sabato 12 ottobre 2013

Storia della guerra - 11: La Guerra dei Trent'Anni


   Dopo il lungo periodo di predominio spagnolo in Europa, la riforma luterana diede l’avvio ad una fase di guerre religiose (o comunque nell’ambito delle quali la componente religiosa era assai rilevante), di cui la più importante fu senza dubbio la Guerra dei Trent’Anni (1618-1648), che nacque come uno scontro tra confessioni diverse ma presto si trasformò in un ennesimo episodio della lotta tra le grandi potenze europee per il predominio a livello continentale.

   Sotto il profilo militare, questo conflitto segna l’affermarsi di re Gustavo Adolfo di Svezia e del suo esercito. Quando fa la sua comparsa in Germania, nel 1630, la Svezia è una potenza emergente, che si è liberata dal dominio danese e ha da poco acquisito una posizione di egemonia nell’area baltica. Quello al comando di Gustavo Adolfo è un esercito nazionale: come gli svizzeri, i contadini svedesi non sono mai stati privati del diritto di portare le armi; per di più, le lotte condotte per liberarsi dal dominio danese e per professare la religione luterana hanno esaltato e cementato il loro sentimento religioso, monarchico e nazionale.

   Sotto l’impulso del sovrano, che ha studiato l’arte della guerra e vuol trasformare il suo Paese in una potenza in grado di far sentire la propria voce nel consesso europeo, la Svezia devolve alle forze militari ben il 70% del bilancio statale e l’esercito è organizzato sulla base di un sistema di coscrizione obbligatoria che coinvolge tutti i cittadini maschi dai 15 ai 60 anni, di cui 1 su 10 è tenuto a prestare servizio. Il reclutamento ha luogo su base regionale e, poiché la popolazione svedese è notoriamente sparsa su un territorio molto ampio, assai forti risultano i vincoli tra le comunità locali e piuttosto solidi, di conseguenza, i reparti militari, i cui componenti si conoscono bene e sanno che, una volta tornati a casa, saranno giudicati dai loro compaesani sulla base del comportamento tenuto in servizio.

   L’esercito svedese del periodo della Guerra dei Trent’Anni è quanto di più simile possa esistere a un esercito moderno: il corpo ufficiali è riservato prevalentemente alla nobiltà, ma non è disconosciuto il merito di chi proviene dalla bassa forza; la disciplina è severa, la paga è regolare e dunque non è ammessa alcuna forma di saccheggio. Anche il vestiario dei soldati tende ad avvicinarsi vieppiù a un’uniforme, pur non essendo ancora definibile come tale.

   Gustavo Adolfo, tuttavia, non è soltanto un organizzatore, ma anche e soprattutto un innovatore in campo tattico e un grande capitano. Non gli è sfuggito, ad esempio, che, se i moschetti stanno diventando sempre più leggeri, maneggevoli, di calibro unico e utilizzabili grazie ad una cartuccia di carta - che si rende pronta all’uso strappandone l’involucro con la bocca e che accelera al massimo i movimenti e i tempi necessari per la ricarica, aumentando in proporzione la celerità del fuoco –, si rende necessario apportare notevoli mutamenti alla tattica della fanteria. Le grandi masse di picchieri, ad esempio, non sono più possibili, perché il fuoco preciso dei moschetti rischia di falcidiarle in breve tempo, specialmente se i moschettieri non vengono schierati a massa, ma in lunghe linee che consentano l’uso, per di più rigidamente cadenzato, di tutta la potenza di fuoco disponibile. Per ottenere questo risultato, il sovrano svedese decide di schierare i suoi reparti in linea, in genere su sei righe, di cui la prima spara e le altre le subentrano a turno da dietro sulla base di un processo di caricamento e sparo del moschetto che consente di mantenere una cadenza di tiro molto continua, che può essere ulteriormente accelerata se le righe vengono ridotte da 6 a 3.

