mercoledì 31 ottobre 2018

Minima Vaticania

       Non ho mai scritto una singola parola - e intendo continuare - su vicende come quelle di Emanuela Orlandi o della pedofilia o della lobby gay, etc. etc. Da appassionato cultore di cose militari, penso che la cosa peggiore che si possa fare sia sparare sulla Croce Rossa e poi so che la fede è cieca e nessuno crede mai - spesso nemmeno le magistrature - alle dimostrazioni e contrario, oppure mi dice che una cosa è il divino e un'altra l'umano, senza peraltro spiegarmi perché io - forse particolarmente sfortunato - in certi campi più che con l'umano ho sempre avuto la sfortuna di imbattermi con il "troppo umano". Ma tant'è...
       Guardo a tutto questo con il mio solito sguardo da "entomologo umano" e - per distrarmi - mi concedo la visione di una puntata di "The Young Pope", di Paolo Sorrentino.

                             Piero Visani



martedì 30 ottobre 2018

Luther

       Sto rivedendomi l'intera serie televisiva "Luther", della BBC. Interpretata splendidamente da Idris Elba e Ruth Wilson, è una serie che mi ha sempre colpito per la sottigliezza psicologica e per la totale assenza di manicheismo, che è invece il limite più grave che affligge la maggior parte dei serial di produzione statunitense.
       "Luther", per contro, vive sprofondato in una dimensione magmatica che lo tormenta, lo scava, lo ferisce dentro, e nutre una ricambiata, ambigua passione per Alice Morgan, assassina seriale che ha molti punti di contatto con lui.
       Tornerò su questa serie quando avrò terminato di (ri)vederla, ma amo gli stimoli intellettuali cui essa sottopone volutamente lo spettatore, cercando di mostrargli la natura estremamente complessa e sfaccettata della realtà, che non è popolata da "buoni" e "cattivi", in perenne contrapposizione, ma da soggetti che cercano di destreggiarsi nei compiaciuti orrori della società contemporanea trovando soluzioni che li soddisfino, che consentano loro di sopravvivere, che non spieghino, ma accendano i loro animi e le loro intelligenze, spesso sconvolte da una passione che in loro è anche terribilmente cerebrale. Non c'è il Bene, non c'è il Male: c'è il Tormento. E il Senso - se e quando esce, e non esce spesso - forse è soprattutto frutto di una narcisistica ammirazione di sé, della propria intelligenza non propriamente banale e neppure disposta a fare a patti con la banalità del quotidiano.

                              Piero Visani






sabato 27 ottobre 2018

Torino, città laboratorio

       Premesso - a scanso di equivoci - che per me anche Gengis Khan sarebbe meglio del Centrosinistra (e non parliamo poi del Centrodestra), devo dire che "Santa" Chiara Appendino, dopo due anni di governo grillino, è comunque riuscita a confermare la tradizionale immagine di Torino come "città laboratorio", nel senso che non si fa più niente, non si progetta più nulla, si dice di no a tutto, per produrre una "decrescita felice" che sarà forse tale per la classe dirigente del M5S, forse relativamente felice per quanti si troveranno a fare poco o nulla (loro massima aspirazione esistenziale) con un sussidio di Stato (noto anche come reddito di cittadinanza), e molto meno felice per quanti si troveranno disoccupati, o costretti ad andare a lavorare a Milano, oppure all'estero, oppure semplicemente strangolati dalla mancanza di qualsiasi residua attività economica.
       Attribuire la responsabilità di tutto questo al solo movimento grillino sarebbe altamente ingiusto, perché la mancanza di progettualità, il risibile provincialismo torinese spacciato per elitarismo (e in parte lo è sempre stato, visto che coloro che si scambiano reciprocamente incarichi e prebende non credo superino le poche centinaia di persone), la assoluta mancanza di visioni strategiche sono nati molto prima dei "grillini", ma ora ci avviciniamo al "redde rationem", in una città sempre più palesemente povera e che - vista l'età media dei suoi abitanti - pare aver già compreso dove andrà a concludersi la sua "decrescita felice": "six feet under"! In effetti, la tomba - per dirla nel vernacolo locale - è davvero il posto in cui "as bugia nen", ergo una destinazione sicuramente ambita e d'eccellenza...

                   Piero Visani





Ancora risalite...

       Il mio libro Storia della guerra dall'antichità al Novecento (Oaks Editrice, Milano 2018, 195 pp., prezzo 18 euro) è risalito dal 15° all'11° posto della classifica di settore di IBS. In passato, era salito fino al 4° posto, ma le oscillazioni positive di questo mese di ottobre dimostrano che non sta andando male, sotto il profilo delle vendite:

https://www.ibs.it/storia-della-guerra-dall-antichita-libro-piero-visani/e/9788894807257


         Piero Visani



venerdì 26 ottobre 2018

"L'euro è irreversibile!"

       Ogni volta che leggo frasi come questa, mi riempio di ilarità. Non c'è nulla di meglio che le ammissioni del nemico sulla natura assolutamente "democratica e non totalitaria" del "sistema per uccidere i popoli" che ha messo in piedi. Non mi tocca neppure fare fatica: è il "migliore dei mondi possibile", ergo è irreversibile proprio a causa della sua intrinseca perfezione. Ormai non siamo più di fronte a una visione politico-economica, ma a un dogma. Secondo le migliori abitudini dei monoteismi (anche il cristianesimo è un monoteismo, per i soliti stolti che pensano subito all'Islam...) verremo subito dichiarati eretici.
       Giordano Bruno è vivo e brucia con noi...!

