non capiterà solo a me, credo...

                    Piero Visani 




venerdì 1 giugno 2018

Piero Visani, "Storia della guerra dall'Antichità al Novecento" - Presentazione a Livorno

       Venerdì 8 giugno, alle ore 18, presso il Circolo Ufficiali della Marina Militare, via San Jacopo in Acquaviva 111, Livorno, sarà presentato il libro di Piero Visani, Storia della guerra dall'Antichità al Novecento, Oaks Editrice, Milano 2018, 190 pp., 18 euro). Seguirà cena con l'Autore, per chi desiderasse prendervi parte.

                  Piero Visani



mercoledì 30 maggio 2018

La data fissa

      Ci rincorre da 75 anni. E' l'unica data cui questo Paese presta ossequio a scadenze ricorrenti. E' l'8 settembre 1943, la data dello squagliamento di sistema, della "fuga all'inglese" (ma con la complicità dei tedeschi, tanto per tenere come sempre i piedi in due scarpe...) dei capi e di quella all'italiana dei sottoposti. Del sacrificio - per onore o per obbedienza agli ordini - di quelli che avevano un'etica (qualità non diffusissima qui da noi) e della tenuta di quei pochissimi che sapevano cosa fare, per senso del decoro e/o della dignità militare.
      Vedo che siamo sempre lì. Mi chiedo - ed è la domanda che mi diverte di più - quanti saranno quelli che faranno la scelta "repubblicana", che a questo punto, senza che alcuno si offenda, potrebbe pure essere definita "repubblichina", visto che ogni regime, alla fine, si squaglia...

                         Piero Visani



martedì 29 maggio 2018

Il "naufragio" del governo M5S-Lega

       Leggo su "autorevoli" quotidiani nazionali la frase: "dopo il naufragio del governo 5 Stelle-Lega". Valutazione invero singolare. Mai saputo che, se il capitano di una nave - per quanto si tratti di una carretta del mare ormai sfinita e asfittica - apre la stiva e fa entrare l'acqua, il suo gesto, per quanto di marineria io ne sappia poco,  possa essere definito un semplice naufragio e non un sabotaggio. E devo dire che, in un Paese che nella sua Marina ha annoverato ammiragli come Persano e Maugeri, e comandanti come Schettino, la cosa non mi parrebbe neppure così strana...

               Piero Visani



lunedì 28 maggio 2018

L'abiura

       "Professor Visani, allora è pronto a sottoscrivere l'abiura che le avevamo molto democraticamente richiesto?".
       "No, mi spiace, eccellentissimo signor Procuratore/Inquisitore. Il vostro sistema mi fa francamente orrore, per non dire schifo. La storia umana è stata piena di totalitarismi, ma praticamente tutti ammettevano di esserlo, per il bene del popolo, ovviamente. Solo uno continua a negare di esserlo e a farmi/farci la morale, ed è per quello che mi fa molto più ribrezzo degli altri".
       "Mi dispiace per questa sua insistenza a negare il fatto che il nostro è il migliore dei sistemi possibili. La condanno all'inesistenza. Dopo tutto, se riuscirà a sopravvivere, sarà più libero..."
          "Ha ragione: è per quello che molti nostri giovani, con qualifiche superiori a quelle di molti ministri del vostro regime, vanno a fare gli sguatteri all'estero. Almeno non si sentono presi per le terga da mane a sera. Non esistono, ergo hanno raggiunto la libertà assoluta..."

                             Piero Visani

                                  

I "grandi elettori"

       I "mercati" - questi esseri oscuri di cui nessuno sa nulla ma che in democrazia sono così importanti, per non dire fondamentali, per rovesciare gli orientamenti degli elettori e piegarli ai propri voleri - stanno "votando" in favore di Cottarelli. La patria è salva, la "democrazia" un po' meno, ma non si può avere tutto nella vita, specie se non si è infine disposti a riconoscere la fondamentale funzione degli oligarchi.
       Il liberalismo economicista mostra il suo vero volto: o fai quello che voglio io o taci. Puoi votare - è ovvio: siamo molto attenti alla forma, perché serve a prenderti meglio per le terga, ma la teoria dell'"un uomo, un voto" deve essere "ovviamente" compensata dal fatto che il "voto dei mercati" vale molto di più, tipo: "un mercato, dieci milioni di voti".
       E' il "migliore dei sistemi possibili", quello che assicura benessere e ricchezza. A noi, a te naturalmente niente, ma devi accettare le regole del gioco, altrimenti sei "sovranista, fascista, rossobruno, etc. etc. etc.".
       Come è umano, lei, mondo "democratico"...!

