martedì 22 gennaio 2013

Alone again, naturally!

      Questa frase - in realtà il titolo di una nota canzone di Gilbert O'Sullivan - scritta scherzosamente nella primavera del 2011, mi procurò l'accusa, invero per niente scherzosa, di essere "l'uomo più ciclotimico" mai conosciuto da una certa persona. In realtà, dotato come sono di lucida capacità di analisi, precorrevo solo i tempi...
       Ora ho molto tempo per pensare, più di quanto non ne abbia mai avuto in passato. E penso, naturalmente. Sono più che mai alla ricerca di ragioni di vita e, come Joe Cocker nella colonna sonora di Nove settimane e mezzo, riparte la mia esortazione: "Gime me a reason to live".
       Ho moltissimo da dire e sto cercando i modi per dirlo come meglio mi sia possibile. La mia vena creativa è al massimo, la mia sensibilità ultraesasperata, le mie percezioni in assoluta tensione.
       Affogo - è vero - nelle banalità quotidiane, ma sto cercando di uscirne. Il mio disegno è chiaro: se faccio così schifo, se merito solo il più totale isolamento, coltiverò questa condizione per tirare fuori tutto il meglio possibile da me stesso. La mia autostima, infatti, non è scalfita. Non penso di aver commesso errori, o crimini o nefandezze. Penso di aver destato profonde incomprensioni, questo sì, ma cerco di dare nuovamente il meglio di me. Molte persone si aspettano da me risultati, speranze, incentivi. Ho degli obblighi nei loro confronti.
      Al tempo stesso, ne ho anche - e molti - nei confronti miei. Sto pagando - lo so fin troppo bene - la mia diversità. Ho cercato rifugio tra coloro che pensavo diversi, ma non li ho trovati tali e ora, ovviamente, non mi resta che fare appello a me stesso. Mi riesce agevolmente, per fortuna: non ho mai scritto, letto, lavorato, studiato quanto oggi.
       Sono totalmente insoddisfatto di me, ma faccio quello che percapisco come il mio dovere, sempre e comunque. Inoltre, il dialogo con me stesso si è fatto fittissimo. Alcune persone che mi onorano della loro amicizia mi scrivono e ci confrontiamo vicendevolmente. Mi sono di grande conforto e sono loro infinitamente grato per questo.
       Tutto il resto cerco di farlo da me. Sto delineando i contorni di un libro, di un'opera che racconti un'esperienza matura, direi pre-senile, di incomunicabilità totale. La storia c'è già tutta, i personaggi anche, ma sto trattenendomi il più possibile onde evitare le trappole della scrittura terapeutica. Quello cui io ambirei, infatti, è altro. E' raccontare una storia di vita, di raccontare pensieri, ispirazioni, ambizioni, tentativi di avvicinamento, incomprensioni, convergenze e distacchi, il tutto nella logica di soggetti atomizzati e atomistici, che cercano di frantumare le barriere che li dividono, ma non riescono mai a farlo, perché non tentano mai seriamente di farlo. Soggetti impossibilitati a vivere per loro libera scelta, per quanto questo possa apparire del tutto assurdo.
       Sullo sfondo, un pranzo, a giorni, con una persona che so che mi vuol bene, alla quale poter fare confidenze a ruota libera, svuotando il mio animo dai pesi che gravano su di esso. La ringrazio anticipatamente. Non sa quanto mi gioverà.

                                         Piero Visani

lunedì 21 gennaio 2013

Have you ever seen the rain?

      Giornata di viaggio, di pioggia, di incontri, di trattative di lavoro. Giornata piena. Il lavoro - come ho scritto ieri - mi aiuta, ma i viaggi possono essere lunghi e, se fatti da soli, la mente corre, vagola, spazia, vola lontano e poi ritorna, fino ad avvitarsi su se stessa.
        Ho promesso di non occuparmi più di determinati argomenti, e mi atterrò al mio proponimento. Ma la mia mente, per il momento, è ancora lì.
        Guardo la pioggia, la sento cadere su di me, ne provo gli effetti lustrali. Mi viene in mente un verso di Paolo Conte: "Ma come piove bene sugli impermeabili, e non sull'anima". E' molto bello. Purtroppo a me piove proprio sull'anima, ma la speranza è che me la lavi un po'....
      Quanta vita buttata, quante occasioni perdute, quante parole non dette! Per paura, ritrosia, convenzioni sociali, incomunicabilità! Come devastiamo inutilmente le nostre vite! Come rinunciamo a vivere, a sperimentare, e ci crediamo vivi, mentre in realtà siamo assolutamente morti.
       Per mia fortuna, il vitalismo mi sostiene sempre: non ho paura né della morte né della vita. Gran parte della vita che ho conosciuto io assomigliava alla più oscura delle morti, ne aveva il medesimo "afflato vitale": rinunce, paure, piccoli passi in avanti e incredibili ripiegamenti. Divieti. Repressioni. Astinenze.
       Non ne posso più. Ma ormai mi sento in caccia, proprio perché questa condizione mi è inaccettabile. Voglio ricercare una o più persone capaci di trasgressioni indicibili. Voglio vivere, non morire. E se morte proprio deve essere, allora sia morte violenta, non stillicidio quotidiano di esistenze svuotate di contenuti e piene solo di rinunce, di sensi di colpa e di peccato.
                      