   E non è tutto, perché questi miglioramenti non potevano riguardare soltanto la tattica, ma dovevano necessariamente interessare anche l’organica: l’intera struttura della fanteria svedese viene alleggerita, per cui 4 compagnie formano un battaglione, 2 battaglioni un reggimento, da 2 a 4 reggimenti una brigata. Quest’ultima ha la consistenza numerica del “tercio” spagnolo, ma è molto più flessibile sul piano tattico: può infatti schierarsi in linea, in quadrato, a cuneo, e sviluppa una ragguardevole potenza di fuoco, sostenuta dai primi esempi di artiglieria campale, leggera, molto mobile, distaccata presso i battaglioni di fanteria e impiegata per il supporto dei medesimi, anche in questo caso sulla base di una concezione estremamente moderna dell’atto tattico. Le vittoriose battaglie di Breitenfeld (1631) e di Lützen (1632, dove peraltro Gustavo Adolfo trova la morte) dimostrano che il sistema, sul campo, funziona molto bene.

   In definitiva, Gustavo Adolfo si dimostrò in grado di realizzare un modello di esercito molto avanzato rispetto al suo tempo, ma soprattutto seppe comprendere che i perfezionamenti intervenuti nel campo delle armi da fuoco avevano determinato una svolta epocale a livello tattico, vale a dire il prevalere dell’azione distruttiva – frutto della potenza del fuoco - su quella risolutiva, riservata all’urto delle fanterie, che fino a quel momento, essenzialmente per ragioni tecniche, aveva egemonizzato lo scontro sul campo di battaglia. Ancora, egli fu il primo comandante ad adottare sul terreno quello schieramento lineare delle fanterie che durerà per oltre due secoli, cioè fino a ben dopo la metà dell’Ottocento.

   Non so può tuttavia parlare della Guerra dei Trent’Anni limitandosi ai suoi aspetti di tecnica militare, poiché quel conflitto fu, quanto meno in relazione ai livelli di violenza che toccò, la prima guerra moderna. Essa provocò 4 milioni di morti in Europa (soprattutto in Germania e Boemia) e molti storici sono inclini a ritenere che si tratti di una cifra largamente sottostimata, che probabilmente andrebbe raddoppiata. Come nelle guerre moderne, inoltre, le perdite militari furono largamente inferiori alle vittime civili e al crescendo di devastazioni, saccheggi, uccisioni, carestie ed epidemie innescato da un conflitto che fu permeato dalla terribile violenza tipica di una guerra di religione (descritta con grande efficacia nel romanzo picaresco “L’avventuroso Simplicissimus” di Hans von Grimmelshausen). Fino a quel momento, del resto, la guerra era sempre stata un fenomeno che, in un modo o nell’altro, era riuscito a convivere con la pace, ciascuna all’interno del proprio ambito di riferimento. Per contro, con la Guerra dei Trent’Anni essa tese a diventare un fatto esclusivo e onnicomprensivo, che pervadeva completamente la vita degli Stati e delle popolazioni che vi erano coinvolte. Non sorprende dunque che, mentre essa era solo agli inizi e il suo carico di devastazioni non ancora pienamente evidente, molti contemporanei abbiano cominciato a interrogarsi sulla necessità di dare al conflitto delle regole, un quadro giuridico e normativo riconosciuto che mettesse per quanto possibile le popolazioni civili al riparo da qualsiasi forma di violenza. A questo proposito, nel 1625, il giurista olandese Hugh van Groot (1583-1645), meglio noto come Ugo Grozio, pubblico l’opera “De iure belli ac pacis”, nella quale, basandosi sulle esperienze vissute in prima persona nell’Europa devastata dalla Guerra dei Trent’Anni, formulò la teoria che gli Stati fossero collegati tra loro non già dalla subordinazione a un’autorità superiore, ma dalla più banale e concreta esigenza della convivenza sociale, quindi da una legge delle nazioni derivata dalla legge naturale e non meno vincolante di quest’ultima. Questa legge era l’unica che poteva determinare se i fattori scatenanti di una guerra fossero sufficienti o meno a dichiararla e, nell’ambito di uno scontro armato, quali fossero i comportamenti permessi e quali no.

