mercoledì 8 maggio 2019

L'alieno (contento di esserlo)

       Sono nato ad Aosta nel 1950, da padre romagnolo e madre valdostana. Sono venuto a Torino a inizio 1956 e vi ho fatto tutto il mio ciclo di studi, fino alla laurea.
       Ho conosciuto la città e la sua borghesia all'inizio del ginnasio, quando aver respirato l'aria del liceo classico statale "Massimo d'Azeglio" non mi portò ad aderire all'antifascismo imperante colà, ma a iscrivermi alla "Giovane Italia", all'epoca l'organizzazione giovanile del Msi.
        Intendiamoci, ero più nazionalista e patriota che fascista, ma del liberalnazionalismo torinese detestavo il fatto che erano torinesi. Si respirava - nelle loro ristrettissime file - lo stesso aere che si respirava nelle (allora) austere aule del "d'Azeglio". Un'aria di conformismo, un fetore di stantio, un razzismo strisciante ma fortissimo ("lei come nasce? Dove abita? Cosa fa suo padre?"). E, una volta appurato che il sottoscritto non abitava né in collina, né in precollina, né in Crocetta, ma nelle vicinanze dello Stadio Comunale, cioè a cavallo tra i quartieri di Santa Rita e Mirafiori, lo si classificava subito nel ceto della piccola borghesia impiegatizia o - horribile dictu! - nella classe operaia, tanto amata a livello teorico dall'alta borghesia "illuminata" torinese, a condizione - ça va sans dire - di non doverne incontrare mai gli esponenti e tanto meno i figli. "Operaisti" sì, ma immaginari...
      Io poi - di famiglia piccolo borghese ma economicamente in ascesa, grazie alle doti di mio padre - portavo una seconda "stella gialla": ero un "fascista", dunque non meritevole di alcunché: né di inviti a feste né di favori sessuali (quest'ultimi, peraltro, elargiti - le rare volte in cui accadeva - con il senso sparagnino del risparmio che ha sempre caratterizzato il ceto dirigente cittadino, figlie del medesimo incluse).
      Acceso odiatore del conformismo, vedevo in costoro gli stessi soggetti che - in epoca staraciana, cioè nel passato regime - si sarebbero esibiti con "maschia baldanza" nel salto del cerchio di fuoco. Di conseguenza, ho seguito un percorso tutto mio, abituandomi a fare sempre tutto da solo, raccogliendo ampi elogi e promesse di carriera universitaria fino a che - io sono di indole molto futurista... - non feci un outing politico-culturale che mi costò tutto.
      Finii così, quasi per reazione, nell'ambito della Destra torinese, dove - accanto ad alcune eccellenti persone, che ancora oggi mi onorano della loro amicizia - mi ritrovai in un concentrato di "teschi di cazzo" (dire "teste" sarebbe soverchiamente benevolo) da cui presi rapidamente le distanze.
       Negli anni successivi, ho scoperto un universo subalpino di marginali (Costanzo Preve, Francesco Coppellotti, per non citarne che alcuni) che - come me - avevano vissuto, magari su altri versanti, le stesse esperienze e che avevano appreso a loro spese quale sia il peso del conformismo a Torino.
       Come loro, sono sopravvissuto abbastanza brillantemente. Nessuno mi conosce e non ho avuto medaglie al valore, ma neppure le ho cercate. Ma mi diverte vedere che la Torino che protesta contro l'editore di Casa Pound era totalmente silente quando Cesare Battisti veniva al Salone del libro a presentare le sue opere. E ancor più mi diverte vedere il governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino, andare ai cancelli di quel poco che rimane degli stabilimenti della FCA e dover prendere dolorosamente atto che là "non ci sono più compagni, perché tutti votano Lega". Li avete bruciati tutti voi, con il vostro elitarismo codino, che rende aperto quello dei revenants dell'Ancien Régime. Chapeau!
       Se la Destra italiana non confondesse la politica con le tangenti e sapesse che cos'è la metapolitica e come la si sviluppa (ma forse questo è chiedere troppo, senza stringenti verifiche su Q.I. largamente inferiori al minimo), Torino sarebbe un bel terreno di sviluppo. Fiducioso come sono degli esiti della cosa, abito ormai da un quarantennio a Moncalieri...

