mercoledì 17 luglio 2013

Il piacere

       Ogni tanto bisogna togliersi una soddisfazione. Ognuno cerca ovviamente le proprie, ma credo che ciascuno di noi senta l'esigenza assoluta di trovare, di tanto in tanto, "un po' di sole nell'acqua gelida", specie se la vita che conduce è una battaglia quotidiana e non è troppo gravida di cose belle.
       Sulla natura delle soddisfazioni che ciascuno di noi cerca, si potrebbero avviare discorsi molto lunghi e complessi, ma il fattore che li unifica è sicuramente la ricerca del piacere, almeno così io credo.
       Sul tema, siamo tutti giustamente evasivi e sfuggenti, specie se il piacere che ricerchiamo non è dei più confessabili. Io stesso mi asterrò dal dire che cosa ricerco io. Tuttavia, posso almeno specificare che, dopo anni di ricerca, di prove, di sondaggi, di suggerimenti, ho trovato qualcosa che cercavo da tempo. Il campo forse non è del tutto ignoto, ma il problema vero, verissimo, è chi lo calca, quel campo, poiché la differenza può essere quella che, a livello calcistico, intercorre tra un Lionel Messi e un giocatore semiprofessionista.
       In certi ambiti, e in particolare in quello del piacere, il materialismo dominante impone e fa ricercare le "sensazioni forti", il che è assolutamente legittimo, ma è dozzinale; dozzinale come certi piatti in cui le singole componenti culinarie hanno la meglio, con la loro intensità, sull'armonia del piatto stesso nella sua globalità.
       Oggi - molto scioccamente - si ritiene che l'essenza del piacere sia fisica. Niente di più falso e fuorviante: l'essenza del piacere sta a cavallo tra ritualismo e cerebralità. Il piacere spogliato dal rito equivale alla frettolosa degustazione di un cibo precotto: non dice niente. E' equiparabile a certa pornografia, dove tutto ruota intorno all'atto. E i preamboli? Il sottile piacere che nasce da un progressivo e lento avvicinamento al piacere stesso? Perché confondere il consumo con la splendida articolazione della degustazione?
       Il ricorso al ritualismo e alla cerebralità, per contro, accendono i sensi, fino a farli vibrare, dunque li caricano, mentre l'atto si limita a scaricarli. La differenza è abissale.
       Il dramma è che oggi, a livello di piacere, la capacità di caricare è andata quasi totalmente perduta, riservata ad alcune splendide vestali, in genere molto acculturate, oltre che belle, mentre lo scarico è riservato a un lumpenproletariato dei sensi che è riuscito a democratizzare, e dunque a involgarire e a imbarbarire, persino la nobilissima arte del piacere. E il piacere democratico è un ossimoro, in quanto il piacere è per sua natura aristocratico, percepito da pochi, assaporato da pochi, condiviso da pochi. Il piacere è per gli happy few, a condizione che sappiano di esserlo e abbiano voglia di sperimentarlo...
        Trovare alcune di queste vestali del piacere è un compito improbo, poiché chi le conosce le tiene per sé, ne conserva gelosamente nominativi, indirizzi, specializzazione, segreti. Tuttavia, se superando le comprensibili resistenze si riesce ad approdare ad esse, e con esse si entra in sintonia, allora è pura beatitudine, in quanto costoro sono perfettamente consapevoli della natura rituale e cerebrale del piacere stesso.
         Il piacere così fruito sta come un abito sartoriale al pret-à-porter; come il piatto di uno chef pluristellato a quello di un fast food. E i costi sono proporzionali. Però, le rarissime volte in cui si approda alla persona giusta, si può dire che ne valga la pena.
        Questo perché, oltre alla componente rituale ed a quella cerebrale, il piacere ha altresì una dimensione ludica e ci vogliono coloro che la sappiano percepire, recepire e sviluppare alla perfezione.
        Le etère, quelle di altissimo livello, sono donne talvolta eccezionali, che del piacere conoscono ogni possibile dettaglio. Ma arrivare a quelle giuste può essere una strada molto lunga e complessa. Se si riesce a percorrerla, l'esperienza può essere molto gratificante. Peccato non poterla raccontare nei dettagli...!
 
