lunedì 9 maggio 2016

Dignità


       La dignità è molto importante per chiunque, vincente o perdente che sia. Nel calcio professionistico, dopo aver assistito a una penosa esibizione serale, direi che la dignità conta nulla e che il cialtronismo regna sovrano. Non mi accontenterò mai delle vittorie, tanto più se solo nazionali. La dignità vale molto di più e certi pedatori (e relativi allenatori) ne sono totalmente privi.
       Mi chiedo solo se, dovendo tornare negli spogliatoi e incontrarvi - che so? - Antonio Conte o il "Cholo" Simeone - certe squadre torinesi si comporterebbero così, con il rischio che la lista degli infortuni (e degli infortunati) si allunghi...

                         Piero Visani

sabato 7 maggio 2016

Il numero è potenza

       Al di là di come si voglia valutare la vittoria di Sadiq Khan alle elezioni per il ruolo di sindaco di Londra (e chi scrive la giudica molto positivamente, considerato chi era il suo principale avversario...), questa tornata elettorale evidenzia plasticamente una dato fondamentale: la crisi terminale della demografia europea. Ci sono sempre meno europei di razza bianca, e sempre meno ce ne saranno in futuro; è dunque normale che gli esponenti di altre etnie, tra l'altro già fortemente inseriti nella società locale, prendano il loro posto.
       Non mi strapperei i capelli, non ne farei una vittoria dell'Islam imperante: è solo che i popoli e le civiltà che non fanno figli sono destinati inevitabilmente a perire.
       Molto utile sarebbe riflettere sulle ragioni che hanno causato tutto questo, che si stanno sviluppando da decenni e che hanno modificato dal profondo la società europea, le sue politiche, le sue metapolitiche, il suo universo di valori: un welfare assurdo nella sua capillarità e generalità, tale da essere in grado di portare, più o meno in una generazione, Paesi come l'Italia e la Grecia al fallimento più completo; una spesa sanitaria non meno assurda, nella sua consistenza, tale anch'essa da affossare in breve le casse di uno Stato. A ciò si aggiungano gli interventi delle classi politiche e di quelle burocratiche, le quali, onde evitare il fallimento di un sistema tanto folle (peraltro edificato sotto il loro impulso e con la loro scoperta complicità), dopo aver facilitato in una prima fase ogni tipo di abuso da Welfare, hanno necessariamente dovuto provvedere a ridurlo drasticamente e ad aumentare pazzescamente l'imposizione fiscale, per sperare di dare qualche anno in più di vita a un sistema scopertamente insostenibile. Così, se prima gli europei non facevano figli perché stavano troppo bene, ora non ne fanno più perché i giovani, privi di lavoro e di prospettive per il futuro, semplicemente non possono permetterselo.
       In mezzo a questo dramma, i popoli giovani emigrati in Europa, pur profittando delle politiche di sostegno sociale loro concesse, non hanno smesso di figliare e oggi fanno valere l'unica ragione che stabilisce i rapporti tra persone e cose: la ragione della forza, la ragione del numero.
       L'Europa, questa Europa, è già morta e non tornerà a vivere. Su questo sfondo, non servirà a nulla l'erezione di muri, che verranno tutti puntualmente travolti. Servirebbe, semmai, una politica di potenza europea atta a inserire i nuovi nati o i nuovi venuti all'interno di un rinnovato sistema imperiale, non necessariamente animato da politiche di espansione, ma certamente attento al varo di strategie di autoconservazione e sopravvivenza. Fare riferimento a questo, nell'attuale clima politico europeo, è come abbandonarsi al "sogno di una notte di mezza estate". Le civiltà muoiono e quella europea è al suo atto finale, sfiduciata, sfibrata, vecchia, animata dalla cupa incapacità di darsi un futuro che è tipica di tutti gli anziani non illuminati, attenta a quattro soldi, alla "piccola politica", non alla grande progettualità. Del resto, quale progettualità potrebbe avere un morituro, se non già un "caro estinto"?
       Occorre ripensare tutto il nostro futuro di abitanti del Vecchio Continente e ricordare che, se sono di più e più forti, avranno sempre successo gli "altri da noi" (non ho scritto nemici perché non li sento tali; sento come tali molto di più certi europei...). Che senso ha, dunque, lasciarsi coinvolgere in patetiche battaglie di retroguardia per l'erezione di muri, quando occorre molto di più, molto di meglio, come progettualità, strategie, liberare energie, intelligenze e capitali per proiettarci nel mondo a trasferire il nostro tuttora potente know how, senza dover impiegare tutto - come stiamo purtroppo facendo - per mantenere classi politiche asservite e burocrazie misoneiste ed autoreferenziali, gli unici soggetti rimasti in Europa fermamente decisi a fare di tutto per non dover rinunciare ai propri privilegi?
      E' del tutto chiaro che - se non possiamo "armare la prora e salpare verso il mondo" in quanto costretti a consumare ogni nostra energia ed ogni nostro modestissimo capitale per mantenere le carogne che ci sono salite sulla schiena per affamarci - siamo morti. Lo sono anche loro - le carogne - che per tanti denari credono di poter gestire un'emergenza e una trasformazione epocali senza essere travolte. Lo saranno anche loro, invece: quando i disperati del mondo sono tanti e quando vedono davanti a sé solo più o meno occulte ricchezze, per un po' abbozzeranno, poi anche loro si ricorderanno che "il numero è potenza" e si riprenderanno manu militari ciò che spetta ai più forti. Condannarli per questo? Dio li benedica, almeno loro hanno compreso che cosa è corretto fare: non vivere da schiavi, ma da uomini. Qui da noi ancora nessuno si è accorto che i poveri sono molti di più dei ricchi e che occorre rischiare tutto per non morire.

