mercoledì 17 ottobre 2018

Ripensare la politica ripensando la guerra - 1

       Mettendo ordine nel mio archivio, oggi mi è balzata davanti agli occhi questa comunicazione, da me redatta in occasione del "Convegno Internazionale sugli Studi Strategici" organizzato a Torino dal 9 al 12 dicembre 1982, al quale partecipai come membro del Centro Studi Manlio Brosio e assistente personale dell'ambasciatore Edgardo Sogno. Il testo di questa comunicazione avrebbe dovuto essere da me letto nel corso del convegno, ma incontrò qualche problema e... saltò. Certo, ero il più giovane e il meno titolato dei partecipanti al Convegno, e c'erano moltissimi partecipanti di assoluto rilievo internazionale, ma il sospetto di una piccola "censura" mi è sempre rimasto e, conoscendo i liberali, poi mi è aumentato...
       Lo riproduco qui in due parti, come omaggio postumo, principalmente a me stesso.

       Mai come oggi, il concetto di "guerra" è sottoposto a indagine e, nel contempo, a revisione, alla luce delle realtà emergenti nel contesto internazionale. Fioriscono i dibattiti, i convegni sull'argomento e, ancor più, sullo scottante problema dei rapporti tra guerra e politica. A questo proposito, chiave di volta del pensiero polemologico moderno è sempre stata l'ormai celeberrima proposizione clausewitziana: "la guerra non è dunque solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi" (1). Da ciò il conseguente accento posto sulla subordinazione della guerra nei confronti della politica.
       Tuttavia, in questo come in altri campi, occorre tenersi lontani dal rischio di un'impostazione eccessivamente meccanicistica, ciò che forse non sempre è stato fatto. In effetti, se così fosse stato, la subordinazione della guerra alla politica sarebbe stata sì riaffermata, ma si sarebbero valutati con ben maggiore attenzione gli elementi di conflittualità presenti all'interno del concetto di "politica". Come ha scritto il professor Gianfranco Miglio, quello tra politica e conflittualità è un nesso inscindibile, dato che "dovunque esiste politica, esiste anche conflittualità" (2). Il merito di aver stabilito questo nesso deve essere indubbiamente attribuito al grande politologo tedesco Carl Schmitt, per il quale alla base del "politico" (un concetto assai più complesso e sfumato della semplice "politica") stava una distinzione eminentemente conflittuale, quella tra amico e nemico. . "La guerra" - sono parole di Schmitt - "non è dunque scopo o meta o anche solo contenuto della politica, ma ne è il presupposto sempre presente come possibilità reale, che determina in modo particolare il pensiero e l'azione dell'uomo provocando così uno specifico comportamento politico" (3).
       A sua volta, Schmitt fece notare come, per Clausewitz, la guerra non fosse semplicemente uno dei molti strumenti della politica, "ma la ultima ratio del raggruppamento amico-nemico. La guerra ha una 'grammatica' sua propria (cioè un insieme esclusivo di leggi tecnico-militari) ma il suo 'cervello' continua ad essere la politica: essa cioè non è dotata di una 'logica propria'" (4), la quale, al contrario, può essere desunta soltanto dai concetti di amico e nemico.
       Se Schmitt definì a livello teorico gli elementi di conflittualità presenti nel concetto di "politica", Lenin li definì qualche tempo prima sul piano pratico, dando alla sua concezione di politica delle valenze di aggressività e ostilità tali da poter farla considerare quasi un'inversione della famosa formula clausewitziana, cioè come una continuazione della guerra con altri mezzi, condotta senza scrupolo alcuno contro un nemico con più identificato come relativo (com'era tipico dei conflitti interstatali), ma come assoluto. In realtà, più che di invertire la celebre formula clausewitziana, si trattava - per Lenin - di esprimere, "con altri mezzi", l'originario rapporto amico-nemico, insistendo in maniera inusitata e senza precedenti sul carattere assoluto dell'ostilità e ribadendo, sia pure per vie diverse, il primato della politica.