                            Piero Visani



domenica 27 maggio 2018

I miei precedenti "à la" Savona

       E' del tutto evidente che io non sono nessuno rispetto al professor Paolo Savona, dunque non vorrei fare paragoni improponibili, tuttavia - si parva licet componere magnis - ho avuto qualche precedente in termini di "reati d'opinione" anch'io, nella pur democraticissima Repubblica italiana.
       Giovane assistente incaricato di esercitazioni presso la cattedra di Storia del Risorgimento della Facoltà di Lettere dell'Università di Torino, ebbi la "cattiva" idea di prendere parte al movimento della "Nuova Destra", nato in Italia sulla scia della "Nouvelle Droite" francese di Alain de Benoist, Guillaume Faye, Michel Marmin e molti altri. Non appena la cosa si venne a sapere in Facoltà (correva la fine degli anni Settanta) mi venne fatto serenamente comprendere che era meglio che "cambiassi aria". Nulla di personale, ovviamente, ma certe opinioni erano improponibili in un ambiente serio come quello accademico...
       Incaricato di dare consigli comunicativi per l'istituzione militare italiana presso il CEMISS (Centro Militare di Studi Strategici), mi venne fatto cordialmente comprendere che, se avessi continuato nella mia linea di ostilità alla tesi dei "soldati di pace" (per me ridicolo ossimoro) e del "pacifismo militare", ci sarebbero stati problemi a continuare la collaborazione con me. Con molta delicatezza, peraltro, mi venne tolto un contratto alla volta, così potei prendere le mie precauzioni per tempo. Nulla di personale anche qui, ma "reati d'opinione" molto gravi, nel senso che non ero in linea con l'ideologia dominante...
       Non avevo 82 anni, ma solo poco più di 50, ma non mi passò nemmeno lontanamente per la mente di barattare una o più consulenze per un ossequio all'ideologia dominante. E me ne andai per la mia strada. Sapevo già, perché lo avevo appreso a mia spese, quanto fosse tollerante la democrazia italiana, per cui non mi sono più sorpreso di niente e tanto meno me ne sorprendo oggi. E non credo neppure che, per quanto mi riguarda, ci siano state interferenze straniere. Ero un pesce troppo piccolo. Ma i "democrats" nazionali furono lieti di togliermi l'acqua... E' la loro idea  di pluralismo.

                             Piero Visani

sabato 26 maggio 2018

"Il migliore dei mondi possibile"

       Mentre i nostri figli, pur molto qualificati, lavorano per quattro euro l'ora (perché ci vuole flessibilità, se si desidera essere moderni...), la stampa quotidiana e quella periodica ci raccontano del cursus studiorum dei "figli di..." (completare i puntini a scelta...): università prestigiose in giro per il mondo, dove gli studi costano vagonate di soldi; corsi di specializzazione e master di avviamento al lavoro, non propriamente come fattorini o sguatteri; elogi della globalizzazione; viaggi fatti in business class su aerei di linea, non propriamente su tradotte da pendolari. E' l'eguaglianza, ragazzi!
       Sì, per loro è davvero il "migliore dei mondi possibile" ed è talmente "democratico" che non può neppure dire che a te fa schifo, perché sarebbe "invidia sociale". Sei tu che non sei riuscito a "riciclarti", forse perché non avevi "le conoscenze giuste", anzi "la rete relazionale adeguata" o perché - cretino e idealista come eri e sei - avevi scelto di fare "l'esule in patria" (non che ti ci avessero obbligato; no, non sia mai, l'avevi scelto tu...).
      Sono avanti con gli anni, per mia fortuna, ma essere in esilio in certe patrie e rispetto a certe classi dirigenti, è pura estetica esistenziale. Non etica - credetemi - estetica. E senso della Storia: perché dopo l'Ancien Régime, quale che esso possa essere, viene sempre la Rivoluzione e occorre preparare le persone, quale che sia la loro età, a ricordarsi che "non sarà un pranzo di gala". Hoc est in votis.

                    Piero Visani

Diktat

       Chissà cosa avranno pensato Angela e il noto etilista lussemburghese quando si sono sentiti dire, da un soggetto notoriamente malleabile, "non accetto diktat"...
       L'interesse nazionale è salvo.