                           Piero Visani

Il lavoro mi rende libero

       Non è mia abitudine dividere tempo libero e tempo di lavoro. Lavoro per passione, da sempre, ogni volta che posso. Il lavoro per me è sempre stato un mezzo, ma anche un fine. Il lavoro mi aiuta a vivere.
       Dal momento che i miei rapporti con il prossimo sono sempre abbastanza complicati, il lavoro è lo scudo dietro il quale mi riparo: a riflettere, a isolarmi, ad estraniarmi.
       In sé e per sé, del lavoro non mi importa molto, ma lo curo moltissimo perché dietro di esso nascondo la mia vita, le mie emozioni, i miei desideri, le mie passioni. Il lavoro, in una parola, è la mia via di fuga, di fuga dal mondo. Attraverso il lavoro mi guardo intorno, constato dolorosamente che non ho mai imparato il mestiere di vivere, decido che devo lavorare di più e, in quella maniera, riesco vieppiù a isolarmi.
       Il lavoro è il mio anestetico, quello che mi aiuta a sopportare tutte le ferite che subisco quotidianamente e che ledono nel profondo la mia sensibilità.
       Il lavoro mi consente di viaggiare e dunque di trascorrere lunghe ore al volante, in compagnia solo dei miei pensieri. Il lavoro mi fa conoscere persone nuove, tra le quali spero sempre di conoscere qualche persona interessante (il che capita raramente, ma capita). Il lavoro mi fa fare nuove esperienze e visitare posti a me sconosciuti.
       Il lavoro - inutile negarlo o girarci intorno - è la mia droga, lo strumento che mi consente di dimenticare e di dimenticarmi, di fuggire dagli altri e soprattutto da me stesso.
        In questo periodo, ho la fortuna di essere oberato di lavoro e mi ci sono immerso con palese compiacimento, per soddisfare in qualche modo la mia straordinaria voglia di vivere. Poiché a me sembra di essere immerso in un universo di morti, il lavoro per me è vita.
       Il lavoro mi consente di trascorrere lunghe ore, diurne e notturne, alla mia scrivania, nel silenzio spesso totale del mio studio. Pregusto quella solitudine, poiché ho imparato a mie spese che la solitudine è assai meno dolorosa dei rapporti umani. La solitudine ti dà quel poco che ti promette. I rapporti umani sono tragicamente ingannevoli.
      Non è un momento buono, per me. Ma il lavoro mi sostiene, mi dà energia, dà un senso alla mia vita. A ben guardare, il lavoro è una delle poche cose, o persone, che in vita mia non mi abbia mai deluso, non tanto per gli esiti che ha avuto, quanto per gli effetti curativi che ha esercitato su di me.
       Io so che il lavoro mi capisce, e che io capisco lui, e cerco nel lavoro un riscatto per i miei tanti, troppi, disastri esistenziali. Il lavoro è un mio fedele amico, uno di quelli che non tradiscono, uno dei pochi su cui posso contare. Il lavoro mi aiuta a vivere e poco importa se il mio vivere assomiglia a un lungo morire. Questo è il mio destino e io sono solito guardare in faccia, nel profondo degli occhi, la mia sorte. So andare fino in fondo, io, e l'ho sempre fatto.