                         Piero Visani







La vera precarietà

       I presunti assassini di Desirée avrebbero dovuto essere da tempo fuori dai confini italiani. Invece c'erano e delinquevano ampiamente. La legge - cioè, da noi, la finzione - li voleva lontani dall'Italia e invece loro erano qui e svolgevano una funzione criminale assolutamente indisturbati. Nessun cittadino, ovviamente, si periterebbe mai di denunciare situazioni del genere, per paura che la finzione si possa abbattere su di lui, in quanto incauto soggetto desideroso di interrompere un sistema perverso. E così, come da decenni, ormai, la finzione prendeva il posto della funzione e si spacciava per essere cosa seria...
       Il "caso Cucchi" dimostra, ex inverso, il medesimo concetto. Non serve a nulla, sotto questo profilo, sottolineare con forza come il Cucchi stesso fosse un piccolo criminale, perché allora occorrebbe anche riconoscere che chi ha attivato - come pare - il sistema di copertura del suo pestaggio non era proprio uno stinco di santo neppure lui...
       Tutto funziona così, in questa espressione geografica in deriva sempre più farsesca, ma di farsa tragica, non comica. Chi vuole, in qualsiasi campo, fa ciò che vuole, anche solo approfittando di un cumulo di leggi che dicono tutto e il contrario di tutto. Chi ancora, forse per paura, le rispetta, subisce ogni tipo di vessazione, come i negozianti che si vedono irrompere in negozio i "volonterosi carnefici" di Stato, animati dalla sadica volontà di rovinarli, nel mentre davanti agli ingressi dei loro esercizi stazionano - e vendono senza alcun tipo di controllo... - decine di "migranti per motivi umanitari".
       L'elenco potrebbe continuare, ed è lunghissimo: se mi ritrovo casualmente, per una dimenticanza, senza documenti, posso incorrere in qualche spiacevole situazione. Decine di migliaia di persone, che non sono autoctoni, possono fare invece qualunque cosa e nessuno dirà mai loro nulla, perché non è "politicamente corretto".
       Non c'è niente di razzistico in tutto questo, da parte mia. C'è molto di razzistico a mio carico, invece, da parte di chi vede in me - cittadino italiano incensurato - un "figlio di un dio minore", un suddito/schiavo (dire cittadino di serie B sarebbe un'amenità troppo grande); un soggetto che ha molti meno diritti degli altri, italiani e stranieri, perché anche a molti italiani sono inferiore, non facendo parte di alcuna casta...
       Nessuno pare aver compreso che, seminando tempesta con questa insistenza e insipienza; conculcando i diritti di chi pure dovrebbe averne, seguendo (a parole, solo a parole...) la "Teoria dei Diritti dell'Uomo" ma negando ogni giorno i più elementari diritti dei singoli uomini, non ne scaturirà nulla di buono. E non saranno lo spread, l'UE, o la distruzione economica di cui quest'ultima è latrice a far saltare il nostro ex-Paese, Patria diventata ingrata meretrice matrigna. Saranno l'ingiustizia praticata da decenni e contrabbandata per legge; gli abusi, i soprusi, le omissioni, la finta legalità, la totale illegalità, la copertura di tutto questo orrore dietro il falso paravento della modernità e del "politicamente corretto".
      Magari non avrò la fortuna di vederla, l'esplosione, quella fantastica esplosione consolatrice che attendo e che amerei anticipare il più possibile, ma il botto mi raggiungerà nell'Aldilà (ammesso e non concesso che ve ne sia uno...) e mi farà sorridere di una gioia sottile e infinitamente sadica. "A ciascuno secondo i suoi meriti". E questo noi - con i nostri silenzi, le nostre viltà grandi e piccole, le nostre classi politiche da museo degli orrori, la nostra progettualità da "Vacanze di Natale", "Un'estate al mare" e in pensione a 25 anni - è esattamente ciò che ci meritiamo e ci meriteremo.

                          Piero Visani





martedì 23 ottobre 2018

Una lettura molto utile

       Ho letto di un fiato le prime cento pagine del libro di Bob Woodward, Paura. Trump alla Casa Bianca, Solferino - I libri del Corriere della Sera, Milano 2018. Si tratta di un testo molto ostile all'attuale presidente USA, ma è utilissimo per capire come debba gestire la comunicazione chi voglia, oggi, muoversi nell'universo mediatico da protagonista, e non da passivo strumento del medesimo, vittima sacrificale designata per fingere che esista ancora una parvenza di democrazia a livello metapolitico. Occorre smontare il meccanismo, ma farlo con intelligenza, cioè rifiutando i risibili consigli dei moderati, quelli preoccupati solo dei loro solidi patrimoni e del "politicamente corretto", vale a dire dei due aspetti che maggiormente li legano alla Sinistra globalista e internazionalista, fino a farne un blocco unico e antipopolare.
       Serve invece tutt'altro, perché - senza offrire il fianco alle bordate del nemico politico - l'offensiva paga infinitamente di più della difensiva. Molto positivo, da questo punto di vista, l'apporto di Steve Bannon, delle cui idee condividerò sì e no il dieci per cento, ma che si dimostra bravissimo nel far capire a Trump che non si cambiano le politiche (e dunque non si spostano i voti a proprio favore) se prima non si cambiano le metapolitiche, i pubblici, i linguaggi, gli opinion leader, che non devono più essere quelli del passato, ma nuovi e rinvenuti in ambienti anche assolutamente diversi da quelli elitari da cui in genere sono tratti.
       Il "populismo" è appena agli inizi della sua santa battaglia e ovviamente sconta ancora moltissimi limiti, a cominciare da una denominazione che non lo rappresenta adeguatamente, ma la chiave della vittoria resta una volta di più la stessa: non giocare sul terreno scelto dagli avversari; non partecipare a partite le cui regole non si sia contribuito a stabilire; smantellare ad uno ad uno i punti di forza del nemico; evidenziare la sua sordida natura oligarchica e antipopolare, malamente mascherata da una difesa dei "diritti civili" di minoranze che meritano sicuramente tutela, ma non rappresentano la maggioranza della popolazione.
       Scritto in maniera accattivante, Paura è una lettura utilissima per comprendere i meccanismi della comunicazione contemporanea, e imparare ad usarli senza segnare colossali autogol o giocare con i regolamenti scritti e interpretati dal nemico a proprio esclusivo vantaggio.