                         Piero Visani



venerdì 25 maggio 2018

"Near-fascists" e "Near-democrats"

       Nel 1994, in occasione del primo governo Berlusconi, la stampa anglosassone coniò, per Alleanza Nazionale, la definizione di partito "near-fascist", cioè "quasi fascista, vicino al fascismo". Credo che oggi, per illustrare le politiche e i partiti che sostengono l'Eurolager, non sarebbe male coniare la definizione di "near-democrats", cioè di "quasi democratici", vicini alla democrazia (specialmente se fai tutto quello che vogliono loro, e ti adegui in fretta e bene) ma non propriamente democratici, perché - se non ti adegui - si abbatte su di te la mannaia del "sovranismo", "populismo" e - naturalmente - del "neofascismo", la salsa in cui una pseudodemocrazia totalmente fallimentare affonda tutte le sue nefandezze, di ieri, di oggi, di sempre.
       Mi sembra una bella definizione "near-democrats". Quella che costoro meriterebbero davvero è "totalitari tout court", ma vogliamo essere buoni, per ora.

                                 Piero Visani




giovedì 24 maggio 2018

Piero Visani, "Storia della guerra dall'Antichità al Novecento" - Recensione 3

       Non è facile trovare un libro che parli di un argomento all’apparenza ostico e sgradevole come la storia della guerra che si rivela invece piacevolissimo, simpatico, assai godibile nella lettura.
       Lo ha scritto un personaggio poliedrico, storico, scrittore, pubblicista, conferenziere, dotato di una profonda conoscenza militare, Piero Visani. L’autore, ghost writer fra l’altro degli interventi del Presidente Cossiga, ha insegnato al Centro Alti Studi della Difesa e ha pubblicato già altri libri di carattere militare. In questo, pubblicato recentemente da Oaks Editrice (Milano), prende in esame i conflitti e le maniere di combattere sviluppatesi nel corso dei secoli. Il titolo “Storia della Guerra dall’Antichità al Novecento” non tragga in inganno. L’articolazione si svolge in ventisette brevi capitoli, ognuno dei quali tratta un periodo storico diverso (il periodo greco, il mondo romano, l’impero bizantino …) o un argomento specifico (i condottieri, la rivoluzione francese, le guerre coloniali, la guerra navale …).
       E’ quindi una storia divulgativa, scritta in maniera piana ma precisa, con numerosissimi e dotti riferimenti bibliografici per coloro che hanno piacere di approfondire determinati settori.
       Come linea conduttrice viene evidenziata l’immanenza della guerra come fenomeno legato alla natura umana e la considerazione che né religione né filosofia né sistemi politici siano mai riusciti ad evitarla. E’ interessante prendere atto di come i progressi sociali, politici, industriali, etici abbiano variato strategie e modalità di condotta della guerra e delle operazioni.
       E’ quindi un libro agile, colto ma non pedante, istruttivo e pieno di stimoli interessanti. E’ una lettura piacevole per chi vuole mantenersi aggiornato sulla storia ed anche un regalo ideale per giovani universitari che vogliano approfondire la loro conoscenza storica ed avere alla mente il cammino che questa nostra povera umanità ha compiuto negli ultimi millenni.

                                      Giorgio Blais




La migliore della giornata (di oggi)

       Editoriale di Marcello Sorgi su "La Stampa" di oggi. Suggerimento al premier incaricato Giuseppe Conte: dare prova di "consapevolezza che il nuovo mestiere che si è scelto è fondato su una regola non scritta: governare è fare quel che si deve, e non ciò che si vuole".
       Commento mio: è per quello che votiamo liberamente in democrazia: per far quel che si deve, e non ciò che si vuole.
       Domanda ingenua: E chi stabilisce ciò che si deve? I "custodi", i mercati, l'Eurolager. Trasuda di immensa "libertà" questa simpatica visione. Genere, "siete arrivati al governo sulla base di un preciso programma e di maggioritario suffragio popolare al medesimo. Ora dovete fare 'ciò che si deve'".
       Domanda scema: ma se "ciò che si deve" si sapeva già prima, per quale ragione si è consentito che talune forze politiche presentassero un programma basato (solo in parte, non illudiamoci) sul "ciò che si vuole" e a noi poveri schiavi fosse permesso di votarlo nelle solite elezioni farsa? Per essere poi costretti a "fare ciò che si deve"?
      Domanda un po' più seria: in che cosa la democrazia "guidata", anticamera di quella totalitaria, differisce da una dittatura?

                          Piero Visani



La migliore della giornata (di ieri)

       "Abbia a cuore i risparmi delle persone". Come nei casi MPS, Banca Etruria e Banche venete?
       Eccellente "sense of humour"...

