giovedì 8 marzo 2018

Minima riflessione sull'"immenso" valore del suffragio universale

       Anche su testate serie si legge che in talune aree del Paese, dopo la vittoria del Movimento 5 Stelle, si sarebbe attivata una corsa alla richiesta del reddito di cittadinanza. E' proprio su questo che traballa la concezione democratica, la quale recita: "Un uomo, un voto". Voi vedete uomini, colà...?

                                    Piero Visani



martedì 6 marzo 2018

Gli "uomini della Provvidenza" e quelli della "Previdenza" (sociale)

       In questo sfortunato Paese, gli "uomini della Provvidenza" non passano mai di moda, si chiamino Benito, Silvio o Matteo. Tuttavia, ora che le ambizioni nazionali sono svanite e che il significato di "interesse nazionale" è cosa sconosciuta ai più, sono rimasti solo gli "uomini della Previdenza" (sociale), si chiamino Luigi o Beppe. Ma pare che questo sviluppo sia considerato da molti un formidabile "salto di qualità". De gustibus...

                        Piero Visani





Dalle "primavere arabe" agli "autunno-inverni" italiani

       Nessuna politica può vivere senza una metapolitica, tanto meno nel lungo periodo. Ne è una plastica dimostrazione il Centrodestra italiano, il quale, del tutto privo di metapolitiche che non siano più o meno affini a un pallidissimo internazionalismo occidentalocentrico e ancora più privo di strumenti per costruirle (e della volontà, più ancora che della capacità, di utilizzarli, visto che in teoria esso potrebbe contare sulla "corazzata Mediaset", ma questa fa solo politiche berlusconiane, non metapolitiche di area), viaggia da tempo immemorabile sulle medesime percentuali di consenso elettorale, incapace di allargarle e di proporre politiche di affermazione e non meramente di negazione ("no all'immigrazione", no a questo e no a quello).
       Chi manovra da dietro le quinte i Cinque Stelle ha invece compreso una verità fondamentale: per potersi inserire in profondità in una cultura nazionale, occorre riprenderne il più possibile i fondamenti, per capitalizzarci sopra. Sotto questo profilo, la metapolitica del movimento grillino è esemplare, in quanto essa non rappresenta altro che un'evoluzione del cattocomunismo irenista che scorre come un fiume carsico nella cultura nazionale e che, dopo il 1945, è diventato l'asse portante delle metapolitiche nazionali.
       Sintetizzato in parole semplici, esso potrebbe essere definito come il tentativo di traversare una giungla popolata di belve feroci "armati" solo di un tesserino dell'Inps. Una visione del mondo frutto dell'idea che esso sia un luogo popolato da soggetti "naturalmente buoni" e che dunque ci si possa vivere e - se non proprio prosperare - acconciarsi almeno al conseguimento del mitico obiettivo di una "decrescita felice", vissuta non facendo figli, con un piccolo stipendio pagato dallo Stato e utile a una modestissima sopravvivenza, priva di qualsiasi senso di responsabilità e del tutto immune - il più delle volte semplicemente per ignoranza - di senso della Storia e di senso del tragico. Quell'atteggiamento che, di fronte ad esempio alla minaccia di invasione del proprio Paese da parte di una potenza straniera, mai e poi mai si rifarebbe, come nel caso della Gran Bretagna di Winston Churchill, alla promessa di (solo) "lacrime, sudore e sangue", ma si acconcerebbe rapidamente all'idea di come meglio asservirsi all'invasore.
        Qui si pone il piccolo capolavoro fatto finora da quanti eterodirigono il Movimento 5 Stelle: creare una metapolitica che fosse profondamente italica nel momento in cui occorreva sostituire un sistema politico ormai totalmente delegittimato dalla sua assoluta nequizie, dalla sua totale inefficienza, dalle sue macroscopiche ruberie, e fare in modo - gattopardescamente - "che tutto paia cambiare senza che cambi assolutamente nulla".
       Sotto questo profilo, il M5S è quanto di più pateticamente italico possa esistere ma, al tempo stesso, il suo rifiuto della realtà e la sua scelta di rifugiarsi storicamente in un Nirvana, sono quanto di meglio si attaglia alla visione del mondo degli italiani, che è quella - nella maggioranza degli abitanti della Penisola, non nelle pur eccellentissime individualità che l'hanno popolata e la popolano - di una sorta di perenne "festa mobile", fatta di assistenza pubblica dalla culla alla tomba (il miglior viatico per una deresponsabilizzazione collettiva) e di una perenne vacanza (nel senso etimologico di "assenza" da tutto e da tutti, per poter curare il proprio "particulare").
       Chi ha lavorato per costruire il M5S così com'è ha lavorato bene, lo ha strutturato come un insieme di "arcitaliani", cioè di una realtà che raccoglie e sublima i peggiori difetti del carattere nazionale, occultandoli (neppure troppo bene, per la verità) dietro alcune stantie parole d'ordine come "onestà", che non vogliono dire nulla, se declinate in assoluto e non in relativo.
       L'intento delle forze neppure tanto occulte che eterodirigono il M5S è molto chiaro: in primo luogo, spegnerne alcuna reale volontà di cambiamento e nasconderne le macroscopiche magagne (ben emerse nella gestione impresentabile dei Comuni di Roma e Torino), in modo da orientarne le pur innegabili velleità politiche innovative in una strada senza uscita, che lasci tutto come prima. In secondo luogo, e soprattutto, contribuire al depotenziamento e alla definitiva uscita dell'Europa dalla Storia dando fiato a quanti - al suo interno - sono privi di senso della Storia e di senso del tragico. Questi ultimi sono utilissimi - come interlocutori - per chi conserva invece e privilegia i due sensi in precedenza citati, per consegnarsi in posizione dominante al futuro, lasciando a noi "piacevolezze" come il "reddito di cittadinanza", pagabile solo fino al fallimento totale dei nostri già spaventosi conti pubblici, e quella "fuoriuscita dalla Storia" che è consentita solo a chi ha i miliardi per potersela permettere. Gli altri - i più - la Storia li verrà a cercare, direttamente a casa loro, recitando i primi versi di una celeberrima poesia di Cesare Pavese.