                            Piero Visani



Il valore della formazione

       Ai primi di maggio di quest'anno, circa un mese dopo che era uscito il mio libro Storia della guerra dall'antichità al Novecento (Oaks Editrice, Milano 2018, 195 pp., 18 euro), sono stato contattato da un centro studi straniero (non posso ovviamente fare nomi) nella mia qualità di studioso indipendente, vale a dire estraneo ad appartenenze partitiche, per redigere una valutazione di alcuni testi che circolano in varie sedi di studi accademici italiani, civili e no. Dunque non libri di veri e propri autori, ma sintesi, riassunti, sinossi, etc., in tema di politica internazionale, difesa, sicurezza, terrorismo, etc. I testi mi sono stati consegnati brevi manu, nel corso di un incontro con due esponenti di tale centro studi.
       La richiesta che mi è stata fatta è stata quella di valutare - ovviamente a mio personale giudizio - il livello e l'orientamento di tali pubblicazioni. Mi sono accinto subito a tale intrapresa e, dopo un po', sono rimasto abbastanza strabiliato dal livello complessivo, non propriamente esaltante, e soprattutto dall'impostazione fastidiosamente occidentalo-centrica, senza il benché minimo spazio per visioni che non fossero quelle pedissequamente atlantiche, filo-americane, servili, senza la benché minima attenzione per un tema fondamentale come quello dell'interesse nazionale.
       Ho capito molte cose, da quelle letture, e ho consegnato il mio rapporto, da cui emerge il fatto che, in questo Paese, non esistono non solo un'informazione alternativa autenticamente definibile come tale, in quel campo specifico, ma neppure una formazione degna di questo nome. Solo banalità, geremiadi, affermazioni trite e ritrite, ispirate spesso a modeste rimasticature. E' abbastanza singolare che, nel pullulare di università private, a nessuno sia venuto in mente di cercare di creare un pensiero strategico nazionale che non sia frutto o di "copia e incolla" di testi USA e/o NATO, o di servilismi da untorelli. Anche qui, un grande, enorme vuoto. Il vuoto metapolitico di sempre.

                                                  Piero Visani




venerdì 19 ottobre 2018

Guerra economica

       E' del tutto evidente, per chi non è (o  non vuole essere...) cieco, che ci stiamo addentrando vieppiù in un profondo scenario di guerra economica. Chi scrive non ha competenze al riguardo per esprimere pareri, ma sa bene che la guerra è, innanzi tutto, un confronto di forze morali, per le quali è comunque preferibile trovare delle baionette (o surrogati attuali).
       In secondo luogo, tale guerra deve essere accompagnata da tattiche e strategie di movimento, non statiche, per mostrare al nemico volti costantemente nuovi e capaci di rinnovarsi.
       In terzo luogo, ogni strategia seriamente definibile come tale ha bisogno di alleati, perché il "fare da sé" può essere bellissimo, ma non quando si è deboli. Ne consegue che una guerra di movimento - che spesso e volentieri potrebbe diventare guerriglia, perché, stante la nostra condizione di asimmetria, occorre ricorrere alla tattica tradizionale dei più deboli - deve cercare continuamente alleati e alleanze, in forma scoperta quando lo si vuol far sapere al nemico e in forma coperta quando gli si vuol fare male, e molto.
       Una condotta operativa del genere richiede la massima flessibilità e la massima mancanza di scrupoli, perché è una lotta per la vita, di una Nazione e di un popolo.
       Non credo che questi concetti siano ancora chiari, a molti che pur militano sul medesimo versante politico, ma è in un'ottica di guerra economica che occorre riuscire costantemente a muoversi, esattamente come fa il nemico. Ogni altra scelta non è sufficiente, anche se - a livello di linguaggio - occorre pure sviluppare un'adeguata strategia mediatica, com'è ovvio volutamente tranquillizzante. Al terrorismo dei mercati e dell'Eurolager si risponde con una "forza tranquilla" in superficie e con il contro-terrorismo sotterraneo.