                          Piero Visani




         

             

mercoledì 23 maggio 2018

La componente fiscale della "guerra ibrida"

       A pochi minuti dalla convocazione del professor Conte al Quirinale, si evidenzia con forza come la componente fiscale - in una dittatura fiscale come quella italica - possa costituire un fondamentale strumento di "guerra ibrida". Non solo si è costretti a pagare le cervellotiche imposizioni di un sistema che obnubila le pratiche liberticide della DDR ma, nel caso, si può sempre tirare fuori qualche scheletro dall'armadio (magari accuratamente preparato e coltivato da "chi di dovere"). Così, per ricordarvi che è "il migliore dei sistemi possibili"... Ed è vero, per chi lo gestisce è il più "dolce" dei totalitarismi. Per chi lo subisce è - per ora, perché poi peggiorerà parecchio - pura sodomia da espropriazione.

                                               Piero Visani




venerdì 18 maggio 2018

"Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini"...

       Sento parlare e scrivere, ad ogni piè sospinto, di "nuovi barbari" in rapporto all'alleanza giallo-verde, sulla quale ovviamente ogni riserva è possibile, a condizione che sia accompagnata da un'attenta analisi delle gigantesche nefandezze prodotte dai "vecchi barbari" del regime attuale, in relazione alle quali rilevo solo silenzio ed elencazione di virtù e meriti che il sottoscritto, forse perché "non vedente", MAI è riuscito a riscontrare. Così mi è venuta in mente una celebre frase del passato, che bene illustra gli strabismi e le alquanto sospette miopie dei leccaterga di tutti i tempi.

                       Piero Visani


giovedì 17 maggio 2018

I "soloni" della "responsabilità"

       In questo Paese, esiste una categoria di soggetti, insediati in tutti gli strati sociali, che devono avere passato gli ultimi decenni all'estero, ma che fingono invece di essere stati in Italia e, nel guardarsi intorno con estrema degnazione, partono nell'elogio della "responsabilità". Non so dove l'abbiano vista, questa benedetta "responsabilità", ma devono essere soggetti o molto ricchi o molto stupidi (o entrambe le cose).
       Personalmente, tale degnazione mi urta e - siccome fin da bambino sono stato arruolato nella categoria degli "irresponsabili", semplicemente perché facevo tutto di testa mia - vorrei portare un piccolo ma sommesso esempio di tale fantastica "responsabilità" che viene esibita in questo posto chiamato, non si sa perché, Paese: è l'esempio odierno di un piccolo imprenditore monzese, una trentina di dipendenti, operante nel settore della raccolta rifiuti e costretto a fallire perchè né lo Stato né gli enti locali si sono mai "ricordati" di pagarlo e pagarlo per tempo. Questo signore ha cumulato quattro milioni di debiti e ha dovuto fallire, mandando sul lastrico una trentina di famiglie, oltre alla sua, e oggi lo Stato intende pignorargli pure la casa. Assolutamente permissivo con se stesso ("pago quando mi pare, e non mi tediare con le tue richieste..."), lo Stato italiano diventa inflessibile quando occorre applicare la legge (legge...?) a chi è momentaneamente in condizioni di insolvibilità, ma vanterebbe milioni di euro di crediti nei confronti dello Stato stesso.
       Mi pare un fantastico esempio di comportamento "responsabile" e a queste cose penso ogni volta che qualche teschio di cazzo (è una volgarità, mi scuso, ma è necessaria per chiarire bene il concetto) mi parla di "responsabilità". Qui c'è solo la responsabilità dei sudditi in procinto di diventare servi. Per i padroni, nulla di tutto questo: per loro, scatta solo il determinismo leguleio a carico di quelli che non possono difendersi.
       Avendo compreso che cosa sia la "responsabilità", in questa infelice espressione geografica, sono lieto di essere definito, fin da bambino, un "irresponsabile". Per me, confrontandomi ogni giorno con i "responsabili", i loro apologeti e i loro leccaterga, questo è il più splendido dei titoli d'onore.