                                                                       Piero Visani

domenica 20 gennaio 2013

The Turning of the Tide

      Da alcune persone che stimo e che ritengo amiche, in prevalenza donne, ricevo il "caloroso" invito a smetterla di trattare su queste pagine di una determinata vicenda, che evidentemente le ha stufate.
       Hanno ragione, ci stavo pensando anch'io da qualche tempo. Loro mi invitano garbatamente a essere più riservato, ma io non ritengo affatto che sia questo il problema. Ho inteso raccontare la storia di un impegno personale, il mio, nei riguardi di una persona cui tenevo molto. Ho cercato di far capire quanto di me stesso ho profuso in questa vicenda, e perché. Ho voluto narrare lo strazio che coglie una persona quando tutto quello che fa (e quel tutto è davvero moltissimo per lui) si dimostra inutile, superfluo, pleonastico, come se nemmeno fosse mai accaduto.
       Ho inteso raccontare la rabbia che ne deriva, non per i risultati conseguiti, pari a zero, ma per non essere riusciti a farsi comprendere, pur avendo cercato di farlo in tutti i modi ed avendo evidenziato, in tutte le modalità possibili, la propria mancanza di secondi fini, la propria disponibilità, il proprio mettersi al servizio dell'altro, tanto era l'apprezzamento che da me gli veniva riservato.
       E' stata la storia di un dramma interiore, perché essere respinti capita tutti i giorni (e per me è addirittura una costante della mia vita), ma essere incompresi, fraintesi, equivocati e forse giocati non è cosa di tutti i giorni, quando uno ci ha speso più di diciotto mesi della propria vita, nel disperato tentativo di capire (probabilmente molto ben riuscito) e di farsi capire (fallito clamorosamente).
       Avrei forse dovuto tenermi dentro tutto e scrivere un libro, come mi ha consigliato un mio carissimo amico, ma, non avendo tempo per scriverlo, ho cercato una soluzione diversa, senza escludere il fatto che quel libro forse un giorno lo scriverò.
        Ora, effettivamente, è giusto chiudere, e raccolgo di buon grado l'invito delle mie cortesi lettrici. E' venuto il tempo che io tenga dentro di me quello che mi resta di questa vicenda strana e sgradevole. Non vi tedierò più.

                                                                              Piero Visani

sabato 19 gennaio 2013

Alice


       Ho scoperto Alice in un pomeriggio di fine anni Settanta, su quella che allora era TeleMontecarlo. Credo fosse un programma presentato da AwanaGana, presentatore parecchio noto, all'epoca. Lei suonava e cantava dal vivo, accompagnata solo dal pianoforte.
       Mi colpì come cantante, ma mentirei a me stesso se non dicessi che mi colpì subito, e molto, come donna: la sua cascata di capelli, il volto dai lineamenti delicati e quegli occhi che scavavano nel profondo, alternando introspezione a palese, esibita alterigia, ai limiti della sfrontatezza.
        Lo sguardo di Alice è sempre stato altero e, non a caso, i registi, quando la ritraggono, prediligono i primi piani (di fisico appare minuta e non alta). Il suo sguardo, tuttavia, è fantastico, perché contiene una componente di sfida esibita, che io trovo bellissima in ogni donna. Qualcosa come dire: "Catch me, if  you can", ma lasciando palesemente intendere che non ce la farai, non ce la farai mai, perché sono irraggiungibile. E io amo solo le sfide impossibili, e le donne che mi solleticano ad imbarcarmici.
      
https://www.youtube.com/watch?v=0afNc5SmEck

       Mai pensato nulla di tutto questo con Alice, ovviamente, che non conoscevo e mai ho conosciuto. Ma ho sempre rinvenuto in lei un mio archetipo femminino incarnato, specie nel volto. Non nel fisico, perché di norma amo le donne solo al di sopra degli 1.75-1,77. Ma nel volto, nello sguardo, nell'espressione, direi che per me lei è la donna perfetta, la donna che ti dice con lo sguardo: "provaci, e vedrai che perdi", il che sollecita in me una irresistibile voglia di provarci, anche se forse so già fin dall'inizio che perderò.
        E che dire della sua cascata di capelli, di quel taglio che le copre/scopre gli occhi, evidenziando una donna selvaggia, o apparentemente tale, una sorta di autentica puledra irlandese? Bellissima: di fronte, di profilo, di scorcio. Occhi leggermente velati, con un che di tristezza sul fondo; occhi carichi di mistero e di misteri, che forse non sarà mai possibile scoprire. Gestualità ridotta al minimo, quasi iconica. Classe infinita e naturale.

https://www.youtube.com/watch?v=_syOMxqjxvM

      Inoltre mi è sempre piaciuta Alice come cantante: dagli incerti esordi, al sodalizio con Battiato e ai grandi successi, al rifiuto della commercializzazione esasperata, alla ricerca di un percorso artistico e interiore che forse non sarà sempre stato vicino al mio, ma che è assolutamente rispettabile e segno di un livello artistico molto elevato.


https://www.youtube.com/watch?v=1gpG5m_Ro5Q


       Infine, mi piace come Alice abbia retto bene alla sfida del tempo. E' del 1954, ma è ancora donna bella e intensa, che ha lasciato depositare su di sé i segni del tempo, come fanno, senza timore alcuno, tutti coloro che hanno vissuto fino in fondo la propria esistenza. Perché la Bellezza, quella interiore, è eterna e, in coloro che sono dotati anche di bellezza esteriore, la prima fornisce, con il passare del tempo, un formidabile contributo a sostenere e vivificare la seconda.