                                  Piero Visani
        

Lo scaricabarile

       E' quanto meno improbabile ritenere che organismi burocratici come il Ministero dell'Interno e la Polizia di Stato, nessuno dei quali brilla per attivismo o spirito di iniziativa, avrebbero manifestato un così patente zelo, nel caso della dissidente kazaka e della figlioletta, se non ci fossero stati da soddisfare i desiderata di qualche "pezzo grosso".
       Nel regno del "non è di mia competenza", quando una cosa interessa a tutti coloro cui di norma non dovrebbe competere, la prima cosa da fare è pensare male: perché - andreottianamente - magari si commette peccato, ma ci si azzecca...
       E allora non resta che chiedersi a chi, a livello politico, interessava soddisfare le esigenze del governo kazako, al punto da vendergli due persone, e naturalmente in cambio di che...
       Ma non è quello che ci interessa in questa sede. Quello che interessa davvero è che questa simpatica congrega di "compagni di merende", una volta colta sul fatto, ha iniziato la solita pietosa pantomima dello "scaricabarile", con i burocrati a dire che la colpa è dei politici, e viceversa.
       Uno spettacolo deprimente. Le classi dirigenti italiane, se non ci sono prebende da incassare, non ci sono mai e, "se c'erano, dormivano". Un po' come il popolo bue che le elegge, che sopporta tutto, ingoia tutto e poi, alla fine della storia, va pure a votarle, forse per manifestare la propria soddisfazione... Dio li fa e poi li accoppia...!!
 
                                       Piero Visani

A mente sgombra

      Direi che ci sono: massima operatività, massima creatività, lucidità, mente sgombra. Tranquillità assoluta, complicata solo dalla necessità di seguire mille progetti diversi e da un po' di problemini fisici connessi al dopo-incidente.
      Sono molto soddisfatto di me ed è forse la prima volta che ciò accade, da un anno a questa parte. Ho riletto varie cose, a mente freddissima, e mi sono complimentato con me stesso. La "gestione delle crisi" (o crisis management) rimane una delle cose che so fare meglio. Ne sono uscito decisamente bene. Bravo!
 
                             Piero Visani

Un'estate di fermenti

       La cosa migliore da fare d'estate, in una stagione comunemente definita come morta, è sentirsi in fermento, sviluppare progetti, disegnare programmi, prevedere e anticipare il futuro. Lo faccio ogni estate e, anche se non sempre gli esiti sono all'altezza delle aspettative, però qualcosa di buono ne scaturisce sempre.
       Adoro l'idea di fermento sotto il profilo concettuale, in quanto sa di fibrillazione, di tormento creativo, di crisi (nell'accezione letterale di "trasformazione", "mutamento"). Sono attivo a 360°, a livello professionale, sperando che la cosa possa dare buoni frutti.
 
                                         Piero Visani

Tra il dire e il fare

      Uno degli aspetti francamente più intollerabili della cultura collettiva italiana è la distanza che intercorre tra il dire e il fare. Nell'abominevole caso della signora Ablyazova e della figlioletta, noi abbiamo il DIRE (La tutela dei diritti umani è sacra) e il FARE (La vendita di due persone a uno Stato straniero, quasi certamente per denaro).
      Se fossimo un popolo che, oltre a un'etica collettiva, ha ancora una schiena, ci faremmo schifo, perché chi elegge dei governanti come questi e ha una una burocrazia e delle forze dell'ordine come quelle che emergono dalla vicenda, capaci di blitz notturni contro donne inermi (a quando la liberazione manu militari dei due marò del San Marco detenuti ingiustamente in India...?) e di traffico internazionale di carne umana (perché di questo si tratta), tale sentimento dovrebbe nutrire. Invece finirà tutto con la solita tempesta in un bicchier d'acqua, con qualche testa che rotola, possibilmente quella di qualcuno assai prossimo a una ben remunerata pensione...
       Che dire? La vicenda si commenta da sé. Se avete voglia di piangere, fate un bel giro su Internet a leggere i commenti della più accreditata stampa straniera. L'immagine internazionale del nostro Paese ne esce più che mai rafforzata: un Paese di cialtroni...
 