       Quella fin qui delineata è la griglia interpretativa ideale per comprendere gli eventi degli ultimi due secoli e, in particolare, i due conflitti mondiali e la stessa "guerra rivoluzionaria" che si è affermata già in epoca atomica (5). Tuttavia - ci si è giustamente chiesti (6) - nell'era atomica è davvero ancora possibile una guerra e, dunque, una politica? In tale contesto, infatti, la guerra non può più valere come prosecuzione della politica con altri mezzi, ma come rottura irreversibile, come punto di non ritorno, oltre il quale i conflitti perdono ogni produttività politica, ogni capacità di rideterminare, in forme nuove, gli assetti politici esistenti. Malgrado la nascita di nuove forme di guerra accanto a quelle classiche ("guerra rivoluzionaria", "guerra culturale", etc.) e malgrado le prospettive aperte dalla fine del "Medioevo nucleare" e dall'avvento di ordigni atomici sempre più "puliti" e miniaturizzati, la minaccia atomica viene perciò a ribaltare i termini del tradizionale rapporto tra politica e guerra, inserendo fra essi una frattura che impedisce la reversibilità e la traducibilità dell'uno nell'altro: dopo la guerra nucleare, non ci sarà più posto alcuno per la politica.
       Questa tesi è stata di recente avanzata da studiosi di area prevalentemente marxista e li ha indotti, proprio per la sua tragica impraticabilità, a porsi il problema di iniziare un lavoro di aggiornamento e revisione sul piano delle categorie interpretative del rapporto tra politica e guerra. Nella fattispecie, costoro hanno acquisito la consapevolezza che esiste una stretta relazione tra un dato tipo di politica e un dato tipo di guerra, e si sono sforzati di stabilire se, e con quali mezzi, sia possibile produrre un reale cambiamento di forma nella struttura del sistema politico, senza innescare da un lato un conflitto condotto contro un nemico assoluto (qualcosa di simile a una "guerra civile") e, dall'altro, senza cadere nella riduzione del conflitto stesso a gioco, la cui "logica ludica" (con l'accettazione del nemico come nemico relativo) comporta - a loro dire - l'eliminazione della base stessa del conflitto.
       Costretti dall'evoluzione del loro pensiero a rifiutare l'identificazione - cara a Lenin - di un nemico assoluto e decisi, nel contempo, a non accettare quella - ritenuta priva di qualsiasi valore politico - di un nemico relativo, ecco questi studiosi ricorrere una volta di più a Schmitt e andare alla ricerca di un nemico reale, l'ostilità nei confronti del quale si ponga a cavallo tra quella prevista nei due casi in precedenza citati, assumendo un valore per così dire intermedio. Tra la falsa conflittualità di una politica condotta come "gioco", dove tutti i partecipanti accettano le regole dello stesso e sono impossibili mutamenti sostanziali, ma solo simboliche alternanze  tra gruppi formalmente avversi ma in realtà omologhi e ben decisi a conservare al loro interno le chiavi del potere, senza lasciar entrare in campo nuovi "giocatori", se non preventivamente disposti ad un'accettazione totale e incondizionata delle rules of play; e la conflittualità spinta all'estremo di una lotta politica in cui l'avversario sia individuato unicamente come nemico assoluto e sia dunque oggetto di un'ostilità altrettanto assoluta, con tutte le conseguenze del caso, esiste - a detta di questi studiosi - una fascia mediana in cui l'avversario non è né uno pseudo-avversario di comodo, da combattere per finta, né un "altro da sé", incarnazione del Male assoluto, da annientare affinché il Bene trionfi, bensì un nemico reale, contro il quale è possibile combattere in forme accettabili al fine di determinare un effettivo cambiamento sul piano politico, senza eccessi estremistici né contrasti formali e fittizi.
       E' innegabile che ci troviamo di fronte a sviluppi teorici di notevole portata, in particolare per l'accento posto sulla natura eminentemente conflittuale della politica in termini estranei al pensiero marxista tradizionale. Dobbiamo allora chiederci in quale misura essi possano essere accettati e in quale misura, invece, respinti.