                                                 Piero Visani




venerdì 6 maggio 2016

La ripresa


       Tutti in cassa integrazione, anche nell'azienda dove lavora mio figlio, per calo verticale delle vendite. Come "ripresa ancora incerta", secondo le fonti ufficiali, non è male.
       Mio figlio non è minimamente preoccupato della "penzione", tanto sa già che non l'avrà mai. Il problema (peraltro risolvibile facendo infine le valigie, in via definitiva) è che presto non avrà neppure più un lavoro.
       Tutto questo eclatante successo in tempo di pace. In futuro, defunti gli attuali ignorantelli servili e/o collusi, gli storici che scriveranno la storia di questo periodo si divertiranno un mondo. Certo, il titolo del loro saggio non potrà essere "Cronaca di una morte annunciata", ma qualche alternativa credibile la troveranno.
       Non sono minimamente preoccupato, anzi: si avvicinano quei periodi, fantasticamente eccitanti, in cui "tutto ciò che è fatto per amore è al di là del bene e del male". E l'odio - si sa - è una forma contorta di amore. Tutti resteranno disoccupati, i polemologi non è assolutamente detto, anzi...

                                       Piero Visani

SNP


       Lo Scottish Nationalist Party si avvia a diventare, in Scozia, una specie di partito unico, il che non è necessariamente un vantaggio, visto che sono pateticamente statalisti e desiderosi di rimanere all'interno dell'UE (da cui, come statalisti, sperano di ricevere prebende varie). Tuttavia, sono pure autonomisti e, se qualcuno è nemico del tuo nemico, può anche esserti relativamente amico...
       La Scozia sognata dallo SNP è qualcosa di pateticamente vetusto, ma vogliono togliersi i "Brits" dalle scatole, e questo mi basta.
     Anche gli irlandesi sono cattolici, e questo mi basterebbe a rendermeli assai antipatici, ma vogliono mandare anche loro i "Brits" a casa, dunque convergenze contingenti...

                      Piero Visani

Strategie


       La pressione fiscale e giuridica che viene esercitata in misura crescente a carico di coloro che conservano un lavoro autonomo, uno spirito di impresa, una qualche forma di libertà intellettuale, è la pressione più subdola, perché essi sono già sudditi, ma, se dovessero cedere alla pressione statalista e accettare di essere in qualche forma depredati (e al tempo stesso stipendiati...) dallo Stato, la loro naturale transizione a schiavi si compirebbe in via definitiva. In effetti, se un ex-cittadino dipende - come accade in Italia per milioni di persone - dallo stipendio o dalla pensione statali, la sua libertà di manovra si riduce a zero, perché reagire allo schiavismo di Stato equivarrebbe a privarsi di ogni cespite economico. Questa la ragione principale dell'offensiva a fondo che viene condotta contro ogni forma di lavoro autonomo o d'impresa. Il sogno orwelliano è fare di tutti dei dipendenti dello Stato gente che può solo ubbidire e tacere, perché il resto sarebbe un puro esercizio di autolesionismo. In questo senso, lo statalismo conferma e ribadisce la sua natura assolutamente totalitaria.

                           Piero Visani

giovedì 5 maggio 2016

Vive l'Empereur!

