lunedì 20 agosto 2018

Il "clandestino"

       I miei maestri in campo storico (Alessandro Galante Garrone, Franco Venturi, Raimondo Luraghi, Aldo Garosci e non pochi altri) erano soliti affermare che una testimonianza di vita vissuta, quando fornita dopo averla vista con i proprio occhi, può valere più, in termini di attinenza alla realtà, di non pochi libri. E allora ci provo...

       Domenica, primo pomeriggio. Sono di ritorno da L'Aquila, dove ho presentato il mio libro "Storia della guerra dall'antichità al Novecento" nel corso della grande manifestazione sapientemente organizzata dall'amico Salvatore Santangelo.
       Salgo su un treno ad alta velocità a Roma, direzione Torino. Dopo un consistente periodo di viaggio tranquillo e in perfetto orario, ad un certo punto un passeggero di colore - alto, ben vestito, provvisto di un bell'orologio e di un cellulare di ultimissima generazione - seduto nella parte anteriore della carrozza dove siedo anch'io, ma in fondo, inscena una mezza gazzarra affermando di aver ricevuto una spinta da un atleta di una squadra di sportivi (forse rugbisti) presente nella carrozza stessa.
       Questo passeggero non parla italiano, ma si esprime in un ottimo inglese e lancia insulti pesanti contro i bianchi in generale e gli italiani in particolare. Il suo accento è africano e non molti, tra i passeggeri, riescono a comprenderlo pienamente. Accorre il capotreno e - a fatica - riesce a placarlo, spiegandogli, in un buon inglese, che è anche possibile che, in un treno affollato, egli abbia ricevuto una spinta, ma sicuramente involontaria e semplicemente frutto del grande affollamento della carrozza, non certo di razzismo.
       La disputa rientra in tempi relativamente brevi, mentre il treno procede velocissimo.
       Poco prima di un'altra stazione, arriva l'addetto che procede al controllo dei biglietti e verifica che il nero di cui sopra ne è assolutamente sprovvisto. Lo invita perciò a regolarizzare subito la sua posizione, onde evitare problemi.
       La reazione del nero è incredibile: esplode in una miriade di insulti - tutti rigorosamente in inglese e tutti assai pesanti - in toni e forme che a me, più che un clandestino, paiono poterlo inquadrare come un agente provocatore. Tirate contro il razzismo degli italiani e monologhi contro il fatto che i "popoli ricchi" vogliono far pagare il biglietto ferroviario a quelli "poveri", più altre geremiadi siffatte.
       Il bigliettario e il capotreno lo lasciano sfogare, ma, alla stazione successiva, avendo costui declinato l'invito a pagare il biglietto oppure a scendere, bloccano il treno e chiamano la polizia.
      Passano una decina di minuti e arrivano due poliziotte, dall'aria non propriamente adatta alla gestione di una situazione come quella. Invitano il nero ad esibire i documenti personali e scoprono che non sono assolutamente in regola. A quel punto, gli chiedono di seguirle al posto di polizia, cosa che costui si rifiuta tassativamente di fare. Lo prendono molto delicatamente per il braccio, per farlo scendere, e costui reagisce in malo modo, cercando a sua volta di aggredire le due poliziotte.
       Nel frattempo, i passeggeri di due vagoni - il nostro e quello immediatamente contiguo - si vedono coinvolti in un incidente al quale, man mano che il treno rimane fermo e accumula ritardo, decidono di partecipare in forma sempre più convinta e massiccia. Il "clandestino" parla solo in inglese, ma si abbandona a insulti talmente virulenti (che paiono direttamente usciti da una trasmissione sul razzismo italico realizzata dalle reti televisive mainstream) e iterati che anche quelli che l'inglese l'hanno fatto (e male) solo a scuola cominciano a capirne forma e toni.
       E qui si verifica il mutamento metapolitico: mentre nelle trasmissioni televisive della cultura tuttora dominante il pubblico è assai filo-accoglienza (o comunque deve esserlo, perché la nostra è una democrazia libera...), nella carrozza si scatena invece la vera natura dell'effettivo pensiero italico sulla cosiddetta accoglienza: affermazioni come "nero di m..." e "tornatene a casa tua", sono le più gentili, a carico del suddetto, ma non mancano pure gli apprezzamenti sulla politica passata e presente del PD (la cui dirigenza, evidentemente, non viaggia molto in treno...).
       Lo spettacolo è bellissimo: l'odio, già ben presente sotto traccia, lievita ed esplode, in forme talmente massicce e virulente, con la propensione di non pochi a farlo escalare in "vie di fatto", che pure il "clandestino", fino a quel momento tanto baldanzoso, si sente in necessità di farsi più prudente, nella consapevolezza che forse è meglio scendere dal treno intero, piuttosto che in altra forma... Si decide dunque a seguire più o meno docilmente le due agenti e solo quando arriva allo sportello del vagone ha una forma di resipiscenza e si blocca. Ma a quel punto subentra l'hegeliana "Astuzia della Ragione" e, mentre le due agenti proseguono in un'opera di persuasione molto corretta, da polizia di Paese civile, una spinta molto pesante, evidentemente proveniente dall'"Italia profonda", "detrenizza" (e forse anche "detronizza"...) il malcapitato dallo sportello della carrozza e lo fa atterrare, invero abbastanza morbidamente, sul marciapiede. Le due agenti sono come sorprese, da quel comportamento privato un tantino tranchant, ma guardano l'autentica rivolta popolare che sta avendo luogo all'interno del treno e - come sempre succede in casi del genere - preferiscono abbozzare. Il capotreno, con grande senso del tempo e attenzione alle esigenze prioritarie dei clienti, fa chiudere immediatamente gli sportelli automatici e il treno riparte, macinando decine di chilometri a tutta velocità per recuperare il ritardo.
       Sorrido tra me e me: i gestori di ideologie molto concettuali e molto teoriche, quasi sempre dimenticano che - se provocata troppo a lungo - esiste nell'animo umano una componente che tende prima o poi ad esplodere e, quando lo fa, di quelle ideologie non ne vuol proprio più sapere. Se fossi un esponente di quella che ormai da tempo non è più una Sinistra, ma la più reazionaria delle Destre conservatrici italiane, mi fermerei a riflettere, anche molto a lungo, sull'idea che il popolo si è fatta di me, perché riconquistarne non dico la stima, non dico la fiducia, ma un minimo di credibilità sarà un'impresa straordinariamente difficile. Le corde troppo tirate si spezzano, proprio come i tiranti di certi ponti. E certe ideologie muoiono malamente, proprio come i malcapitati su quei ponti. E' dura fare l'"uomo che vola", sempre e comunque, ma specie se si passa dal ruolo di quelli che hanno spinto a quello di coloro che le spinte ormai le devono prendere, per ora tenui, ma poi, chissà...