                        Piero Visani






giovedì 18 ottobre 2018

Ripensare la politica ripensando la guerra - 2

       La concezione europea del mondo è stata, per secoli, di natura sostanzialmente polemologica. In essa, la guerra non è stata intesa come un fenomeno patologico. Per quanto non piacevole, né desiderabile, né augurabile, la guerra ha sempre fatto parte del reale (di ciò che è reale). Tuttavia, se si ammette che la guerra faccia parte del reale, si deve contemporaneamente ammettere che essa è relativa, poiché il reale, nella sua costante mutevolezza e particolarità, non conosce l'assoluto. In altre parole, riconoscere nell'esistenza un perpetuo confronto di contrari significa parimenti riconoscere la possibilità di una loro conciliazione: l'avversario, infatti, è tale soltanto momentaneamente e il fatto che lo si affronti non significa che si voglia annientarlo; è sufficiente sconfiggerlo (7).
       All'interno di questa logica, non può esistere un nemico assoluto, ma soltanto un nemico relativo, la cui designazione costituisce certo il presupposto della politica, ma con il quale una composizione pacifica è sempre possibile, alla luce di un perpetuo divenire che muta continuamente le situazioni.
       Quest'universo di valori fu sconvolto dal leninismo, con la sua definizione del nemico come nemico assoluto e con la sua teoria dell'ostilità generale e permanente anche in tempo di pace, al punto da creare uno stato di guerra anche in assenza formale di conflitti. A sua volta, Carl Schmitt seppe definire nel modo più lucido i caratteri di conflittualità che costituiscono il presupposto stesso della politica, elaborando una teoria spesso rifiutata a parole da chi la praticava, ma sempre ampiamente riscontrabile nei fatti.
       Se oggi si ritorna a riflettere criticamente su questi concetti, ciò non avviene però soltanto perché la situazione internazionale fa incombere minacce di guerra (8), ma soprattutto perché si avverte ogni giorno di più la necessità di ripensare la politica ripensando la guerra, rivedendo cioè quel principio di conflittualità che sta alla base della politica stessa e sulla cui esistenza molti paiono concordare, anche in quelle fasce culturali un tempo assai caute al riguardo.
       Punto di partenza comune dovrebbe essere - a nostro parere - l'accettazione del principio della natura conflittuale della politica, secondo la classica impostazione schmittiana. Posta la distinzione tra amico e nemico, e individuato concretamente quest'ultimo, si dovrebbe riflettere sui contenuti di ostilità di cui fare oggetto il nemico stesso. Le scelte possibili sono - come sappiamo - sostanzialmente due: fare oggetto il nemico di un'inimicizia relativa oppure assoluta.
       A questo punto, ci pare opportuno ricordare che stiamo parlando dei contenuti di conflittualità della politica e non, tout court, della guerra. Ciò premesso, non crediamo si possa condividere la forte carica di manicheismo presente nell'inimicizia assoluta. Se è vero, infatti, che i contrasti di fondo tendono inevitabilmente ad ascendere verso gli estremi, a trasformarsi in lotte senza esclusione di colpi in cui l'obiettivo finale non è la sconfitta ma l'annientamento fisico dell'avversario, non è meno vero che l'attitudine mentale che sta alle spalle di quest'atteggiamento affonda le sue radici in tutte quelle ideologie che sono inclini a far prevalere il giudizio morale su quello politico, la carica emozionale e il manicheismo che inevitabilmente ne discende su una pacata e realistica valutazione delle circostanze. Da ciò, demonizzazione dell'avversario, individuato propagandisticamente come incarnazione del Male e suo annientamento da parte delle forze del Bene, a ciò legittimate dal fatto stesso di considerarsi (più che veramente essere, ammesso e non concesso che lo si possa...) tali. La storia del Novecento è tragicamente piena di esempi di questo genere e non vale la pena citarli ancora una volta. Ci pare tuttavia indispensabile sottolineare come, nella più parte dei casi, essi siano stati frutto della perniciosa contaminazione - operata da alcune ideologie - tra morale e politica, e della conseguente tendenza delle stesse ad operare in nome dell'umanità, trasformando i conflitti tra Stati o il tradizionale agone politico (entrambi retti da regole precise e codificate) in un'unica guerra civile internazionale, con tutte le conseguenze del caso. Molto meglio, quindi, la dosata carica di ostilità contenuta nell'inimicizia relativa, nel contrasto tra forze e Stati che concepiscono la politica e la guerra come "gioco", con regole codificate e nel quale è concepibile soltanto la sconfitta, non certo l'annientamento dell'avversario, al quale sono riconosciuti tutti i crismi della legittimità e il diritto di rovesciare, un giorno, i rapporti di forza esistenti.
       E' noto che, per secoli, la guerra e lo stesso conflitto politico si sono svolti in genere in conformità a una logica che prevedeva la sconfitta più che lo sterminio dell'avversario. Non che siano mancate eccezioni anche di rilievo, ma la tendenza di fondo era quella. Tuttavia, se davvero si vuole ripensare la politica ripensando la guerra (o meglio il conflitto e i principi che lo reggono), non si può negare che i toni smorzati dell'inimicizia relativa sono i più validi soltanto a condizione che non siano fittizi, cioè a condizione che implichino davvero l'accettazione del divenire storico e non costituiscano una mera facciata formale, dietro la quale si celi l'immobilismo più assoluto. Ci spieghiamo: la conflittualità politica intesa come "gioco" può anche diventare un "gioco sporco", i cui partecipanti sono tutti d'accordo, rappresentano aspetti diversi delle medesime istanze e dei medesimi interessi, ma fingono di essere in contrasto tra loro per dare una patina di legittimità al loro agire e giustificano l'esistenza stessa di un "gioco" politico in realtà solo apparente. In tal caso, anche la dichiarata conflittualità è puramente formale e i gruppi avversi sono al contrario legati da una sostanziale solidarietà, che li rende egemoni della vicenda politica e profondamente interessati alla conservazione di tale egemonia. In tali condizioni, parlare di inimicizia relativa diventa ridicolo, poiché in realtà siamo in presenza di una solidarietà assoluta e attivamente operante a scapito di tutte quelle forze che sono rimaste (o sono state) escluse dai gruppi che egemonizzano il sistema politico e intendono congelarlo sui rapporti di potere esistenti.
       Certo, una genuina inimicizia relativa sarebbe ancora possibile, anzi auspicabile se, come nei secoli passati, le linee di conflitto coincidessero con i confini degli Stati nazionali e all'avversario esterno ("straniero") fosse riconosciuta non solo la possibilità di avere interessi diversi dai nostri, ma anche il diritto di difenderli nell'ambito di un'organizzazione statale da noi riconosciuta. Ma quest'articolazione - che è stata un vanto del diritto internazionale - è ancora oggi possibile nell'ambito di una realtà tanto mutata, in cui esistono forze, ideologie e interessi sovranazionali, e in cui lo stesso concetto di sovranità è ormai applicabile - nelle sua forma originaria - solo a pochissime grandi potenze? Crediamo di no e riteniamo sia indispensabile trarne le inevitabili conseguenze. Queste non possono che strutturarsi come segue: no all'inimicizia relativa perché, a causa della natura delle relazioni internazionali, essa è ormai impossibile sul piano esterno e fittizia su quello interno (almeno nelle forme in cui si è finora manifestata); ma parimenti no all'inimicizia assoluta, poiché non è possibile condividere il manicheismo e il desiderio di assoluto in essa impliciti. Al contrario, sì - nella definizione del contenuto di conflittualità che costituisce l'indispensabile presupposto della politica - all'identificazione di un nemico reale, contro il quale far convergere un'inimicizia altrettanto reale.
       Chi è il nemico reale? In sostanza, è il nemico relativo di un tempo, valutato - con una ben superiore dose di spegiudicatezza - alla luce delle nuove realtà della politica. E' un nemico oggetto di un'inimicizia reale, ma altresì relativa, non assoluta, perché con esso - anche se il conflitto è tutt'altro che fittizio - la composizione è sempre possibile, in quanto non è considerato in sé intrinsecamente malvagio e dunque da annientare, ma soltanto mosso da interessi diversi e contrastanti, dunque al più da sconfiggere, in un'ottica che però non esclude affatto la possibilità di una sua vittoria, nell'ambito di una concezione (e di un sistema) di alternanza.
       Siamo così giunti, sia pure per strade diverse, a conclusioni non troppo dissimili da quelle cui è pervenuta la Nuova Sinistra nella sua riflessione sulla politica, la conflittualità e la guerra. Una coincidenza casuale? Non crediamo, ma neppure la classica coincidentia oppositorum, come qualche maligno e disinformato non mancherà di insinuare.
       In realtà, la ricerca di un nemico reale esprime, da entrambe le parti, la volontà di ripensare la politica superando i tradizionali schemi interpretativi e lasciando da un canto categorie ormai logorate dal tempo e incapaci di rinchiudere in sé i molteplici aspetti della realtà attuale. Gli obiettivi sono sicuramente diversi, ma comune è l'aspirazione di restituire dinamismo a un sistema politico e di pensiero da troppo tempo sclerotizzato e statico tanto sul piano interno quanto su quello internazionale, e anche di favorire, a entrambi i livelli. quella circolazione delle élites così indispensabile al corretto funzionamento dei sistemi politici e così inopinatamente caduta nel dimenticatoio o ridotta ad accademica dichiarazione d'intenti.