   Grozio riprese anche la questione della guerra giusta, problema che era sul tappeto fin dall’affermazione del cristianesimo in Europa, per arrivare a considerare come tale quella che seguiva un certo rituale; spogliò il concetto di guerra della sua valenza morale per arrivare a definire giusta qualsiasi guerra, purché combattuta seguendo le norme del diritto bellico. Palese, dunque, fu il suo sforzo di creare un contesto giuridico per l’attività bellica, di modo che quest’ultima, sottoposta a regole chiare, potesse vedere limitato il suo carico di violenza

   La pace di Westfalia (1648), che pose termine a una lotta trentennale, trasse certamente ispirazione dal fermento culturale di cui Grozio era stata la maggiore espressione e gettò le basi di un diritto internazionale che cercasse di eliminare, per quanto possibile, le passioni ideologiche e religiose dai conflitti tra gli Stati, stabilendo il primato della politica sulla religione, il principio dell’eguaglianza politica degli Stati, quello del non intervento negli affari interni di un altro Stato, e avviando la regolamentazione dei conflitti e delle relazioni diplomatiche interstatali. Si trattò di un notevolissimo passo avanti, che ebbe una decisiva importanza nel fare sì che, per almeno alcuni secoli, le guerre venissero combattute sulla base di una serie di regole di comportamento che, per quanto non formalizzate e non sempre pienamente rispettate, cercarono di riportare i conflitti all’interno di un contesto di violenza rituale.

                                                                                 Piero Visani




Jena (14 ottobre 1806)


   Per chi ami il periodo napoleonico, l’inizio dell’autunno non può che far ricordare la duplice vittoria di Jena e Auerstädt (14 ottobre 1806). È facile essere indotti, in casi del genere, a scivolare nella retorica sciovinistica (come talvolta capita ai francesi) o nella damnatio memoriae (come capita agli inglesi, sempre inclini a raffigurare i loro peggiori nemici come mostri estranei al genere umano), ma l’anniversario di queste due importanti battaglie è un evento ricco di implicazioni sul piano storico, politico e strategico che può essere interessante ricordare.

   Sconfitti ad Austerlitz (2 dicembre 1805) gli eserciti di Austria e Russia, la Francia napoleonica non aveva di fronte a sé che la Prussia in grado di ostacolare le sue ambizioni di egemonia nell’Europa centrale. Ma la Prussia di Federico Guglielmo III era quella che Mao Ze Dong avrebbe definito “una tigre di carta”. Un Paese che viveva di rendita sulle memorie di Federico il Grande e delle sue imprese, ma che, a differenza dell’impero napoleonico, aveva la mente rivolta al passato e non al futuro. Tuttavia, il prestigio del vincitore di Leuthen e Rossbach era talmente elevato, nell’Europa dell’epoca, che lo stesso Napoleone non poteva permettersi di disprezzare la Prussia, anche se – come ebbe ad osservare Carl von Clausewitz, il magistrale autore di Vom Kriege (“Della guerra”) - «dietro la bella facciata c’era solo muffa».

   La facciata, nondimeno, era prestigiosa e nessuno poteva permettersi di sottovalutare la Prussia, tanto più se – come nel caso dell’imperatore dei francesi – si sapeva che avrebbe potuto ricevere l’aiuto dell’Austria, della Russia e ovviamente della Gran Bretagna. La monarchia prussiana, per altro, era talmente tronfia di sé e del proprio passato, che si riteneva in grado di poter sconfiggere da sola l’”orco corso”. Il problema era che tutto quanto era accaduto dal 1789 in avanti si era svolto sotto i suoi occhi senza che se ne fosse accorta, o quasi, per cui il suo esercito era preparato a combattere le guerre precedenti, quelle del grande Federico, non il nuovo conflitto post-rivoluzionario e le grandi innovazioni che lo avevano radicalmente mutato. Pochissimi, nel regno di Prussia, avevano riflettuto sui contenuti di quanto Saint-Just aveva detto al generale Jourdan il 17 giugno 1794 («La guerre de la liberté doit être faite avec colère») e, tra questi, ancora meno avevano il coraggio di deprecare i puerili automatismi della Dressur e di capire che la guerra non era più un sanguinoso, ma in fondo formale, “gioco di sovrani”, bensì un gigantesco contrasto di forze morali e materiali, dove un esercito, per poter aspirare alla vittoria, non poteva essere una guardia privata del monarca, ma una forza squisitamente nazionale, un esercito di popolo.