                                                       Piero Visani





lunedì 5 marzo 2018

"The Stars Look Down"

      Personalissime riflessioni post-elettorali:
1) il mio rapporto con il sistema "democratico" è semplicemente quello di terminale di pagamento per consentire ad altri di vivere grassamente alle mie spalle. Non credo che la mia situazione sia mutata o possa mutare dopo il voto di ieri. Anzi, milioni di italiani premono perché io li mantenga ancor più di quanto fatto fino a ieri. E siccome questa era la promessa fatta un po' da tutti i partiti, come sempre in democrazia avevo una vastissima possibilità di scelta: "cinquanta sfumature di asfissia"...

2) George Soros, nell'appoggiare troppo scopertamente la lista di Emma Bonino non ha lavorato granché bene, visti i risultati. In compenso, strutture come OPFOR e CANVAS paiono aver disseminato insegnamenti interessanti. C'è da chiedersi come abbiano fatto, visti i discepoli che avevano e hanno, ma probabilmente qualcuno dietro le quinte è più intelligente dei figuranti della front line. E comunque indirizzare e spegnere una reale volontà di cambiamento, conformandola al carattere nazionale e - proprio solo grazie a questa scelta - trasformandola in volontà di assoluta conservazione non è compito agevole da assolvere e di questo va dato atto a quanti, dopo essersi esercitati (con scarsi risultati, invero) nella gestione delle "primavere arabe", ora sperano di riscattarsi con la gestione dell'"autunno/inverno italico". Una bella sfida, auguri!

       Per i lettori che fanno ancora la fatica di leggere, non mi resta che l'inevitabile rimando alle auree pagine di Tomasi di Lampedusa ne "Il Gattopardo". 
        E ora scusate, ma torno di fretta al lavoro: il numero dei nullafacenti da mantenere - e di quelli che sui medesimi speculano politicamente - penso aumenterà a dismisura nel futuro immediato. Dunque il mio lavoro e i miei soldi serviranno. Ovviamente non a me, a loro... Ma questa è l'essenza della democrazia totalitaria.

                                         Piero Visani





domenica 4 marzo 2018

La lotta dei "figli di..."