                      Piero Visani




       

mercoledì 16 maggio 2018

I dati certi

       Nel mentre continuano le trattative per la formazione di un nuovo governo, che potrebbe avere come interpreti delle forze politiche che il sistema mediatico dipinge come "irresponsabili", mese dopo mese si accumulano i dati relativi ai "magnifici" risultati colti dalle forze politiche "responsabili" nei loro decenni di permanenza al potere, e il debito pubblico continua inesorabilmente a lievitare.
       In un Paese normale, qualche coraggioso farebbe notare che, mentre gli "irresponsabili" si danno da fare per andare al governo, i "responsabili" che lo hanno gestito tanto a lungo hanno prodotto un disastro che continua mese dopo mese ad ampliarsi e qualcuno, ancora un po' più coraggioso, si interrogherebbe sull'opportunità di continuare in un accanimento terapeutico a carico di un paziente che, in realtà, è già morto. Tuttavia, la verità è sempre rivoluzionaria, ergo meglio astenersi dal proferirla, anche se è tanto semplice e chiara, e ci dice che si può benissimo morire anche di "virtù", specie se è applicata a vantaggio di una ristretta casta di oligarchi e cleptocrati, e scaricata allegramente sulle spalle di un intero Paese. E' la democrazia, bellezza: vivono (grassamente) e ti lasciano morire! Quanto ai debiti, quelli li hanno fatti i Cinque Stelle, quegli "irresponsabili"...

                                               Piero Visani




sabato 12 maggio 2018

Le "grandi democrazie"

       Come capita in tutte le "grandi democrazie", dopo che il "ludo cartaceo" ha assolto le sue valenze di finzione, si passa all'esercizio della funzione, che consiste nel fare sì che l'opinione degli elettori venga progressivamente allineata su quella dei suoi "autorevoli tutori", i quali faranno in modo che il risultato finale sia esattamente contrario a quella che era l'orientamento iniziale dell'elettorato.
      Come dire: come ottenere una maggioranza di tipo bulgaro negando in tutti i modi di essere in Bulgaria. Domanda: come essere in Corea del Nord potrebbe andare? Sarebbe sufficientemente democratico...?

                           Piero Visani



      

giovedì 10 maggio 2018

Il (vero) valore della solidarietà

       Lo ha spiegato stamane il capo dello Stato a Fiesole, in un intervento contro il sovranismo e in favore della riscoperta del "valore della solidarietà" che è da sottolineare per il profondo spirito di neutralità e super partes che lo ha animato...
       In effetti, ad un certo punto della mia vita - come milioni di cittadini (sudditi) europei - mi sono ritrovato arruolato nell'"esercito della solidarietà". Arruolato con coscrizione obbligatoria - si badi bene - non come volontario. Così ho dovuto cominciare a contribuire con i miei soldi, il mio patrimonio e il mio lavoro alla costruzione del grande feticcio della solidarietà: lo Stato oppure l'Eurolager oppure i rappresentanti di entrambi avevano bisogno di denaro per giochetti sporchissimi mascherati dietro a "nobili" dichiarazioni di elevato contenuto etico? Ecco che venivo reclutato per finanziarle. A me non rimaneva niente, altri si facevano ville da 24 milioni di euro sul Lago Maggiore, altri ancora inalberavano borse Louis Vuitton da 5.000 euro l'una, altri ancora percepivano vitalizi faraonici, spesso e volentieri esentasse.
        E' esattamente così che - insieme a milioni di europei - sono diventato sovranista. Perché i vecchi Stati sovrani, pur onusti di nefandezze, evitavano di prendermi per le terga con le "nobili" tirate sulla bontà della solidarietà. Non ho nulla contro tali "tirate", se qualcuno le ama. Chiedo solo che gentilmente costui precisi: "dovete essere solidali con noi perché abbiamo bisogno di voi, in quanto senza i vostri soldi, le vostre case, i vostri lavori, le vostre vite e quelle dei vostri figli, le vostre speranze e il vostro futuro, noi non avremmo un PRESENTE lussuoso e un FUTURO gradevolissimo.
        Quando la si racconta agli stolti, la favola della "solidarietà" andrebbe raccontata per intero. Di tutti costoro che ne straparlano, io non ne ho mai incontrato alcuno, TANTO MENO NELLE NON RARE VOLTE IN CUI ANCH'IO DI SOLIDARIETA' AVREI AVUTO BISOGNO. A ME, E A MILIONI DI ALTRI COME ME, SOLO CONTINUE RICHIESTE DI SOLDI. CHIAMIAMOLA INFINE PER NOME, QUESTA FALSISSIMA "SOLIDARIETA'": E' UNA SEMPLICE RICERCA DI FARSI MANTENERE A SPESE NOSTRE. BELLO, NO?