   Nonostante ciò, poiché nella storia – come nella cronaca – arroganza e ignoranza procedono quasi sempre appaiate, la Prussia post-federiciana, ignara delle proprie debolezze e accecata da un’eccessiva autostima, non esitò, nel settembre 1806, a dichiarare guerra alla Francia napoleonica, stanca di essere continuamente pressata da quest’ultima a piegarsi ai suoi voleri.

   Napoleone non si aspettava la guerra e, dal momento che la campagna del 1805 aveva inciso pesantemente sulle casse dello Stato e sull’economia francese, neppure la voleva. Ma non aveva rinunciato neanche per un attimo – forte di una visione della politica e della strategia che appare straordinariamente moderna per la sua capacità di manipolazione dell’avversario – ad esercitare pressioni sulla monarchia prussiana, nell’intima consapevolezza che ciò avrebbe potuto indurla a commettere qualche passo falso. E la dichiarazione di guerra alla Francia fu sicuramente un errore, poiché offrì a Napoleone, che in fondo non chiedeva altro, il pretesto per riprendere la sua politica espansionistica in Europa centrale.

   Con suprema insipienza, la dirigenza prussiana aveva scelto la via della guerra senza nemmeno porsi il problema di come affrontarla materialmente, tanto che una delle poche lucide intelligenze militari prussiane in precedenza citate, il generale Gerhard von Scharnhorst, commentò tale decisione nel modo che segue: «Lo so ben io quello che dovremmo fare [l’uomo aveva un’alta opinione di sé], ma solo gli dei sanno quello che faremo». E in realtà non c’era granché da fare con un esercito abituato a spostamenti di minima entità, gravato da un sistema logistico pesantissimo e guidato da comandanti che si attenevano alla tradizione federiciana in forma quasi macchiettistica, priva di contenuti sostanziali. Contro di loro si ergeva la straordinaria macchina militare della Grande Armée, uno strumento flessibile, rapido, organizzato in base al sistema del battaillon carré, che gli consentiva una straordinaria capacità di adattamento, in tempi stretti, alle più diverse situazioni strategiche e tattiche.

   Con premesse di questo genere, la campagna del 1806 poteva ritenersi segnata fin dall’inizio e tuttavia la guerra non è un evento che possa essere sottoposto ad una logica razionale e tanto meno pianificato nei minimi dettagli con la pretesa che poi tutto si svolga secondo i piani. Al contrario, anche in quell’occasione molte cose non andarono per il verso giusto e si svolsero in modo del tutto imprevedibile: la più clamorosa dimostrazione di ciò è rappresentata proprio dal doppio scontro di Jena e Auerstädt del 14 ottobre 1806, le due battaglie che risolsero il conflitto. Nella circostanza, infatti, il nucleo principale della Grande Armée (96 mila uomini) ebbe ragione, sotto la personale guida di Napoleone, di circa 53 mila prussiani a Jena. Ma ad Auerstädt, a soli 15 chilometri di distanza, il III corpo d’armata, al comando del maresciallo Louis Davout (il migliore dei subalterni dell’imperatore), riuscì a sconfiggere da solo il grosso dell’esercito prussiano, con una vittoria che decise la campagna non meno (e forse più) di quella di Jena.

   Il conseguente sfruttamento del successo rappresenta uno straordinario esempio della “guerra lampo” napoleonica e di quanto il conflitto fosse mutato dopo la Rivoluzione francese: una travolgente cavalcata di poche settimane della Grande Armée attraverso la Germania, caratterizzata da non poche violenze e distruzioni a carico della popolazione civile. Tuttavia, questa evidente escalation del conflitto verso gli estremi non poteva avere conseguenze solo sui vincitori, ma ne ebbe anche sugli sconfitti e sulla loro volontà di resistenza: il debole sovrano Federico Guglielmo III avrebbe voluto che la Prussia si acconciasse alla pace, ma la sua consorte, la regina Luisa, e il ministro Hardenberg non vollero sentire ragioni e decisero di continuare la lotta. Ci vorrà la vittoriosa campagna del 1807 perché la Francia  napoleonica possa indurre la Prussia a più miti ragioni, con il trattato di Tilsit.