(Continua)

                             Piero Visani



Note

(1), Von Clausewitz, Carl, Della guerra, trad. it., Mondadori, Milano 1970, vol. I, p. 38.

(2) Miglio, Gianfranco, Guerra, pace, diritto, in AA.VV., Della guerra, Arsenale Cooperativa Editrice, Venezia 1982, p. 38.

(3) Schmitt, Carl, Le categorie del 'politico', trad. it., Il Mulino, Bologna 1972, p. 117.

(4) Ivi, p. 117, nota 24.

(5) Cfr. Schmitt, Carl, Teoria del partigiano, trad. it., Il Saggiatore, Milano 1981, pp. 71-73.

(6) Cfr. Curi, Umberto, Introduzione, in AA.VV., Della guerra, cit., p. 11.







   
       

Il cammino di ogni speranza

       Secondo i dati forniti da "la Repubblica", la percentuale di italiani favorevoli alla permanenza nell'UE è scesa al 44%. Personalmente, mi sembra una quota ancora molto elevata, ma deve essere composta essenzialmente da politicanti, membri delle varie burocrazie (di Stato e no), untori e untorelli, demototalitari e giornalisti del sistema mediatico.
       Non mi strapperò le vesti come fanno in molti (salvo correre subito a ricomprarsi un bell'abito Armani con i soldi depredati a me e a tanti come me...). Non identifico in alcun modo l'Unione Europea con un'idea corretta di Europa, che resta un positivo obiettivo in un'epoca di grandi articolazioni geopolitiche e di importanza estrema della "massa critica" di una struttura multinazionale.
       Sono però lieto che una realtà verminosa come l'Eurolager stia incappando nel problema tipico di un aborto economico che ha preteso di diventare politico sulla base di una dinamica inversa che poteva apparire credibile (e gradita...) solo agli eurocrati che ci hanno lucrato sopra carriere e patrimoni. Ora che quella costruzione abortiva ha mostrato la propria natura a tutti, è chiaro che, in un crescendo di povertà e di impossibilità di fare qualsiasi cosa a causa di vincoli di ogni tipo e di una fiscalità da rapina, tutti sperino che essa venga a morire il più presto possibile.
       Proprio per questa ragione non appare del tutto da escludere che la UE si impiccherà con la stessa corda che avrà predisposto per noi. Noi moriremo tra gli stenti, da sempre più poveri, lei precipiterà nel gorgo di melma che con grande "abilità" ha saputo creare.
       Sarà una tabula rasa: precisamente quello che ci serve per cominciare a costruire un Europa che, dopo essere stata "un gigante economico, un nano politico e un verme militare" ed essere successivamente diventata un verme in tutti e tre i campi testé citati, guardi infine al suo futuro e a quello dei popoli che la abitano, al loro benessere e alla loro felicità, e non solo ai patrimoni personali dei suoi burocrati e della grande finanza che li manovra.

                             Piero Visani





venerdì 12 ottobre 2018

Le "macellerie messicane"