                                            Piero Visani


Note

(7) De Benoist, Alain, "Ni fraiche ni joyeuse", in Eléments, n° 41, marzo-aprile 1982, p. 28 sg.

(8) Precisato che questo intervento è stato scritto nel 1982, non mi pare che la situazione sia molto cambiata anche oggi.




       

Est, Est, Est!

       Prima che l'Eurolager mi espellesse da tutte le attività che potevo fare, ho avuto l'opportunità di viaggiare per lavoro in un certo numero di Paesi: non moltissimi, ma significativi e conosciuti assai a fondo. Tra questi, la Russia, un po' prima e un po' dopo la metà degli anni Novanta. Mi ci sono trovato piuttosto bene e - come Salvini oggi - decisamente più a mio agio che in alcuni altri Paesi dell'Europa occidentale o negli USA. 
       Di particolare gradimento, per il mio carattere ostilissimo soprattutto alle prese per le terga, il fatto che gli oligarchi facessero gli oligarchi e gli autocrati gli autocrati, senza stare a menarla sul fatto che lo facevano per il mio bene o per quello del popolo, e soprattutto senza stare a fare riferimento alla democrazia da una parola in su, ma fottendosene allegramente della medesima. In una parola, esattamente come fanno in Occidente, ma annoiandomi con ipocrite prese per le terga o con "l'ineluttabilità" di talune scelte care - esattamente come in altre parti del mondo - solo a ristrettissime e autoreferenziali oligarchie.

                              Piero Visani



mercoledì 17 ottobre 2018

Ripensare la politica ripensando la guerra - 1

       Mettendo ordine nel mio archivio, oggi mi è balzata davanti agli occhi questa comunicazione, da me redatta in occasione del "Convegno Internazionale sugli Studi Strategici" organizzato a Torino dal 9 al 12 dicembre 1982, al quale partecipai come membro del Centro Studi Manlio Brosio e assistente personale dell'ambasciatore Edgardo Sogno. Il testo di questa comunicazione avrebbe dovuto essere da me letto nel corso del convegno, ma incontrò qualche problema e... saltò. Certo, ero il più giovane e il meno titolato dei partecipanti al Convegno, e c'erano moltissimi partecipanti di assoluto rilievo internazionale, ma il sospetto di una piccola "censura" mi è sempre rimasto e, conoscendo i liberali, poi mi è aumentato...
       Lo riproduco qui in due parti, come omaggio postumo, principalmente a me stesso.

       Mai come oggi, il concetto di "guerra" è sottoposto a indagine e, nel contempo, a revisione, alla luce delle realtà emergenti nel contesto internazionale. Fioriscono i dibattiti, i convegni sull'argomento e, ancor più, sullo scottante problema dei rapporti tra guerra e politica. A questo proposito, chiave di volta del pensiero polemologico moderno è sempre stata l'ormai celeberrima proposizione clausewitziana: "la guerra non è dunque solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi" (1). Da ciò il conseguente accento posto sulla subordinazione della guerra nei confronti della politica.
       Tuttavia, in questo come in altri campi, occorre tenersi lontani dal rischio di un'impostazione eccessivamente meccanicistica, ciò che forse non sempre è stato fatto. In effetti, se così fosse stato, la subordinazione della guerra alla politica sarebbe stata sì riaffermata, ma si sarebbero valutati con ben maggiore attenzione gli elementi di conflittualità presenti all'interno del concetto di "politica". Come ha scritto il professor Gianfranco Miglio, quello tra politica e conflittualità è un nesso inscindibile, dato che "dovunque esiste politica, esiste anche conflittualità" (2). Il merito di aver stabilito questo nesso deve essere indubbiamente attribuito al grande politologo tedesco Carl Schmitt, per il quale alla base del "politico" (un concetto assai più complesso e sfumato della semplice "politica") stava una distinzione eminentemente conflittuale, quella tra amico e nemico. . "La guerra" - sono parole di Schmitt - "non è dunque scopo o meta o anche solo contenuto della politica, ma ne è il presupposto sempre presente come possibilità reale, che determina in modo particolare il pensiero e l'azione dell'uomo provocando così uno specifico comportamento politico" (3).
       A sua volta, Schmitt fece notare come, per Clausewitz, la guerra non fosse semplicemente uno dei molti strumenti della politica, "ma la ultima ratio del raggruppamento amico-nemico. La guerra ha una 'grammatica' sua propria (cioè un insieme esclusivo di leggi tecnico-militari) ma il suo 'cervello' continua ad essere la politica: essa cioè non è dotata di una 'logica propria'" (4), la quale, al contrario, può essere desunta soltanto dai concetti di amico e nemico.
       Se Schmitt definì a livello teorico gli elementi di conflittualità presenti nel concetto di "politica", Lenin li definì qualche tempo prima sul piano pratico, dando alla sua concezione di politica delle valenze di aggressività e ostilità tali da poter farla considerare quasi un'inversione della famosa formula clausewitziana, cioè come una continuazione della guerra con altri mezzi, condotta senza scrupolo alcuno contro un nemico con più identificato come relativo (com'era tipico dei conflitti interstatali), ma come assoluto. In realtà, più che di invertire la celebre formula clausewitziana, si trattava - per Lenin - di esprimere, "con altri mezzi", l'originario rapporto amico-nemico, insistendo in maniera inusitata e senza precedenti sul carattere assoluto dell'ostilità e ribadendo, sia pure per vie diverse, il primato della politica.
       Quella fin qui delineata è la griglia interpretativa ideale per comprendere gli eventi degli ultimi due secoli e, in particolare, i due conflitti mondiali e la stessa "guerra rivoluzionaria" che si è affermata già in epoca atomica (5). Tuttavia - ci si è giustamente chiesti (6) - nell'era atomica è davvero ancora possibile una guerra e, dunque, una politica? In tale contesto, infatti, la guerra non può più valere come prosecuzione della politica con altri mezzi, ma come rottura irreversibile, come punto di non ritorno, oltre il quale i conflitti perdono ogni produttività politica, ogni capacità di rideterminare, in forme nuove, gli assetti politici esistenti. Malgrado la nascita di nuove forme di guerra accanto a quelle classiche ("guerra rivoluzionaria", "guerra culturale", etc.) e malgrado le prospettive aperte dalla fine del "Medioevo nucleare" e dall'avvento di ordigni atomici sempre più "puliti" e miniaturizzati, la minaccia atomica viene perciò a ribaltare i termini del tradizionale rapporto tra politica e guerra, inserendo fra essi una frattura che impedisce la reversibilità e la traducibilità dell'uno nell'altro: dopo la guerra nucleare, non ci sarà più posto alcuno per la politica.
       Questa tesi è stata di recente avanzata da studiosi di area prevalentemente marxista e li ha indotti, proprio per la sua tragica impraticabilità, a porsi il problema di iniziare un lavoro di aggiornamento e revisione sul piano delle categorie interpretative del rapporto tra politica e guerra. Nella fattispecie, costoro hanno acquisito la consapevolezza che esiste una stretta relazione tra un dato tipo di politica e un dato tipo di guerra, e si sono sforzati di stabilire se, e con quali mezzi, sia possibile produrre un reale cambiamento di forma nella struttura del sistema politico, senza innescare da un lato un conflitto condotto contro un nemico assoluto (qualcosa di simile a una "guerra civile") e, dall'altro, senza cadere nella riduzione del conflitto stesso a gioco, la cui "logica ludica" (con l'accettazione del nemico come nemico relativo) comporta - a loro dire - l'eliminazione della base stessa del conflitto.
       Costretti dall'evoluzione del loro pensiero a rifiutare l'identificazione - cara a Lenin - di un nemico assoluto e decisi, nel contempo, a non accettare quella - ritenuta priva di qualsiasi valore politico - di un nemico relativo, ecco questi studiosi ricorrere una volta di più a Schmitt e andare alla ricerca di un nemico reale, l'ostilità nei confronti del quale si ponga a cavallo tra quella prevista nei due casi in precedenza citati, assumendo un valore per così dire intermedio. Tra la falsa conflittualità di una politica condotta come "gioco", dove tutti i partecipanti accettano le regole dello stesso e sono impossibili mutamenti sostanziali, ma solo simboliche alternanze  tra gruppi formalmente avversi ma in realtà omologhi e ben decisi a conservare al loro interno le chiavi del potere, senza lasciar entrare in campo nuovi "giocatori", se non preventivamente disposti ad un'accettazione totale e incondizionata delle rules of play; e la conflittualità spinta all'estremo di una lotta politica in cui l'avversario sia individuato unicamente come nemico assoluto e sia dunque oggetto di un'ostilità altrettanto assoluta, con tutte le conseguenze del caso, esiste - a detta di questi studiosi - una fascia mediana in cui l'avversario non è né uno pseudo-avversario di comodo, da combattere per finta, né un "altro da sé", incarnazione del Male assoluto, da annientare affinché il Bene trionfi, bensì un nemico reale, contro il quale è possibile combattere in forme accettabili al fine di determinare un effettivo cambiamento sul piano politico, senza eccessi estremistici né contrasti formali e fittizi.
       E' innegabile che ci troviamo di fronte a sviluppi teorici di notevole portata, in particolare per l'accento posto sulla natura eminentemente conflittuale della politica in termini estranei al pensiero marxista tradizionale. Dobbiamo allora chiederci in quale misura essi possano essere accettati e in quale misura, invece, respinti.