   Pure, un evento rovinoso di tale entità rappresentò il germe della nuova Prussia e addirittura della futura Germania. La lezione subita dai francesi era stata troppo dura per non dover essere analizzata, metabolizzata e fatta fruttificare. Un esercito composto prevalentemente di mercenari al soldo del sovrano era stato sconfitto da un esercito per eccellenza nazionale, pieno di coscritti talvolta tutt’altro che contenti di dover combattere a migliaia di chilometri dalle loro case, ma animati da un innegabile slancio e sostenuti da un profondo impeto morale. Tutti elementi di riflessione che non potevano sfuggire a uomini come Clausewitz, Scharnhorst, Gneisenau ed a quanti avevano a cuore la rinascita della Prussia. Non a caso, l’esercito nazionale prussiano ebbe un ruolo di primo piano nella definitiva sconfitta napoleonica già a partire dalla campagna del 1813 e ancora di più a Waterloo.

   Sono tutte vicende che agli occhi distratti dei contemporanei possono apparire infinitamente lontane e proprio per questo oziose, prive cioè di influenze sulla realtà. Si tratta di un errore grave, poiché le questioni cruciali della strategia sono rimaste essenzialmente le stesse e andrebbero lette con la necessaria cautela. È molto significativo, ad esempio, che la Grande Armèe napoleonica della campagna del 1806 fosse un esercito nazionale che schiacciava un esercito prevalentemente mercenario e che, solo pochi anni dopo, quella stessa Grande Armata fosse diventata una forza multinazionale priva di slancio patriottico e destinata prima a soffrire e poi a soccombere di fronte a nuovi eserciti nazionali, come quello prussiano riformato proprio dopo la disfatta di Jena.

   Ancora più importante è che da quella disfatta sia scaturita la riflessione clausewitziana sulla guerra come scontro di forze morali. Un insegnamento di grandissima attualità, che il mondo occidentale pare aver dimenticato. Animato da una logica imperiale errata e miope, esso non pare rendersi conto che da tempo sta affidando le sue fortune ad eserciti professionali che, pur di altissimo livello, hanno competenze e tecnologie superiori ma slancio inferiore ai loro nemici. Ne consegue che, quando si procede al computo delle perdite, risultano quasi sempre vincitori, ma quando si guarda ai risultati ottenuti sotto il profilo politico e strategico, gli esiti non sono altrettanto convincenti. Quella che sembra sfuggire, una volta di più, è la dimensione di “scontro di volontà” di qualsiasi conflitto. Ciò non significa certo perorare un ridicolo ritorno alla coscrizione obbligatoria, perché il vero problema è tutt’altro, vale a dire l’importanza, in guerra, delle “forze morali”. A questo può servire un breve ricordo della campagna di Jena, e non è un ammaestramento da poco. Ancora oggi siamo in presenza di conflitti in cui sono stati piegati eserciti nemici, ma non la volontà di combattimento che li ha espressi.

                     Piero Visani

venerdì 11 ottobre 2013

Storia della guerra - 10: L'avvento del "tercio"


   Si è già avuto modo di notare, in un precedente articolo, come gli Svizzeri, con le loro armi e le loro tattiche, abbiano riportato la fanteria al centro delle operazioni militari. Ciò è avvenuto in parte per ragioni tecniche (si ricorderà la loro maestria nell’uso dell’alabarda), in parte per ragioni tattiche, ma soprattutto per il fatto che la loro natura di cittadini soldati consentiva agli svizzeri di schierare eserciti piuttosto numerosi, rispetto alla media del periodo.