       Leggo che, dal momento che non voto, sarei - per il mio amico Augusto Grandi - un "figlio di...". Legittimo giudizio, e neppure troppo severo: mi hanno detto molto di peggio, in vita mia.
       Tengo solo a precisare alcune cose:
1) non voto perché detesto le finzioni democratiche;
2) non voto perché - nelle circostanze odierne - dovrei turarmi ben altro che il naso, per essere indotto a votare...;
3) non voto perché - per me - un governo italiano vale l'altro: sono stato sempre oggetto di costante persecuzione fiscale, anche durante i "mitici" governi di centrodestra;
4) non voto perché rifiuto da tempo lo Stato, il "gelido mostro" pubblico che rovina la mia vita per ingrassare quella di altri;
5) non voto perché detesto essere un oggetto residuale: se quella cosa schifosa chiamata democrazia mi CONCEDE di votare, io rifiuto il suo falso dono: "Timeo Danaos, et dona ferentes"...;
6) non voto perché non sono un cittadino italiano, ma un semplice suddito, un terminale di pagamento, un bancomat cui la burocrazia italiana (l'unico vero potere di questo "Stato", insieme alla criminalità organizzata) attinge quando ha bisogno (e ne ha bisogno spesso);
7) non voto perché "diserto dalla lotta". Ebbene sì, sono un disertore, ma "diserto in avanti","à la Marinetti". Se possibile, "à la Robespierre" o - meglio - "à la Louis-Antoine de Saint-Just". Loro sì sostenitori di soluzioni che avevano un senso;
8) non voto perché faccio schifo. E' vero - lo ammetto - MA MAI QUANTO QUELLI PER CUI DOVREI VOTARE;
9) non voto perché sono apolide. In una lunga vita di viaggi e di lavori all'estero, il complimento migliore che più volte mi è stato fatto è sempre stato: "Lei non sembra italiano". Ho sempre provato a non esserlo, in effetti.

                            Piero Visani

sabato 3 marzo 2018

L'insostenibile pesantezza dell'essere... italiani

       Autostrade bloccate dalla pioggia ghiacciata.
       Ferrovie bloccate da neve e gelo.
       Prevenzione zero: come era possibile prevedere che d'inverno nevichi e d'estate faccia caldo? E dire che "non esistono più le mezze stagioni"...
       Cittadini (sudditi) inferociti, di quelli che a suo tempo levarono alti lai nel caso di un'allerta terremoto rivelatasi infondata, perché li aveva scossi nelle loro certezze ("ma che vuoi che succeda? Un terremoto proprio qui? Ma dai...").
       Mentre guarda il gregge infuriato, il lupo solitario e disgustato - provvisto di qualche modesta conoscenza storica - rivede le Custoza, le Lissa, le Adua, le Caporetto e capisce che, se anche il calendario segna 2 febbraio 2018, esso in realtà è fermo da tempo alla data più epocale di tutte, quella della "morte della Patria" e dello squagliamento collettivo: l'8 settembre 1943. Ciò che è venuto dopo è una mera finzione con intenti mitici, ma questa repubblica (scritto rigorosamente minuscolo) è - al più - una semplice "espressione geografica" (come da splendida valutazione di Clemens von Metternich). E ora tutti al voto per rivitalizzarla, per generare una salvifica "svolta". Cambiare il carattere nazionale, per cercare di renderlo "più migliore", quello mai! Costerebbe troppa fatica.

                       Piero Visani



venerdì 2 marzo 2018

Spunti da letture

       Sono un lettore onnivoro. Chiedo scusa. Leggendo, qualche cosa si apprende (scrivere "imparare" sarebbe troppo) e oggi, nel mondo dei "laureati su Internet", leggere qualcosa di serio è ai confini del "crimine contro l'umanità"...
       Stamane mi è capitato sotto gli occhi un articolo scientifico di J. Foot, The Tale of S. Vittore: Prisons, Politics, Crime and Fascism in Milan, 1943-1946, in "Modern Italy", III, 1998, 1, p. 27, dove viene data una definizione che mi pare si attagli perfettamente non solo al periodo storico preso in considerazione dall'Autore, ma anche all'Italia di questi anni: quella dell'"anarchia nella dittatura", vale a dire una situazione segnata dalla mancanza pressoché totale di legalità, sicurezza e disciplina, accompagnata però dalla pretesa, da parte delle autorità costituite, di essere in grado di garantire il pieno controllo sulle istituzioni. 
       La conclusione che personalmente ne ho tratto è che, una volta di più, funzione e finzione in Italia si identificano e si sovrappongono alla perfezione. E noi - per purissima ignavia - trattiamo la finzione come se fosse funzione. Un errore che si sta rivelando mortale.

                      Piero Visani