(Continua)

                             Piero Visani



Note

(1), Von Clausewitz, Carl, Della guerra, trad. it., Mondadori, Milano 1970, vol. I, p. 38.

(2) Miglio, Gianfranco, Guerra, pace, diritto, in AA.VV., Della guerra, Arsenale Cooperativa Editrice, Venezia 1982, p. 38.

(3) Schmitt, Carl, Le categorie del 'politico', trad. it., Il Mulino, Bologna 1972, p. 117.

(4) Ivi, p. 117, nota 24.

(5) Cfr. Schmitt, Carl, Teoria del partigiano, trad. it., Il Saggiatore, Milano 1981, pp. 71-73.

(6) Cfr. Curi, Umberto, Introduzione, in AA.VV., Della guerra, cit., p. 11.







   
       

Il cammino di ogni speranza

       Secondo i dati forniti da "la Repubblica", la percentuale di italiani favorevoli alla permanenza nell'UE è scesa al 44%. Personalmente, mi sembra una quota ancora molto elevata, ma deve essere composta essenzialmente da politicanti, membri delle varie burocrazie (di Stato e no), untori e untorelli, demototalitari e giornalisti del sistema mediatico.
       Non mi strapperò le vesti come fanno in molti (salvo correre subito a ricomprarsi un bell'abito Armani con i soldi depredati a me e a tanti come me...). Non identifico in alcun modo l'Unione Europea con un'idea corretta di Europa, che resta un positivo obiettivo in un'epoca di grandi articolazioni geopolitiche e di importanza estrema della "massa critica" di una struttura multinazionale.
       Sono però lieto che una realtà verminosa come l'Eurolager stia incappando nel problema tipico di un aborto economico che ha preteso di diventare politico sulla base di una dinamica inversa che poteva apparire credibile (e gradita...) solo agli eurocrati che ci hanno lucrato sopra carriere e patrimoni. Ora che quella costruzione abortiva ha mostrato la propria natura a tutti, è chiaro che, in un crescendo di povertà e di impossibilità di fare qualsiasi cosa a causa di vincoli di ogni tipo e di una fiscalità da rapina, tutti sperino che essa venga a morire il più presto possibile.
       Proprio per questa ragione non appare del tutto da escludere che la UE si impiccherà con la stessa corda che avrà predisposto per noi. Noi moriremo tra gli stenti, da sempre più poveri, lei precipiterà nel gorgo di melma che con grande "abilità" ha saputo creare.
       Sarà una tabula rasa: precisamente quello che ci serve per cominciare a costruire un Europa che, dopo essere stata "un gigante economico, un nano politico e un verme militare" ed essere successivamente diventata un verme in tutti e tre i campi testé citati, guardi infine al suo futuro e a quello dei popoli che la abitano, al loro benessere e alla loro felicità, e non solo ai patrimoni personali dei suoi burocrati e della grande finanza che li manovra.