   L’eredità degli Svizzeri venne raccolta dagli Spagnoli alla fine del XV secolo, quando la Spagna uscì vittoriosa dalle lunghe guerre contro i Mori. Le lezioni che potevano essere tratte dai conflitti precedenti vennero attentamente meditate e raccolte da Gonzalo de Cordoba, “el Gran Capitan”, una delle figure centrali della storia della guerra nel passaggio dal Medioevo all’età moderna. Egli riorganizzò la fanteria adottando, per metà dei suoi reparti, la picca degli Svizzeri, mentre i due sesti dei medesimi conservavano un armamento di tipo tradizionale (spada, etc.). Il sesto residuo, infine, venne armato di archibugio.

   Nel 1534 nasce il “tercio”, vale a dire la soluzione organizzativa che, a livello tattico, ha consentito agli eserciti spagnoli di conseguire una lunga serie di vittorie durante il periodo di predominio del loro Paese su una parte significativa del continente europeo. La formazione del “tercio” trae diretta ispirazione dalla flessibile organizzazione della legione romana e il suo nome pare derivare sia dagli effettivi iniziali (3.000 uomini, successivamente saliti fino a 6.000) sia dal fatto che esso riunisce al proprio interno tre diverse specialità (picchieri, uomini armati di spada e scudo, archibugieri).

   Sotto il profilo organizzativo, uno degli elementi che maggiormente caratterizzarono gli eserciti spagnoli all’inizio del Cinquecento fu il metodo di arruolamento, basato su un sistema non troppo dissimile dalla moderna coscrizione obbligatoria. L’ordinanza di Valladolid (1494) decretava a tale proposito che un uomo su dodici, in età compresa tra i 20 e i 45 anni, era tenuto a prestare servizio militare a pagamento, in patria o all’estero. Ai coscritti, tuttavia, si aggiungeva una cospicua componente di volontari, destinata in breve a diventare la struttura portante – quella professionale – dei reparti che, circa un quarantennio più tardi, assumeranno la denominazione di “tercios”, un nome destinato a entrare con fama imperitura nella storia militare.

   Molto importante, per l’organizzazione militare spagnola, fu il fatto che in Spagna non esistesse la tradizione cavalleresca, così come si era consolidata in molti altri Paesi europei; di conseguenza, non era socialmente inaccettabile, anzi era piuttosto normale che un nobile (non necessariamente un nobile decaduto) prestasse servizio come ufficiale nella fanteria, insieme a elementi provenienti dal ceto medio. Ciò portò ad una rivalutazione anche sociale della fanteria, riportandola gradualmente alla sua tradizionale funzione di “regina delle battaglie”.

   Sotto il profilo dell’organica, il “tercio” fu il naturale antenato della moderna organizzazione reggimentale. Ogni “tercio” comprendeva 12 compagine di 250 uomini ciascuna, al comando di un capitano. Al vertice del “tercio” stava invece un “maestre de campo”, grado vagamente assimilabile a quello moderno di colonnello. Molto curata era l’identità di ogni singolo reparto, spesso costituito su basi geografiche, anche se l’uniforme rimaneva ancora a scelta dei comandanti. Tra il 1580 e il 1590, un “tercio”, i cui membri erano tutti rigorosamente vestiti di nero, si guadagnò l’appellativo di “tercio dei becchini”, mentre un altro, i cui componenti erano abbigliati con colori sgargianti e ostentavano cappelli ornati di piume, venne soprannominato il “tercio dei damerini”.

   Il “tercio” è alla base delle grandi vittorie riportate dagli eserciti spagnoli dell’epoca di Carlo V e dei suoi successori, come pure della straordinaria capacità di questi reparti di combattere con feroce accanimento anche conflitti terribili, come quello contro le Province Unite olandesi, a cavallo tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo. Una guerra assolutamente non convenzionale, fatta di attacchi improvvisi da parte degli olandesi e di altrettanto rapide ritirate, in cui molte fanterie di tipo tradizionale sarebbero uscite esauste, e sconfitte, in tempi molto brevi, mentre gli uomini dei “tercios” riuscirono a resistere per moltissimo tempo, ricambiando colpo su colpo.