                                  Piero Visani





martedì 7 maggio 2019

La legittimazione terminale

       A distanza di quasi 75 anni dal 1945, ci si aspetterebbe che la "Banana Republic" attuale avesse qualche altro successo di cui vantarsi: giustizia eccellente, criminalità sconfitta, economia efficace, lavoro per tutti e disoccupazione per nessuno, istruzione di qualità a tutti i livelli, corruzione zero, etc., etc. Per contro, è rimasto solo l'antifascismo, per di più esibito ed esercitato in assenza di fascismo (si rischia meno, dopo tutto...).
      Un risultato francamente miserevole, che - come sempre - privilegia la finzione alla funzione. I cittadini se ne sono già abbondantemente accorti, infatti riservano al tema la stessa attenzione che riservano alla guerra civile tra Cesare e Pompeo, presi come sono da sempre più urgenti problemi di sopravvivenza. La classe politica ancora non c'è arrivata, ma il consenso che raccoglie è in drastica riduzione. Un consiglio d'amico: e trovare elementi seri di legittimazione, invece che le solite farsacce sempre più datate? FARE qualcosa di concreto, invece che evocare regimi passati, morti e stramorti, solo per aver qualcosa da dire?

                                                  Piero Visani





Il riscaldamento globale

     "Se me lo avessero detto prima, che questo era il significato di 'riscaldamento globale', mi sarei preoccupato sicuramente di meno...".
       Ha lo sguardo furbetto e mi strizza l'occhio, il mio fornitore di prodotti energetici, mentre esegue l'ennesimo rifornimento dei medesimi. "Erano anni che non vendevo così a maggio, speriamo che duri!!".
      Dopo tutto, ogni frase ripetuta ad infinito diventa facilmente uno slogan e, in un mondo di [g]retini, l'eterogenesi dei fini non è rara.
      Mentre il mio fornitore di prodotti energetici si allontana molto soddisfatto della seconda versione  possibile dell'espressione "il riscaldamento globale", mi rifugio nel mio studio ad ascoltare "Life on Mars" di David Bowie: "spes ultima dea"...

                       Piero Visani






domenica 5 maggio 2019

Il silenzio degli ignoranti

       Il centrodestra torinese, impegnato a fondo per perdere le elezioni regionali, non ha fatto sentire la propria voce (ma ne ha una...?) sulla questione di Christian Raimo e i suoi tentativi di censura a carico di editori non di sinistra che parteciperanno al prossimo Salone del Libro.
      A parte qualche intervento di esponenti leghisti, sia a livello nazionale sia locale, silenzio assoluto, a non necessaria conferma del fatto che tra il Centrodestra politico e la cultura esiste un'incompatibilità di vecchia data, che non risale al mitico "Wenn ich Kultur hoere, entsichere ich meinen Browning", ma a più recente ignoranza crassa, esibita e rivendicata, più a una totale insensibilità per qualsivoglia problema metapolitico, che non rende strapuntini, ergo - come dice l'ormai non meno mitico presidente brasiliano Bolsonaro - è inutile, al pari della filosofia.
       Non contenti di un'esistenza marginale, sempre pronti a prendersela con il mondo che ce l'avrebbe con loro (senza che essi abbiano fatto mai alcunché per cercare di condizionarlo a loro favore), i centrodestri si preoccupano solo di poltroncine e strapuntini, cioè del massimo delle loro aspirazioni. Sono dei nani e - come diceva il buon Faber del suo non meno mitico nano - "un nano è una carogna di sicuro/ Perché ha il cuore troppo, troppo vicino al buco del culo"...
       That's the end, Folks.