https://www.youtube.com/watch?v=HNqV-x50RTw

                                                                                 Piero Visani

Il buono, il bello, il cattivo

      Buono mi considero, non foss'altro perché mi sento animato da un profondo senso di giustizia.
      "Bello", qualche donna dice che io lo sia (grazie!...).
      Su "cattivo" è un plebiscito e a nulla vale che io spieghi che cosa ci sia dietro le derive plebiscitarie. Ormai ho la patente... e me la devo tenere.
      La cosa più divertente è che, per una persona in particolare, io sono stato, in fasi cronologicamente abbastanza ravvicinate, le tre cose in sequenza: dapprima "buono", anzi un "tesoro"; poi "bello come un dio" (troppa grazia...!) e ora - e suppongo in eterno... - il "cattivo" per eccellenza, il concentrato di tutti i mali, un favoloso esemplare di inarrivabile nequizie...
      Per capire la prima parte di questo post, vi prego di riflettere sul fatto che questa persona si considera "equilibrata, ragionevole, molto meno volubile della media delle donne e... magnanima".
       Non credo sia necessario aggiungere altro e, anche se volessi, non ce la faccio. Sono in preda a convulsioni di riso e non riesco più a scrivere. Ah, che disastri ha combinato la Legge Basaglia...!

                                                                                                    Piero Visani 

venerdì 18 gennaio 2013

Holy Water

       Non so se conosciate l'anima irlandese: è un concentrato di arguzie sviluppatosi nel contesto di una sfortuna secolare. E' una voglia di vivere, allegra e birichina, sviluppatasi all'interno di una storia difficile e tormentata, di un paesaggio stupendo ma difficile, di un clima piovoso ma affascinante, di un'anima gioiosa, giocosa e vitale sopravvissuta persino alle pesantezze del cattolicesimo più truce.
       Amo l'Irlanda dal profondo e amo gli irlandesi. Sono come me. Sono capaci delle peggiori crudeltà, ma sono in grado di sostenere le più atroci sofferenze e, nel subire gli strazi della loro storia, non hanno mai perduto, nemmeno per un attimo, la loro anima witty, quella che fa definire loro le tragedie secolari di una storia tormentata con il fantastico eufemismo di the luck of the Irish. L'irlandese può cantare e uccidere con il medesimo distacco, forse con più partecipazione nel cantare... L'irlandese è pervaso - per natura e condizione storico-geografica - di senso del tragico e, come tale, è un'anima profondamente tellurica, ma, al tempo stesso, il suo esasperato gusto del parossimo lo porta a trovare il riso nel pianto, la farsa nella tragedia e la tragedia nella farsa, a individuare con estrema lucidità che la vita è uno spaventoso coacervo di contraddizioni, all'interno del quale trovare un senso è forse impossibile, pur se occorre talvolta provarci.
       L'irlandese rovescia continuamente i concetti e irride: irride gli altri, per il suo gusto della presa in giro, ma irride al tempo stesso anche se stesso, conoscendo alla perfezione le proprie limitazioni. L'irlandese è contemporaneamente dentro e fuori di sé, e questa capacità di essere "uno e bino" gli consente di osservare e di osservarsi, di capire i propri limiti e quelli altrui, di non prendersi mai sul serio. Lontano dal manicheismo, dal vedere tutto bianco o tutto nero, l'irlandese riesce però a individuare alla perfezione come ogni cosa sia un misto di tragedia e di commedia, e di ogni cosa sa dare diverse letture, che in genere, per essere complete ed esaurienti, devono svolgersi in contemporanea.
       Ho ritrovato tutte queste caratteristiche in Holy Water, un film del 2009 di Tom Reeve, che si vede con il gusto leggero dell'allegria e che deve essere interpretato per quello che è: una lunga metafora sui mali del mondo contemporaneo e su come il grottesco e il sarcastico - due tratti fortemente presenti nell'anima irlandese - possano contribuire a decantarli e a denunciarli. Il film ovviamente non ha una morale, ma ci dice, in toni lievi: "attenzione, non pensate che quelli che vedete all'opera siano dei pazzi o siano gli unici pazzi. Siamo tutti pazzi e viviamo in un mondo di pazzi, pieno di storture che sarebbe bene individuare, fin che siamo in tempo...." Magnifico insegnamento, sempre e comunque, quello di colui che castigat ridendo mores. Specie se, nel mentre si ride, auspicabilmente ci si riflette un po' su...

                                                               Piero Visani