                           Piero Visani




venerdì 17 agosto 2018

Il diritto alla vita

       In Italia del diritto alla vita si parla moltissimo, con crescente intensità a partire dagli anni Settanta del Novecento. Come può essere chiaro a tutti, quanto meno a chi ancora riesce ad aprire gli occhi, esso consiste - nel nostro "Bel Paese" - nella seguente locuzione: "Chi muore giace, e chi vive si dà pace".
       Un esempio pratico: ti ammazzano un familiare stretto durante una rapina in casa. Il morto viene sepolto, in genere senza particolari onori, mentre una vera e propria "macchina da guerra" si mette in moto per tutelare, a livello giuridico e mediatico, l'eventuale o gli eventuali assassini, per cui, per l'appunto, chi muore giace e chi vive si attiva per rendere la vita il più possibile pacifica e piacevole al criminale. Cosa che qui da noi è considerata assolutamente normale.
       L'affermazione è ancora più vera nei rapporti con il "gelido mostro" statale: qualcuno si suicida per debiti con il fisco, ad esempio: pace all'anima sua, buona sepoltura e poi scatterà il recupero delle somme nei riguardi degli eredi, costringendo il più delle volte questi ultimi a rinunciare all'eredità. Quanto al suicida, si è dato la morte, peggio per lui. Quasi certamente era un debole...
       In una parola, dei defunti a nessuno frega niente; di loro sono più importanti i responsabili dei disastri, i creditori, gli azionisti delle società coinvolte nei disastri stessi, semplicemente perché - per restare in metafora - costoro "non giacciono" e hanno bisogno di potersi "dare pace" il prima possibile, onde riprendere indisturbati a compiere le loro nequizie. Eventuali responsabilità, nel caso alquanto improbabile che dovessero essere accertate, saranno di norma prescritte grazie ai tempi biblici della giustizia italiana.
        Dunque, ai prossimi morti e ai prossimi "funerali di Stato", che lo Stato non nega a nessuno e che farebbe invece benissimo a concedere a se stesso, perché da tempo non è altro che una squallidissima finzione. La finzione di una funzione, da tempo dismessa, senza rimpianti (suoi...).