                             Piero Visani





venerdì 12 ottobre 2018

Le "macellerie messicane"

       Magari ci si mettono dieci anni, e ci vuole una confessione; magari se ne mettono di meno, e una volta di più ci vuole qualcuno che rompa il muro dell'omertà (peculiarità tipica delle strutture istituzionali, a quanto pare, forse appresa nel corso di lunghe e fitte trattative stato-Mafia), magari anche per evitare di incorrere nel reato di tortura... In ogni caso, queste situazioni tendono a ripetersi con preoccupante frequenza e testimoniano di un Paese in cui le istituzioni sono privatizzate ad uso e consumo di chi in quel momento ne faccia parte.
       Certo nessuno di questi soggetti ha a che fare con mammolette, certo i rischi non sono proporzionati agli stipendi, certo le frustrazioni che occorre subire sono grandi, ma spesso non si comprende per quale ragione profonda venga troppo spesso superato un limite etico (e anche estetico, mi sentirei di dire). Le forze di sicurezza, in quasi tutti gli Stati, hanno sempre goduto di larghi margini di discrezionalità e talvolta anche di impunità, ma quello che talvolta non pare venire compreso è che il rapporto con il singolo cittadino non è di tipo privatistico, ma istituzionale, e tale constatazione dovrebbe porre un solido freno a molti comportamenti eccessivamente disinvolti, non certo renderli leciti.
       Personalmente non mi è neppure chiaro per quale ragione, su un certo versante politico, certe istituzioni vengano difese a prescindere, come se quel versante politico non avesse avuto alcuni evidenti problemi (e anche qualche gratuito caduto...) nei rapporti con tali istituzioni e avesse MAI tratto vantaggio da tale solidarietà, che è quella che si dà ai federales messicani (con tutto il rispetto per questi ultimi), non alle forze dell'ordine di un Paese civile (ammesso e per nulla concesso che l'Italia lo sia), che non giova moltissimo in termini elettorali e fa grave danno in termini di immagine.
       Il caso Cucchi, come quello della scuola Diaz o il caso Uva o moltissimi altri, possono avere avuto esiti processuali alquanto diversi, ma l'esito stesso era sempre un po' quello relativo a gente che entrava in certe situazioni viva e ne usciva o morta o vulnerata in maniera permanente. Tutto ciò mi pare alquanto singolare e - per quanto mi riguarda - danneggia in misura notevolissima l'immagine delle decine di migliaia di membri delle forze dell'ordine italiane, che non solo si comportano quotidianamente in maniera eccellente, ma spesso la vita la rischiano e la perdono, a tutela della comunità nazionale, non per infierire su qualche malcapitato, gradevole o meno che costui possa essere. Non può che risultare positivo, dunque, il fatto che le "mele marce" siano denunciate dai loro stessi colleghi, perché questo fa benissimo all'istituzione, mentre l'omertà (tanto più se trova riscontro pure negli alti gradi) la danneggia pesantemente.

                             Piero Visani



giovedì 11 ottobre 2018

Serenità

   L'attuale fase politica mi pare molto più nervosa e concitata di quanto dovrebbe essere. Comprendo che chi è stato momentaneamente spodestato dal potere se ne dolga, così come capisco che chi ne ha assunto momentaneamente le redini cerchi di fare del proprio meglio. Tuttavia, io sono di formazione storica e guardo le cose in una prospettiva di tempi un po' più lunghi di quelli cui fa abitualmente riferimento la gente cosiddetta normale ("che poi così [normale] non è mai", per parafrasare Ivano Fossati...).
       Questa serenità mi deriva dal fatto che, in cuor mio, credo non sia ancora giunto il momento di una reale alternativa politico-culturale in Europa, semplicemente perché è ancora presto. Non troppo presto, ma presto. Se infatti si lascerà fare alla classe dirigente europea attuale, lo sfacelo che essa produrrà sarà tale da segnare per decenni la storia del Vecchio Continente. Perché cercare di fermarli? A parte le fughe individuali, sempre possibili per i massimi leader, le classi dirigenti politico-burocratiche si impiccheranno con le stesse corde che hanno contribuito a intessere in decenni di politica folle. Quanto a noi, siamo già stati impiccati da tempo da quella politica folle: abbiamo sempre meno da perdere (chi scrive, nulla di nulla) e potremo guadagnare di più dal lasciarli affogare. In casi del genere, un comitato di applausi, composto da soggetti disposti a girarsi immediatamente dall'altra parte non appena dovessero sentire richieste d'aiuto, sarà saturato da domande d'iscrizione...

                          Piero Visani











lunedì 8 ottobre 2018

"Orfani di Marte"

       Con l'articolo "Orfani di Marte", pubblicato alle pagine 26-29 del numero di ottobre del mensile "Il primato nazionale", faccio il mio debutto come collaboratore di questo "periodico sovranista". In esso, espongo le mie idee ed esperienze su e con le Forze Armate italiane. Non è un articolo che sarà molto gradito, ma piace a me ed è questo il limite massimo al quale mi spingo nella ricerca di captatio benevolentiae: la mia...

                            Piero Visani



domenica 7 ottobre 2018

La leggenda del "santo" bevitore...

       Siccome sono terribilmente ingenuo, entro il maggio 2019 e le elezioni europee, mi attendo che almeno alcuni esponenti della classe dirigente dell'Eurolager facciano pubblica ammenda di ciò che sono riusciti a fare dell'Unione Europea. Sarebbe un bel gesto, prima del de profundis che, se non arriverà nel 2019, arriverà di sicuro nel 2024.
       Quando le logiche che guidano una dirigenza politica come quella europea sono "mors tua, vita mea", è del tutto normale che i "morituri" si preoccupino di rovesciarle. Nessuno muore volentieri per ingrassare una banda di mentecatti (o di specialisti di guerra economica o di etilisti non anonimi).