                              Piero Visani



mercoledì 9 maggio 2018

Sul nucleare iraniano - Una riflessione

       La decisione del presidente statunitense Donald Trump di ritirare il suo Paese dall'accordo internazionale sul nucleare iraniano, oltre che voluta e per così dire anticipata da Israele, ha alcune motivazioni di carattere militare che sarebbe opportuno non trascurare, la prima e più importante delle quali è che lo Stato ebraico è ben consapevole che, dopo il conflitto con gli Hezbollah dell'estate 2006 nel Libano meridionale, conclusosi in un notevole scacco per lo Tsahal, l'esercito di Gerusalemme, è necessario aumentare e non abbassare i livelli di conflittualità, rendendo più facilmente valicabile la soglia nucleare, magari con il ricorso a ordigni miniaturizzati di provenienza USA.
       Dopo il recentissimo successo degli Hezbollah nelle elezioni politiche libanesi, il confine settentrionale di Israele è diventato più vulnerabile e la dirigenza politica dello Stato ebraico sa bene che, nell'ambito di un semplice scontro di carattere convenzionale, i combattenti sciiti sono un osso molto duro, durissimo. Il confine meridionale del Libano è infatti un dedalo di fortificazioni, di cunicoli e gallerie sotterranee, di direttrici d'avanzata canalizzate e potentemente difese, dove lo Tsahal attuale ha già trovato pane per i suoi denti nell'estate di dodici anni fa e ancora di più ne troverebbe oggi, non potendosi permettere - per di più - un tradizionale scontro di fanteria all'ultimo sangue, che gli imporrebbe un tasso di perdite umane che lo Stato ebraico, in perenne crisi demografica quanto meno rispetto ai suoi vicini, davvero non potrebbe sopportare.
      Da ciò l'evidente necessità di modificare il livello di un potenziale scontro, di scongiurare l'eventualità di un confronto meramente convenzionale e di spostare tutto a un livello superiore, dove la tecnologia e tutte le varie soluzioni operative offerte dagli ordigni militari più moderni possano consentire di spostare la lotta in ambiti diversi, lontani dal feroce scontro di fanteria di tipo classico, dove gli unici fattori certi di successo sono la motivazione dei combattenti, la loro esperienza di combattimento e la feroce determinazione di conseguire la vittoria.
       La scelta compiuta da Trump su ispirazione di Netanyahu è dunque altamente polemogena ed è palesemente intesa a non escludere uno scontro nucleare che - nelle circostanze attuali - non avrebbe ovviamente storia. Ne avrebbe invece - e molta - uno scontro militare di tipo convenzionale ed è proprio quanto Israele intende a tutti i costi evitare. Nel caso qualcuno lo avesse dimenticato, mi permetto sommessamente di ricordare che stiamo vivendo una chiara fase di anteguerra.

                            Piero Visani




martedì 8 maggio 2018

Neutralità

       Da Il Dizionario del perfetto democratico, Edizioni Fatelafame, Bruxelles-Berlino 2018, 200 pp. (prezzo ancora da stabilire, ma state tranquilli, lo pagherete tutto voi, e solo voi...).
      "Neutrale", ad vocem: "Dicesi neutrale il governo - non eletto e non nominato dal popolo - che fa ciò che dicono l'Unione Europea, la Germania e i mercati. Perché la libertà di scegliere ciò che vogliono i vostri padroni, cari 'elettori', è l'essenza della democrazia guidata, quella teorizzata in passato da un noto libertario come il dittatore indonesiano Sukarno".
       Chiaro, no?

                    Piero Visani




venerdì 4 maggio 2018

Intervista a Piero Visani, autore di "Storia della guerra dall'Antichità al Novecento", Oaks Editrice, Milano 2018

È possibile scrivere una storia della guerra dall’antichità a oggi che sia sintetica e al tempo stesso stimolante per il lettore, inducendolo ad approfondire il tema  mediante il continuo riferimento a una vasta bibliografia, che però non interferisca in alcun modo con la scorrevolezza del testo?  È quanto ha fatto Piero Visani,  con il suo recente libro dedicato alla Storia della guerra dall’antichità al Novecento  (Oaks Editrice,  pagg. 195, euro 18).

Visani, storico e pubblicista, consulente del Ministero della Difesa dal 1988 al 2006 e del Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica dal 1990 al 1992,  conferma il suo anticonformismo, che gli viene anche  dalla giovanile partecipazione alla “Nuova Destra”,  nulla concedendo alla vulgata corrente sulla guerra, uno dei tabù contemporanei. Lo abbiamo intervistato per cogliere il senso della sua ricerca.