                  Piero Visani



giovedì 16 agosto 2018

Il silenzio dei colpevoli.

       Ogni anno - da tanti anni e con la puntualità di un treno delle Ferrovie Federali Elvetiche - a gennaio vengono aumentate le tariffe autostradali, in genere con la motivazione che occorre adeguare le medesime ai crescenti costi di manutenzione, etc. etc.. Così, anno dopo anno, nel bel mezzo del "silenzio dei colpevoli" (i sudditi/schiavi italici) e con la non disinteressata complicità della classe politica, le tariffe autostradali sono lievitate al punto che fare, ad esempio, una sola andata e ritorno tra Torino e Ventimiglia costa più di un abbonamento annuo alla percorrenza su tutte le autostrade svizzere.
       Sono quei sacrifici "che dobbiamo fare, perché ce lo chiede l'Europa", quella mitica figura che si è sovrapposta alla classe politica nazionale nell'intento - perfettamente riuscito - di ripulirci in via definitiva le tasche.
       In questi giorni, poi, sono emerse alcune altre piccole verità scomode, come ad esempio il fatto che le convenzioni tra lo Stato concedente e le società concessionarie sono state scritte in modo che tutti i vantaggi stiano dalla parte di queste ultime e che, nel caso in cui lo Stato volesse ritirarle, dovrebbe pagare fortissime penali (chissà quale eminente giurista ha scritto quelle convenzioni...).
       Il numero dei ponti crollati negli ultimi anni sta aumentando, il livello delle tariffe pure e magari - a breve - salterà pure fuori un ulteriore incremento delle stesse come "fondo di solidarietà per le vittime del crollo del ponte Morandi di Genova". E tale aumento verrà pagato, con qualche mugugno, ma pagato.
       Il problema, dunque, non è la privatizzazione o l'odierna richiesta di statalizzazione delle concessioni autostradali (quasi che con l'Anas fosse tutto rose e fiori...). Il problema è la persistente "coglionizzazione" di un popolo che paga sempre e comunque, pur sapendo bene di essere governato da soggetti non propriamente adamantini. Così come era accaduto per il canone Rai, surrettiziamente inserito a forza nella bolletta elettrica, senza che alcun giurista facesse sentire la propria voce per deplorare un "esproprio non proletario" come quello.
       Per fortuna, a forza di pagare balzelli a organizzazioni più o meno criminali, il numero dei poveri totali - ora già salito a 5 milioni - salirà ulteriormente e il problema sarà risolto alla radice. Vivremo nel "migliore dei mondi possibile", cercando di coltivare la terrà (chi ne avrà) per concederci almeno un misero pasto al giorno.
       Una "decrescita felice" divenuta totalmente infelice, per complice coglioneria di massa.

                                         Piero Visani




lunedì 13 agosto 2018

Corsi e ricorsi storici

       Nell'era delle guerre mediatiche, di quelle ibride, di quelle per bande e della natura sempre più pervasiva e totalizzante del conflitto, sentir parlare di ritorno alla leva obbligatoria per "raddrizzare la schiena della gioventù" appartiene a quell'universo di discorsi da bar (o da autobus, direbbe Nanni Moretti), di cui non si sente davvero la mancanza, tanto meno se si entra in un bar o si sale su un autobus.
       In un'epoca in cui la conflittualità è totale e si combatte in ogni modo e in ogni forma, soprattutto se non si è in divisa, il riferimento a certe tematiche è simpaticamente desueto come la difesa statica di fanteria contro la Blitzkrieg dei Panzer e degli Stuka (tanto per fare un esempio storico molto chiaro).
       Far capire le cose è infinitamente più importante - e duraturo - che imporle, ma è infinitamente più faticoso e complesso di qualche facile slogan per nostalgici attempati. Vorrà dire che, nella deprecabile ipotesi che ciò accada, come sempre - da bravi italiani e dottrinalmente badogliani - combatteremo la guerra precedente. Perdendola, ça va sans dire. E le schiene della gioventù nostrana saranno di certo assolutamente diritte, nel rigor mortis...