                                Piero Visani





mercoledì 24 aprile 2019

Date a Lucky L. quel che è di Lucky L.

       Non sono mai stato un grande estimatore della comunicazione della Lega, anche se i sondaggì mi danno torto, visto il raddoppio dei consensi ottenuto nel giro di soli dodici mesi. Tuttavia, devo riconoscere che la decisione di Salvini di festeggiare il 25 aprile in Sicilia, celebrando la lotta contro la mafia, è un piccolo capolavoro comunicativo. Si può contestarlo - è vero - e lo hanno già fatto sia le opposizioni sia gli "alleati" di governo grillini, ma non si può spingere la critica troppo in là, perché si dovrebbe ricordare che uno dei principali padri nobili della "lotta di liberazione" è stata la mafia, il che inquina vagamente certe paternità, sia pure solo un po'...
       Non so se questo possa essere considerato un atteggiamento sovranista, e neppure mi interessa, ma mi piace ricordare che l'alleanza tra la mafia e i servizi segreti statunitensi in occasione della preparazione e dell'esecuzione dello sbarco alleato in Sicilia del 10 luglio 1943 - ampiamente documentata in libri come quelli di Carlo D'Este (1943. Lo sbarco in Sicilia, Mondadori, Milano 1990) e Alfio Caruso (Arrivano i nostri, Longanesi & C., Milano 2004) - ha fatto scrivere a uno storico sicuramente di Sinistra come Paolo Maltese le seguenti parole: "Fu, quella, una decisione gravida di conseguenze per la Sicilia e per l'Italia, giacchè il fatto di appoggiarsi ad elementi della mafia, addirittura dando loro una autorità pubblica, porterà poi, come logica conseguenza, a un rafforzamento della 'onorata società', favorendone il potere nelle zone in cui essa tradizionalmente dominava" (Maltese, Lo sbarco in Sicilia, Oscar Mondadori, Milano 1981, p. 140), per approdare, in ultimo, alla nota trattativa Stato - Mafia.
      Trovo intelligente e apprezzabile la decisione di sottolineare non solo che la diatriba fascismo/antifascismo è leggermente datata, ma anche e soprattutto che i "buoni" (o presunti tali) non erano propriamente delle verginelle e, non potendo vantare tra le loro file un prefetto Mori, avevano scelto di avvalersi di un Lucky Luciano e di un Vito Genovese:  à chacun son goût,  ovviamente.
       In definitiva, due ottimi piccioni con una sola fava: in primo luogo, le celebrazioni di regimi sfiatati, anzi sfiatatissimi, sono effettivamente un po' datate, quando non del tutto eteroteliche; secondariamente, i "buoni" erano (e sono) forse un po' meno buoni di quanto amino descriversi e hanno anch'essi alcune facce impresentabili, nell'album di famiglia. Il manicheismo, del resto, non ha mai giovato ad alcuno...

                         Piero Visani





sabato 20 aprile 2019

"E liberaci dalla vita eterna, amen"