                    Piero Visani






venerdì 5 ottobre 2018

"The Times they are a changin'"

       Provincia piemontese. Interno giorno. Quattro persone che, sedute a un tavolo di un wine bar, discutono di interventi comunicativi e formativi da operare in tempi auspicabilmente brevi in un determinato contesto.
       Il locale è gradevole, con l'unico difetto di avere i tavoli forse un po' troppo vicini. Ho una lunga esperienza di situazioni del genere alle mie spalle e so che occorre parlare piano, molto piano, ma so pure che, quando le distanze sono così compresse e la persona che pranza da sola al tavolo a fianco al nostro non ha alcuno con cui conversare, è possibile che finisca per intrufolarsi - più o meno volontariamente - nella discussione del tavolo più vicino.
       So pure che è relativamente raro sentir discutere di determinate tematiche e che ancor più raro sentirne discutere in una prospettiva non da "pensiero unico". E mi è capitato, per decenni, di ricevere sguardi dall'incuriosito all'ostile, dal compatimento alla compassione.
       I tempi, tuttavia, stanno cambiando e, premesso che mi sono accorto che il nostro vicino di tavolo ci sta ascoltando, MAI mi sarei aspettato che, ad un certo punto, costui - un giovane più o meno quarantenne - si alzasse in piedi, per stringere la mano a tutti noi e lodarci per l'impegno che stavamo profondendo nel cercare di difendere il nostro Paese da quanti lo vogliono venduto (e svenduto) all'Eurolager.
       Non sono solito mostrare sorpresa per alcunché, tanto meno a palesare reazioni emotive, ma questa persona che di colpo si alza, ci stringe la mano, loda i nostri discorsi e ci esorta a procedere sulla strada che è emersa dalle parole che ha ascoltato, mi colpisce non poco. Mi erano capitate, in anni lontani, situazioni analoghe, ma i contenuti delle stesse erano diversi, ispirati in genere a palese ostilità. Ma i tempi stanno cambiando e questa piccola scenetta mi piace, mi conforta. Questo giovane professionista pare informato, forse anche acculturato, ma ciò che riempie di gioia il mio cuore è l'odio profondo che dà prova di nutrire nei confronti di un sistema falso, bugiardo e... bastardo. Le esibizioni di quel sentimento sono quelle che più mi soddisfano, perché ci si arriva per gradi, dopo aver sofferto molto. Lo leggo nei suoi occhi: anche lui, esattamente come noi, non ne può più. Sa che è ora di finirla, di farla finita e di farli finire. "A terrible beauty is born".

                                                           Piero Visani



Quinto posto


Il mio libro è risalito al quinto posto della classifica di settore di IBS. Un bel salto in avanti, direi, visto che è la migliore posizione raggiunta fino ad oggi.

Piero Visani

https://www.ibs.it/storia-della-guerra-dall-antichita-libro-piero-visani/e/9788894807257


mercoledì 3 ottobre 2018

Andare via, ma dove?

       Un amico, dopo circa un anno e mezzo che si è insediato in un Paese straniero con moglie e figli, mi fa una sintesi della sua nuova situazione: non è andato a vivere in un paradiso, ma in un posto dove tutto ha ancora delle dimensioni umane: la legge, il fisco, il lavoro, i guadagni, il prossimo, etc. La vita resta complicata, ma molto più rilassata che qui e ci si può consentire qualche piccolo svago, per se stessi e la propria famiglia. Lo Stato non è l'unico destinatario delle proprie spese.
       Il lavoro è remunerato in termini accettabili, non si guadagna 4 euro (o equivalente in altre valute) l'ora, e soprattutto la presenza dello Stato e della burocrazia è molto meno ossessiva che qui, poiché coloro che di Stato e burocrazia vivono sono una percentuale nettamente inferiore che in Italia e dunque non hanno bisogno di vessare oltre misura coloro che di Stato e burocrazia NON vivono, per ritagliarsi degli stipendi (magari pure lauti)...
       Con tale andazzo, molto minore è anche il livello di stress collettivo, perché si riesce ancora a vivere, a costruire, a progettare un'esistenza per sé e per i propri figli. Non si è ridotti al ruolo di ufficiali pagatori per la classe politica, per quella burocratica e per l'Eurolager.
       Verrebbe voglia di raggiungere questo amico là ove si è trasferito, ma la speranza di prendersi una colossale vendetta su chi ci ha rovinato la vita è l'ultima a morire, almeno in me.

                                  Piero Visani



Logiche euro(buro)cratiche

       "Dobbiamo distruggervi, per salvarvi, dal debito". Quando gli americani usarono questa felice e intelligentissima frase ["dobbiamo distruggervi, per salvarvi dal comunismo"], i sudvietnamiti solidarizzarono in misura crescente con il Vietnam del Nord e i vietcong, e sappiamo bene come andò a finire.
       Se la Storia si ripete - marxianamente - come tragedia o come farsa, scegliete voi quale potrà esserne l'esito. Personalmente, ritengo che distruggere qualcuno per salvarlo, nella fattispecie dal debito, sia qualcosa di diverso perfino dall'accanimento terapeutico. E' puro e semplice accanimento omicida (non casuale però, ma come forma di guerra economica, ovviamente, a un Paese come l'Italia, un tempo pericoloso concorrente). Dunque qualunque strada sarà legittima per difenderci dalla deliberata distruzione programmata a nostro carico, esattamente come nel caso greco.

                 Piero Visani





Escalation (semi)-etilica

Eurostube.
Eurokeller.
Eurolager (bier...).

       Come sempre, "en oino aletheia".

                     Piero Visani





martedì 2 ottobre 2018

Proprietà e management

       A seguito della brusca defenestrazione di Giuseppe Marotta da amministratore delegato della Juventus, si è aperta una sorta di "catena di solidarierà", da parte di altri manager, relativa al fatto che Marotta avrebbe subito - da parte della proprietà - un trattamento alquanto rude.
       Mi stupisco della stupore: un amministratore delegato, per quanto ricco e famoso, è un dipendente della proprietà alla stessa stregua di un usciere o di un magazziniere. Non mi risulta che questi ultimi, quando la proprietà ritiene che non servano più, vengano fatti oggetto di trattamenti di favore. E questo vale anche per il più blasonato dei dipendenti, l'amministratore delegato, il quale, come tutti i dipendenti del Principe, è soggetto all'andamento del favore di quest'ultimo, per cui è e resta sacrificabile.
       Comprendo così perché ho sempre preferito essere "primo in Gallia piuttosto che secondo a Roma". Poi naturalmente non sono mai stato "primo in Gallia", anzi non sono stato mai niente, ma in tal modo mi sono risparmiato l'impegno profuso nel leccare le terga a qualche padrone, salvo poi esserne ricompensato come l'esempio citato, ovviamente "per una naturale opera di svecchiamento societario".

                           Piero Visani