                                  Piero Visani



domenica 5 agosto 2018

Dar da mangiare agli affamati

       Se si diffonde la fola che le elezioni vengano perse, in vari Paesi, dai fautori della democrazia totalitaria perché il loro inaccettabile totalitarismo sarebbe stato messo in crisi dai maneggi e dalle operazioni sotterranee dei servizi segreti russi, avremo sempre più vittorie dei sovranisti, perché è del tutto evidente che la democrazia totalitaria fa schifo da sola e la gente non ne può più. Nessuna operazione "coperta" può occultare questa realtà. Certo, come scusa può servire con qualche "anima bella" molto ma molto ingenua, ma girate un po' per le città e ascoltate i discorsi della gente comune. Non quelli degli opinionisti stipendiati, che sanno bene di essere soggetti a forte rischio e difendono il loro universo di privilegi. Quelli della gente comune, quella che i privilegi che caratterizzano la democrazia totalitaria li deve mantenere e pagare, perdendo ogni giorno in qualità della vita e vedendosi aggiungere di continuo divieti. Altro che servizi "segreti", solo depredazioni aperte ed esplicite. Quello è ciò che sposta massicciamente i consensi.

              Piero Visani



venerdì 3 agosto 2018

Teste d'uovo...

       A volte ci si interroga a lungo sul significato effettivo di certe espressioni per molto tempo in auge nell'universo radical-chic e poi di colpo i loro epigoni, con un piccolo e semplice gesto, ti spiegano che cosa esse volessero dire, illuminandoti d'immenso... (ma anche dandoti implicita conferma di quello che già pensavi in merito).

                            Piero Visani



L'universo Moncalieri

       Ci vivo dal 1978, anno del mio matrimonio, a Moncalieri. In due abitazioni diverse. Ho conosciuto da vicino la storia e la cronaca di questa città alle porte di Torino, con la quale non ha soluzione di continuità.
       Conosco la borghesia collinare, i suoi riti e le sue scempiaggini, la sua abissale incultura, la propensione alle alleanze con i potenti di turno, siano essi democristiani poi diventati forzitalioti o comunisti poi diventati piddini.
       Conosco tante altre piccole storie, non tutte e non solo di criminalità meramente politica ma comune, che è meglio non raccontare e anzi fingere di non sapere, onde evitare problemi.
       Conosco i circoli sportivi elitari e  no, le tirate sull'antifascismo e le vacanze (a spese pubbliche...?) nelle più rinomate aree del mondo, spesso descritte con abbondanza di particolari in lunghi pomeriggi oziosi nei bar di tali circoli.
       Non mi interessa e non mi è mai interessato nulla di tutto questo. Ho vissuto e vivo tuttora da "esule in patria", non per ragioni ideologiche, ma precipuamente etico-estetiche.
       Quello che non ho mai sopportato, neanche un po', è il falso egalitarismo accompagnato da uno stucchevole moralismo; le feste nelle ville sulla collina accompagnate dai provvedimenti a tutela dei campi rom, tutti "casualmente" dislocati solo in aree dove vivono proletari e diseredati, non certo in prossimità di aree residenziali elitarie; lo stucchevole antifascismo di maniera "che fa fin e impegna nen", per dirla nell'abominevole vernacolo locale.
       Mi ha sempre fatto sorridere questa falsità esibita e soddisfatta, che veniva (e viene) tirata fuori ogni volta che c'è qualche schifezza, grande o piccola, da coprire. Lo "schermo antifascista" usato da gente che - politicamente e umanamente - è solo un po' più reazionaria e codina di Vittorio Emanuele I, il sovrano che tornò a Moncalieri, nel 1814, esibendo orgogliosamente una parrucca incipriata tipica di chi era rimasto a prima della Rivoluzione Francese. Ecco, a Moncalieri e a Torino, all'Ancien Régime e alle nostalgie per il medesimo sono rimasti in molti, si credono "de sinistra" e sono solo un po' più reazionari di Vittorio Emanuele I e della sua corte. Ma non diteglielo, si offenderebbero a morte... "La verità" - diceva un grande filosofo sardo che a loro dovrebbe essere ben noto e pure ideologicamente molto caro (quanto meno in teoria) - "è sempre rivoluzionaria". O no?

                              Piero Visani