Perché un libro sulla guerra ?

“L’intento di fondo è quello di non imbarcarsi nell’ennesimo esercizio di demonizzazione del conflitto, ma di avviare sommessamente un tentativo di capire la natura del fenomeno bellico, le sue molteplici identità, le vie – più o meno misteriose – attraverso le quali il genere umano, pur conoscendone il costo e gli orrori, sia comunque riuscito a sviluppare – per dirla con James Hilman – ‘un terribile amore per la guerra’. Non c’è e non ci vuole essere compiacimento in tutto questo, ma soltanto una ricerca di verità”.

Il libro ha una “gestazione” tutta particolare …

“Avevo iniziato a scrivere una “Storia della guerra” per il quotidiano “Linea”. Non l’avevo potuta completare a seguito della cessazione delle pubblicazioni di quella testata, ma l’idea mi era piaciuta per cui, l’estate scorsa, ho proposto il progetto a Luca Gallesi, di Oaks Editrice, dopo aver completato un primo volume, che si concludeva per l’appunto subito prima dello scoppio del primo conflitto mondiale. L’idea è stata apprezzata,  perché si tratta di un volume sintetico e di agevole lettura, ma pure corredato da un’ampia bibliografia, che non disturba la lettura e può consentire – a chi lo desideri – di approfondire”.

Quello che si nota  è un chiaro taglio metapolitico dell’opera, incentrata sulla “cultura della guerra” e sul suo modificarsi nel corso dei secoli …

“Giusta osservazione: scopo del libro è mostrare che la guerra non   è un fenomeno estraneo all’animo e alla cultura umani, ma qualcosa di assolutamente consustanziale ad essi, e che la cultura dominante, sforzandosi di negarne l’esistenza, non l’ha minimamente abolita, ma l’ha trasformata in una sorta di surrogato (ad esempio un’ “operazione di polizia internazionale”) che non solo esiste ma gode di ottima salute e viene utilizzato assai spesso”.

Esiste dunque una precisa evoluzione del fenomeno bellico?

A mio avviso sì e ne ho parlato a più riprese nel libro, seguendone non solo lo sviluppo tattico e strategico, ma una vera e propria dinamica culturale che ne ha fatto un fenomeno complessivamente olistico, che da realtà in fondo circoscritta lo ha portato ad invadere spazi sempre più ampi, coinvolgendo in misura costantemente maggiore la vita delle popolazioni civili. In questo senso, se una differenza si nota tra la guerra di tipo tradizionale e il conflitto moderno, essa risiede nel fatto che quest’ultimo pare costituire una concreta rappresentazione della classica immagine clausewitziana dell’”ascesa agli estremi”, difficilmente contenibile e ancor meno agevolmente controllabile.

Qua e là, nel libro, fanno capolino alcune  personali preferenze …

“Ho sempre cercato di praticare una sorta di “turismo storico-militare”, che mi ha portato a visitare non pochi luoghi topici, da Waterloo ai campi di battaglia della Guerra Civile americana, da Marengo alle Ardenne. Questo mi ha lasciato numerosi ricordi, che ho cercato di trasporre in alcune parti del libro”.

In sintesi qual è  il presente e il futuro della guerra ?

“Premesso che tale analisi dovrebbe essere oggetto del secondo volume di questa mia Storia della guerra, che si intitolerà Storia della guerra nel XX secolo, non mi sento per nulla affine a quanti ipotizzano la scomparsa della guerra e prevedo semmai una sua moltiplicazione, sia sotto forma di guerra mediatica (ormai in pieno sviluppo tramite, ad esempio, le fake news o l’uso deliberato dei social network) sia sotto forma di “guerra per bande”, da intendersi come fenomeno nuovo, del tutto estraneo alle “forme Stato” di tipo tradizionale e riguardante aggregazioni trasversali interne ed esterne agli Stati stessi, rette da regole proprie e aventi obiettivi molto più privatistici che pubblici. Tali aggregazioni avranno protagonisti che già da qualche tempo cominciano a delinearsi (potentati finanziari, criminalità organizzata, etc.) e che non ci consentono di nutrire alcuna illusione su quanto presente e diffusa sarà la guerra nel nostro futuro, anche se magari la chiameremo con un nome diverso…”.