                                  Piero Visani
 

martedì 16 luglio 2013

L'archivista

       Quando le cose vanno o sono andate da parecchio tempo in archivio, tocca agli archivisti occuparsi delle medesime. Io mi sono riservato il dubbio privilegio di essere archivista di me stesso e archivio le mie memorie, giorno dopo giorno.
       Non è un esercizio facile, provoca qualche dolore, ma lo storico sa che la storia si fa agendo e, dopo aver agito, ricordando e archiviando. E' quello che sto facendo io e - come ho scritto - lo sto facendo in forma riservatissima e privata.
       Mi piace tirare fuori dalla mia vita le emozioni, e fissarle sulla memoria del computer. Ogni tanto penso di essermi immaginato tutto e, anche se so bene che non è stato così, ormai la cosa mi appare del tutto destituita d'importanza. In effetti, sto parlando a me stesso, sto scrivendo per me stesso. Il resto non conta.
       Descrivo una vicenda vera, e sono anche in grado di documentarlo, ma talvolta mi sorprendo a pensare che è talmente illogica, senza senso, incomprensibile, che potrebbe essere stata anche totalmente inventata a tavolino. Naturalmente, so bene che non è così e allora cerco di preservarla nei suoi contenuti migliori, in quelli che mi hanno colpito di più nel profondo.
       Non ne parlo più con alcuno, nemmeno fuggevolmente. E' diventato qualcosa di estremamente personale, mio, parecchio sofferto, che scrivo per me, tra me e me. Sono ancora incerto se pubblicarlo. Tuttavia, nelle pagine che rileggo quotidianamente identifico un tale rivolgimento interiore che penso sarebbe gravissimo occultare questa total eclipse of the heart. Deciderò quando avrò finito di scrivere. Certo che, se compito dello scrittore è registrare i propri tormenti interiori, io ci sto riuscendo molto bene. E al momento penso che sarà difficile tenere nel cassetto un'opera così vissuta e partecipata. Ora però sto descrivendo dei bei momenti. Bisognerà vedere che cosa accadrà quando dovrò occuparmi di momenti che altrettanto belli non sono stati. Alla fine, decisivo si dimostrerà il peso della constatazione che è l'unica cosa che mi è rimasta di un periodo di vita non breve: lo terrò nascosto, rimarrà solo mio, o ne farò partecipi i potenziali lettori?
 
                                                Piero Visani

Yours sincerely

      Tra i mille difetti che mi vengono imputati, credo che si possa reperire almeno una virtù: sono sincero, talvolta anche troppo. Faccio tutto con grande sincerità, senza secondi fini, senza tentativi di captatio benevolentiae e quant'altro. Alcune persone sono talvolta in allarme in relazione al fatto che, alla mia età, io sia ancora così sincero, ma in verità lo sono. Che c'è di male?
       Come tutti i sinceri, amo molto essere preso sul serio, perché ovviamente la sincerità è una cosa seria, complessa, complicata. Purtroppo, non mi accade spesso di esserlo, ma non ne faccio una colpa ad alcuno. Non essendoci in circolazione molte persone sincere, è comprensibile che quelle che lo sono davvero non vengano credute. Mi dispiace che ciò accada, ma io posso garantire di essere (e di essere stato) sempre sincero. E' la sincerità che mi salva. Penso a tutto quello che ho fatto e so di averlo fatto in buona fede. Quello mi tranquillizza, perché so di essere stato e di essere vero.
 
                     Piero Visani