       Magari ci si mettono dieci anni, e ci vuole una confessione; magari se ne mettono di meno, e una volta di più ci vuole qualcuno che rompa il muro dell'omertà (peculiarità tipica delle strutture istituzionali, a quanto pare, forse appresa nel corso di lunghe e fitte trattative stato-Mafia), magari anche per evitare di incorrere nel reato di tortura... In ogni caso, queste situazioni tendono a ripetersi con preoccupante frequenza e testimoniano di un Paese in cui le istituzioni sono privatizzate ad uso e consumo di chi in quel momento ne faccia parte.
       Certo nessuno di questi soggetti ha a che fare con mammolette, certo i rischi non sono proporzionati agli stipendi, certo le frustrazioni che occorre subire sono grandi, ma spesso non si comprende per quale ragione profonda venga troppo spesso superato un limite etico (e anche estetico, mi sentirei di dire). Le forze di sicurezza, in quasi tutti gli Stati, hanno sempre goduto di larghi margini di discrezionalità e talvolta anche di impunità, ma quello che talvolta non pare venire compreso è che il rapporto con il singolo cittadino non è di tipo privatistico, ma istituzionale, e tale constatazione dovrebbe porre un solido freno a molti comportamenti eccessivamente disinvolti, non certo renderli leciti.
       Personalmente non mi è neppure chiaro per quale ragione, su un certo versante politico, certe istituzioni vengano difese a prescindere, come se quel versante politico non avesse avuto alcuni evidenti problemi (e anche qualche gratuito caduto...) nei rapporti con tali istituzioni e avesse MAI tratto vantaggio da tale solidarietà, che è quella che si dà ai federales messicani (con tutto il rispetto per questi ultimi), non alle forze dell'ordine di un Paese civile (ammesso e per nulla concesso che l'Italia lo sia), che non giova moltissimo in termini elettorali e fa grave danno in termini di immagine.
       Il caso Cucchi, come quello della scuola Diaz o il caso Uva o moltissimi altri, possono avere avuto esiti processuali alquanto diversi, ma l'esito stesso era sempre un po' quello relativo a gente che entrava in certe situazioni viva e ne usciva o morta o vulnerata in maniera permanente. Tutto ciò mi pare alquanto singolare e - per quanto mi riguarda - danneggia in misura notevolissima l'immagine delle decine di migliaia di membri delle forze dell'ordine italiane, che non solo si comportano quotidianamente in maniera eccellente, ma spesso la vita la rischiano e la perdono, a tutela della comunità nazionale, non per infierire su qualche malcapitato, gradevole o meno che costui possa essere. Non può che risultare positivo, dunque, il fatto che le "mele marce" siano denunciate dai loro stessi colleghi, perché questo fa benissimo all'istituzione, mentre l'omertà (tanto più se trova riscontro pure negli alti gradi) la danneggia pesantemente.

                             Piero Visani



giovedì 11 ottobre 2018

Serenità

   L'attuale fase politica mi pare molto più nervosa e concitata di quanto dovrebbe essere. Comprendo che chi è stato momentaneamente spodestato dal potere se ne dolga, così come capisco che chi ne ha assunto momentaneamente le redini cerchi di fare del proprio meglio. Tuttavia, io sono di formazione storica e guardo le cose in una prospettiva di tempi un po' più lunghi di quelli cui fa abitualmente riferimento la gente cosiddetta normale ("che poi così [normale] non è mai", per parafrasare Ivano Fossati...).
       Questa serenità mi deriva dal fatto che, in cuor mio, credo non sia ancora giunto il momento di una reale alternativa politico-culturale in Europa, semplicemente perché è ancora presto. Non troppo presto, ma presto. Se infatti si lascerà fare alla classe dirigente europea attuale, lo sfacelo che essa produrrà sarà tale da segnare per decenni la storia del Vecchio Continente. Perché cercare di fermarli? A parte le fughe individuali, sempre possibili per i massimi leader, le classi dirigenti politico-burocratiche si impiccheranno con le stesse corde che hanno contribuito a intessere in decenni di politica folle. Quanto a noi, siamo già stati impiccati da tempo da quella politica folle: abbiamo sempre meno da perdere (chi scrive, nulla di nulla) e potremo guadagnare di più dal lasciarli affogare. In casi del genere, un comitato di applausi, composto da soggetti disposti a girarsi immediatamente dall'altra parte non appena dovessero sentire richieste d'aiuto, sarà saturato da domande d'iscrizione...

                          Piero Visani











lunedì 8 ottobre 2018

"Orfani di Marte"

       Con l'articolo "Orfani di Marte", pubblicato alle pagine 26-29 del numero di ottobre del mensile "Il primato nazionale", faccio il mio debutto come collaboratore di questo "periodico sovranista". In esso, espongo le mie idee ed esperienze su e con le Forze Armate italiane. Non è un articolo che sarà molto gradito, ma piace a me ed è questo il limite massimo al quale mi spingo nella ricerca di captatio benevolentiae: la mia...