A cura di Mario Bozzi Sentieri

giovedì 3 maggio 2018

Recensione 2 di Piero Visani, "Storia della guerra dall'antichità al Novecento", Oaks Editrice, Milano 2018

Se il titolo dell’ultimo libro di Piero Visani “Storia della Guerra dall’Antichità al Novecento” vi spaventa un po’, non abbiate timore. L’ultima fatica del polemista torinese vi sorprenderà per la sua sintesi e per la sua scorrevolezza e leggibilità.
Il testo è uscito poco più di un mese fa per i tipi della OAKS Editrice al costo di 18,00 Euro, e non ha mancato di suscitare già alcune polemiche.

Visani, e non lo scopriamo oggi, è un profondo conoscitore della materia. Basti ricordare la sua esperienza maturata come consulente del Ministero della Difesa dal 1988 al 2006, e del Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica dal 1990 al 1992.

In questo volume, e in meno di duecento pagine, l’autore ci fornisce una veduta “a volo d’uccello” di quello che la guerra ha rappresentato nel corso del tempo fino alle soglie del XX secolo. E come ci si potrebbe aspettare egli sta già lavorando a un secondo volume che si occuperà dello stesso argomento a partire dal primo conflitto mondiale fino ai giorni nostri.

Le tesi di fondo che l’autore vuole dimostrare sono sostanzialmente due. La prima è che la guerra fa parte della natura umana, e per quanto si tenda a bandirla e a demonizzarla, è da sempre, un tempo e ancora oggi, una componente fondamentale dei rapporti tra uomini e Stati.

“Occorre – dice l’autore – sottrarsi alla tentazione di considerare la guerra come un fenomeno puramente tecnico-militare. [Perché] se la guerra non esiste più (e sappiamo fin troppo bene che non è vero) il conflitto gode di ottima salute”.

In secondo luogo Visani vuole ricordarci che, per quanto si tentino di mascherare gli scontri bellici con definizioni nuove e, a volte fantasiose, come “peace keeping” oppure “operazioni di polizia internazionale”, la guerra, pur nell’evolversi degli strumenti tecnologici, nonché delle modalità di intervento, resta sostanzialmente sempre la stessa, pur nel mutamento della sua percezione da parte della gente comune, grazie al massiccio tentativo di edulcorarla dovuto ai governi e ai media.

In conclusione il libro rappresenta un efficace strumento per affrontare questo tema evitando i soliti luoghi comuni.

Per chi poi volesse approfondire l’argomento, potrà trovare in appendice un vasto assortimento di testi. Gli stessi che – è lo stesso Visani che lo afferma – egli ha non solo consultato ma anche “amato”.

Bartolo Collo
(in "Elec TO Mag", 29 aprile 2018, www.electoradio.com)

domenica 29 aprile 2018

Recensione 1 di Piero VISANI, "Storia della guerra dall'Antichità al Novecento", Oaks Editrice, Milano 2018

Ricevo e molto volentieri pubblico:

"Non sono un'appassionata di libri storia, tuttavia il titolo"Storia della guerra dall'antichità al Novecento" di Piero VISANI, mi ha incuriosito. Quindi, come spesso mi capita di fare, prima di accingermi alla lettura di un libro, ho dato uno sguardo alla quarta di copertina dove mi hanno colpito le parole dell'autore che dice di non aver affrontato il tema della guerra in una logica di demonizzazione, ma ha cercato di inserirlo nelle dinamiche sociali per dimostrare quanto essa faccia parte delle vicende umane.Cosi' ho iniziato la lettura e la scorrevolezza del testo mi ha aiutato ad appassionarmi ai vari temi, soprattutto perché gli eventi che, a mio parere, tutti, più o meno possono conoscere, pur non essendo ovviamente trascurati, passano in realtà in un secondo piano.Io, ad esempio,ho apprezzato molto la puntuale descrizione di alcuni luoghi: Waterloo, Marengo, le Ardenne... Nella guerra Franco indiana, ad esempio, l'autore cita luoghi personalmente visitati, da Albany fino a Fort William Henry. Ci dà l'idea di come dovesse essere una fortificazione di frontiera dell'epoca, descrive il forte Ticonderoga, senza trascurare il paesaggio, la natura dei luoghi visti con gli occhi di adesso, ma calati nella STORIA. Il libro è estremamente affascinante proprio perché molte delle guerre trattate sono state ripercorse e, oserei dire, rivissute dall'autore in quei luoghi, comunicandoci grande pathos.Dai campi di battaglia, di notte, mi immagino ancora che si levino migliaia e migliaia di fiammelle... E per un autore di un libro di Storia, null'altro si può dire.

Gaia Altavilla