       Ho amato Napoleone Buonaparte fin da bambino. Il primo libro che lessi su di lui fu la biografia romanzata di Emil Ludwig, che ancora oggi fa bella mostra nella mia assai ampia biblioteca.
       Quale la ragione di questo antico amore? Da bambino e adolescente, la fedeltà che milioni di uomini mostrarono nei riguardi suoi e del suo mito. Gli uomini hanno bisogno di eroi, di eroi da imitare, di persone grazie alle quali riuscire a trascendere se stessi e i propri limiti.
       Ancora oggi ritengo che sia così e, anche se sono passati molti decenni, la figura del capo carismatico rimane per me fondamentale. Al libro di Ludwig se ne sono aggiunti almeno altri 200, sull'imperatore e le sue campagne, di quella che per me resta un'esperienza storica che ha saputo fondere un'etica guerriera con una non meno splendida estetica guerriera. Non a caso, in campo uniformologico il periodo napoleonico è universalmente ritenuto quello in cui le divise militari furono le più belle, le più eleganti, quelle maggiormente in grado di colpire l'occhio e la fantasia.
      Sono molto affezionato anche politicamente al mio bonapartismo, poiché vedo in esso il motore che seppe spingere la Rivoluzione Francese nella giusta direzione, in direzione cioè dell'unità europea sotto un unico grande potere e della trasmissione di certi valori di nazionalizzazione delle masse che intendevano affrancarle dalla micidiale pressione dell'Ancien Régime.
       Il personaggio Napoleone è oggetto di molte controversie e - come emerge chiaramente dal racconto "I duellanti" di Joseph Conrad, edito nel 1908 - ancora dopo un secolo egli era considerato, quanto meno in Inghilterra, una sorta di "genio del Male" neppur troppo vagamente accostabile ad un moderno Adolf Hitler. L'intento di questo articolo, tuttavia, non è politico né metapolitico, ma puramente emotivo: Napoleone è la figura storica che ha fatto battere il mio cuore di bambino e mi ha fatto interessare a tutto ciò che c'è di militare. Lo adoro per questo. Ho letto di uomini che si sacrificavano e morivano per lui, così come ho letto di altri che congiurarono contro di lui e lo tradirono. A me è sempre piaciuto perché ho pensato che, se non ci fosse stato lui, non avrei mai potuto leggere, scritto da un suo nemico, un passo di una sconvolgente bellezza come quello che segue, opera di un ufficiale cosacco il 17 novembre 1812, all'uscita della località russa di Krasnoje:

"La Vecchia Guardia, con Napoleone tra le sue file, si avvicinò. Balzammo a cavallo e guadagnammo di nuovo la strada... Il nemico, avvistato il nostro chiassoso contingente,armò i fucili e continuò a marciare fieramente senza accelerare il passo. Per quanti sforzi facessimo per separare anche un solo soldato da quelle colonne serrate, esse rimanevano intatte, granitiche, incuranti dei nostri tentativi. Non dimenticherò mai l'andatura sicura e il portamento solenne di quei guerrieri abituati a tutti i generi di morte. Nei loro alti berretti, nelle uniformi blu con le bandoliere bianche, i pennacchi e le spalline rosse sembravano papaveri in quel campo di neve. Disponendo solo di cosacchi, ci demmo da fare intorno alle colonne nemiche catturando carri e cannoni che erano rimasti indietro, disperdendo talvolta qualche plotone isolato, ma le colonne vere e proprie rimasero illese. Colonnelli, ufficiali, sergenti e soldati semplici si lanciarono contro il nemico, ma tutto fu vano. Le colonne procedettero, una dopo l'altra, costringendoci a ritirarci col fuoco dei loro fucili e deridendo i nostri vani tentativi... La Guardia con Napoleone passò attraverso i nostri cosacchi come una nave da cento cannoni attraverso una flottiglia di battelli da pesca".

       Ho letto queste righe da bambino e ho deciso allora che sarei rimasto per sempre così e, visto che è passato più di mezzo secolo, credo di esservi riuscito. E' la mia più grande gioia, è una enorme gioia: restare puro fino alla morte. Vive l'Empereur!!!

                                             Piero Visani














       

martedì 3 maggio 2016

Mission...possible!


       Senza alcuna intenzione di paragonare lo sport, e più in particolare il calcio, alla vita, e dopo aver premesso che Ranieri, come allenatore, mi piace meno di Allegri (il quale, peraltro, dopo la svolta che gli ho visto fare nel trattamento dei calciatori, mi piace un miliardesimo di millimetro di più), sono lieto di riconoscere che l'impresa che l'allenatore romano ha compiuto portando il Leicester a vincere la Premier League è un assoluto capolavoro, del quale farà bene ad andare orgoglioso per il resto della sua vita, visto che si iscrive di diritto negli annali del calcio.
       Se poi penso a chi è arrivato secondo e alla sua tifoseria, sono ancora più lieto, poiché è una doppia dimostrazione che, nel calcio come nella vita, nessuna missione è impossibile, perfino senza "un piccolo aiuto dagli amici" e clamorosamente soli, e che i soldi sono importanti, importantissimi, ma non sempre decisivi.
      In un mondo come quello attuale, la vittoria di una squadra di "underdog" rappresenta un fortissimo viatico esistenziale per chiunque. Una volta di più, "là ove c'è una volontà, là c'è una via!".
      Anche se Nietzsche non avrebbe certo amato essere coinvolto in vicende così plebee come quelle calcistiche, il suo volontarismo superomistico resta il più formidabile degli insegnamenti: in un mondo di pecore e iene, il lupo può fare sempre molto. In 99 casi su 100 perirà, senza particolari problemi, visto che l'aveva messo in conto fin dall'inizio. Nel centesimo, scriverà la Storia, l'unica cosa che serve fare davvero...

                    Piero Visani