                            Piero Visani



domenica 7 ottobre 2018

La leggenda del "santo" bevitore...

       Siccome sono terribilmente ingenuo, entro il maggio 2019 e le elezioni europee, mi attendo che almeno alcuni esponenti della classe dirigente dell'Eurolager facciano pubblica ammenda di ciò che sono riusciti a fare dell'Unione Europea. Sarebbe un bel gesto, prima del de profundis che, se non arriverà nel 2019, arriverà di sicuro nel 2024.
       Quando le logiche che guidano una dirigenza politica come quella europea sono "mors tua, vita mea", è del tutto normale che i "morituri" si preoccupino di rovesciarle. Nessuno muore volentieri per ingrassare una banda di mentecatti (o di specialisti di guerra economica o di etilisti non anonimi).

                    Piero Visani






venerdì 5 ottobre 2018

"The Times they are a changin'"

       Provincia piemontese. Interno giorno. Quattro persone che, sedute a un tavolo di un wine bar, discutono di interventi comunicativi e formativi da operare in tempi auspicabilmente brevi in un determinato contesto.
       Il locale è gradevole, con l'unico difetto di avere i tavoli forse un po' troppo vicini. Ho una lunga esperienza di situazioni del genere alle mie spalle e so che occorre parlare piano, molto piano, ma so pure che, quando le distanze sono così compresse e la persona che pranza da sola al tavolo a fianco al nostro non ha alcuno con cui conversare, è possibile che finisca per intrufolarsi - più o meno volontariamente - nella discussione del tavolo più vicino.
       So pure che è relativamente raro sentir discutere di determinate tematiche e che ancor più raro sentirne discutere in una prospettiva non da "pensiero unico". E mi è capitato, per decenni, di ricevere sguardi dall'incuriosito all'ostile, dal compatimento alla compassione.
       I tempi, tuttavia, stanno cambiando e, premesso che mi sono accorto che il nostro vicino di tavolo ci sta ascoltando, MAI mi sarei aspettato che, ad un certo punto, costui - un giovane più o meno quarantenne - si alzasse in piedi, per stringere la mano a tutti noi e lodarci per l'impegno che stavamo profondendo nel cercare di difendere il nostro Paese da quanti lo vogliono venduto (e svenduto) all'Eurolager.
       Non sono solito mostrare sorpresa per alcunché, tanto meno a palesare reazioni emotive, ma questa persona che di colpo si alza, ci stringe la mano, loda i nostri discorsi e ci esorta a procedere sulla strada che è emersa dalle parole che ha ascoltato, mi colpisce non poco. Mi erano capitate, in anni lontani, situazioni analoghe, ma i contenuti delle stesse erano diversi, ispirati in genere a palese ostilità. Ma i tempi stanno cambiando e questa piccola scenetta mi piace, mi conforta. Questo giovane professionista pare informato, forse anche acculturato, ma ciò che riempie di gioia il mio cuore è l'odio profondo che dà prova di nutrire nei confronti di un sistema falso, bugiardo e... bastardo. Le esibizioni di quel sentimento sono quelle che più mi soddisfano, perché ci si arriva per gradi, dopo aver sofferto molto. Lo leggo nei suoi occhi: anche lui, esattamente come noi, non ne può più. Sa che è ora di finirla, di farla finita e di farli finire. "A terrible beauty is born".

                                                           Piero Visani



Quinto posto


Il mio libro è risalito al quinto posto della classifica di settore di IBS. Un bel salto in avanti, direi, visto che è la migliore posizione raggiunta fino ad oggi.

Piero Visani

https://www.ibs.it/storia-della-guerra-dall-antichita-libro-piero-visani/e/9788894807257


mercoledì 3 ottobre 2018

Andare via, ma dove?