       In uno stupendo articolo comparso su "la Repubblica" del 18 aprile, Silvia Ronchey ci illustra le fondamentali differenze che intercorrono tra la concezione pagana della morte e quella cristiana, ponendo in evidenza come "nel mondo pagano non ci si attendeva nulla dopo la morte. E questo senso della finitezza incrementava il valore dell'esistenza". Lo aveva ben compreso il grande poeta irlandese William Butler Yeats, quando, nel poema Calvary, Lazzaro rimproverava a Cristo di averlo tratto da "...quell'angolo / dove avevo creduto di poter giacere al sicuro per sempre".
       E la Ronchey conclude il suo articolo con un passo meraviglioso: "Mezzo secolo prima del Lazzaro di Yeats, un poeta vittoriano, Algernon Swinburne, scrisse un inno a Proserpina, la regina degli inferi, che immaginò pronunciato dall'imperatore Giuliano poco dopo la definitiva vittoria della religione cristiana: 'Vicisti, Galilaee', 'Hai vinto, Galileo', si leggeva in exergo.
       A Cristo si rimproverava di avere sottratto agli umani la morte, e con la morte la vita: quel senso pagano del vivere che la promessa di resurrezione cancellava, quella sensualità della caducità, così intrinseca alla letteratura antica: 'Vuoi prenderti tutto, Galileo? Ma questo non potrai prenderlo: /il lauro, le palme e il peana, / la danza delle Ore come un'unica lira / le corde crepitanti come scintille di fuoco. / Poco viviamo. Perché non più pienamente possibile?".
       E la Ronchey conclude: "Una pienezza inscindibile dalla finitezza, quasi un'invocazione di mortalità: liberaci dalla vita eterna, amen".
       Così, in queste stucchevoli mattinate pasquali, mi ritrovo in una visione del mondo totalmente affine alla mia, che fin dai 5-6 anni era ostile al cristianesimo "di pelle" (non potevo avere, stante l'età, altri supporti...). E ora, oltre sessant'anni dopo, mi chiedo se la mia non fosse anche una virulenta ostilità a una forma di "assistenzialismo filosofico/religioso" che rifiuto esattamente come quella dell'assistenzialismo politico/sociale: non voglio NESSUNO che mi stia a fianco - per sfruttarmi... - dalla culla alla tomba. Voglio stare da solo, assolutamente da solo, affrancato dalla presenza di chiunque osi affermare che "sta lavorando per me". Vorrei anch'io essere liberato dalla vita eterna, grazie, visto che gli unici momenti di autentica felicità me li sono procurati nella vita terrena, con le mie sole forze e i miei soli affetti, quelli veri. Tutto il resto ho saputo, so e saprò affrontarlo DA SOLO, E IN PIEDI.

                                         Piero Visani













giovedì 11 aprile 2019

"Ma cosa c'entro io in tutto questo?"

       Alcuni amici, molto carini e solleciti, mi chiedono le ragioni di un certo mio silenzio giornalistico. Rispondo loro con la verità: avendo dovuto lasciare un certo tipo di mercato grazie alle condizioni in cui è stata ridotta l'economia italiana, non ho cercato redditi di cittadinanza. Sono da sempre ferocemente antistatalista, anche - e direi soprattutto... - quando ci vado di mezzo di persona (sapete: una modesta questione di coerenza...). Mi sono quindi dato da fare per porre rimedio alle difficoltà del momento. Almeno in parte ci sono riuscito, anche se dovrò ulteriormente aumentare il numero delle ore di lavoro quotidiane. Ma di tutto questo, all'Italia degli stipendi di cittadinanza, dei redditi di cittadinanza, dei "ponti" dal 18 aprile al 2 maggio non interessa alcunché e, in fondo, nemmeno a me. Ho un'etica elementare e, se mai dovessi salvarmi, mi salverò da solo.
       Quanto allo scrivere, sono in una fase di disgusto politico totale. Vedo una banda di dilettanti non più allo sbaraglio, ma già brillantemente autosbaragliatisi, in preda al loro rivendicato nullismo. Li lascio fare, sorridendo mestamente. Il rivendicato nullismo è una malattia nazionale di vecchia data. Piace al popolo, all'(in)colto e all'inclita. Che potrei fare io? 
       Vedo sostenere con leggerezza tutto e il contrario di tutto, anzi NIENTE E IL CONTRARIO DI NIENTE. Di che dovrei preoccuparmi? Vado d'accordo con qualche decina di persone, che almeno hanno un po' di etica e di cultura politiche. Per il resto, vedo la sempiterna "Droite la plus bete du monde" alle prese con i suoi amori mai spenti, i suoi Mussolini (di cognome...), le sue "difese della Cristianità", il suo "Dio, Patria e Famiglia" (perennemente sbertucciato, nei fatti...). E allora spengo il computer e ne accendo un altro, quello dove scrivo per me e per i miei vari lavori. Salut!

                Piero Visani