       Un amico, dopo circa un anno e mezzo che si è insediato in un Paese straniero con moglie e figli, mi fa una sintesi della sua nuova situazione: non è andato a vivere in un paradiso, ma in un posto dove tutto ha ancora delle dimensioni umane: la legge, il fisco, il lavoro, i guadagni, il prossimo, etc. La vita resta complicata, ma molto più rilassata che qui e ci si può consentire qualche piccolo svago, per se stessi e la propria famiglia. Lo Stato non è l'unico destinatario delle proprie spese.
       Il lavoro è remunerato in termini accettabili, non si guadagna 4 euro (o equivalente in altre valute) l'ora, e soprattutto la presenza dello Stato e della burocrazia è molto meno ossessiva che qui, poiché coloro che di Stato e burocrazia vivono sono una percentuale nettamente inferiore che in Italia e dunque non hanno bisogno di vessare oltre misura coloro che di Stato e burocrazia NON vivono, per ritagliarsi degli stipendi (magari pure lauti)...
       Con tale andazzo, molto minore è anche il livello di stress collettivo, perché si riesce ancora a vivere, a costruire, a progettare un'esistenza per sé e per i propri figli. Non si è ridotti al ruolo di ufficiali pagatori per la classe politica, per quella burocratica e per l'Eurolager.
       Verrebbe voglia di raggiungere questo amico là ove si è trasferito, ma la speranza di prendersi una colossale vendetta su chi ci ha rovinato la vita è l'ultima a morire, almeno in me.

                                  Piero Visani



Logiche euro(buro)cratiche

       "Dobbiamo distruggervi, per salvarvi, dal debito". Quando gli americani usarono questa felice e intelligentissima frase ["dobbiamo distruggervi, per salvarvi dal comunismo"], i sudvietnamiti solidarizzarono in misura crescente con il Vietnam del Nord e i vietcong, e sappiamo bene come andò a finire.
       Se la Storia si ripete - marxianamente - come tragedia o come farsa, scegliete voi quale potrà esserne l'esito. Personalmente, ritengo che distruggere qualcuno per salvarlo, nella fattispecie dal debito, sia qualcosa di diverso perfino dall'accanimento terapeutico. E' puro e semplice accanimento omicida (non casuale però, ma come forma di guerra economica, ovviamente, a un Paese come l'Italia, un tempo pericoloso concorrente). Dunque qualunque strada sarà legittima per difenderci dalla deliberata distruzione programmata a nostro carico, esattamente come nel caso greco.

                 Piero Visani





Escalation (semi)-etilica

Eurostube.
Eurokeller.
Eurolager (bier...).

       Come sempre, "en oino aletheia".

                     Piero Visani





martedì 2 ottobre 2018

Proprietà e management

       A seguito della brusca defenestrazione di Giuseppe Marotta da amministratore delegato della Juventus, si è aperta una sorta di "catena di solidarierà", da parte di altri manager, relativa al fatto che Marotta avrebbe subito - da parte della proprietà - un trattamento alquanto rude.
       Mi stupisco della stupore: un amministratore delegato, per quanto ricco e famoso, è un dipendente della proprietà alla stessa stregua di un usciere o di un magazziniere. Non mi risulta che questi ultimi, quando la proprietà ritiene che non servano più, vengano fatti oggetto di trattamenti di favore. E questo vale anche per il più blasonato dei dipendenti, l'amministratore delegato, il quale, come tutti i dipendenti del Principe, è soggetto all'andamento del favore di quest'ultimo, per cui è e resta sacrificabile.
       Comprendo così perché ho sempre preferito essere "primo in Gallia piuttosto che secondo a Roma". Poi naturalmente non sono mai stato "primo in Gallia", anzi non sono stato mai niente, ma in tal modo mi sono risparmiato l'impegno profuso nel leccare le terga a qualche padrone, salvo poi esserne ricompensato come l'esempio citato, ovviamente "per una naturale opera di svecchiamento societario".

                           Piero Visani