   Combattenti per mestiere ma anche per vocazione, i membri dei “tercios” – così ben rappresentati da Diego Alatriste e dai suoi uomini nei romanzi di Arturo Pérez-Reverte – erano soldati valorosi, ma anche difficili da gestire. La loro innegabile vocazione guerriera li rendeva poco disponibili alle sottigliezze della politica, indisciplinati, nonché bramosi di bottino. L’impero spagnolo, in effetti, avrebbe dovuto garantire loro la continuità della paga, ma, nonostante i quantitativi enormi di oro e argento che provenivano dalle Americhe, non vi era mai denaro a sufficienza per pagare i combattenti, per cui essi cercavano di “rimediare” dedicandosi al saccheggio.

   Sul piano tattico, il “tercio” era una formazione flessibile, ma molto ordinata e organizzata, capace di compiere manovre assai complesse. In un primo tempo, l’azione d’urto della picca venne combinata con la potenza di fuoco degli archibugi, poi, mano mano che i progressi tecnici resero l’archibugio sempre più affidabile sul campo di battaglia, l’impiego di questi ultimi si diffuse e naturalmente aumentò, all’interno del “tercio”, il numero di soldati che ne erano dotati. Se il tiro si faceva più rapido e la potenza del fuoco cresceva, era infatti normale che l’utilizzo dell’archibugio si diffondesse. Al tempo stesso, il progresso tecnico aveva consentito, intorno al 1550, l’introduzione in servizio nell’esercito spagnolo del moschetto, che aveva la canna più lunga e il calcio più dritto dell’archibugio. Si trattava di un’arma più pesante di quella che l’aveva preceduto e, di conseguenza, era in grado di sparare proiettili più pesanti, i quali, quanto meno in linea teorica, avevano la capacità di trapassare l’armatura di un soldato nemico fino a una distanza di 180 metri. I moschetti, tuttavia, erano molto costosi, per cui gli spagnoli continuarono ad usare gli archibugi fino al 1600; ciò era pure dovuto al fatto che sia gli archibugi sia i moschetti risultavano comunque assai imprecisi nel tiro a distanze superiori ai 50 metri, il che li rendeva utili solo in un combattimento ravvicinato, che in genere si cercava di evitare, poiché – e in questo la tradizione medioevale continuava a far sentire il suo peso – le grandi battaglie erano considerate troppo onerose sia sotto il profilo umano sia sotto quello materiale.

   Sul campo di battaglia, la soluzione tattica più diffusa era il ricorso alle formazioni “a istrice”, massicci quadrati o rettangoli di uomini in cui ciascun combattente aveva un posto e un compito ben definiti, nell’ambito di formazioni rigidamente regolamentate ma flessibili, in grado cioè di cambiare rapidamente assetto, di scindersi – se necessario – in unità minori e, all’inverso, di ricomporsi con altrettanta naturalezza.

   Una trasformazione di tale portata non fu naturalmente frutto del caso, ma di una riorganizzazione che conferì nuovamente un ruolo di rilievo alla funzione di comando. Come si è visto, quest’ultima, nel passaggio dal mondo antico a quello medievale, aveva perso progressivamente rilievo, tanto che gran parte dei conflitti del periodo medievale era stata combattuta sulla base di un’impostazione rituale della guerra, in cui le novità – se novità c’erano – erano prevalentemente di carattere tecnico e, come tali, potevano avere anche positivi effetti tattici, mentre la funzione di comando appariva del tutto eclissata. Per contro, tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento fa nuovamente la propria comparsa la figura del “grande capitano”, che non è un semplice “condottiero”, ma è persona che ha studiato strategia e tattica, conosce i grandi maestri del pensiero militare, ed è in grado di non limitare il proprio ruolo al comando degli eserciti sul campo, ma di delineare strategie e di renderle operative, sviluppando le proprie mosse, contrastando quelle del nemico e adattandosi alle nuove situazioni. Una delle prime grandi figure di questo tipo fu Maurizio di Nassau, “stadhouder e capitano generale degli eserciti delle Province Unite”, il quale, dal 1589 al 1605, dimostrò di essere, nello stesso tempo, un ottimo stratega e un valido tattico, capofila di una serie di maestri dell’arte della guerra che si imporranno all’attenzione del mondo nel corso del XVII secolo.

   Nei primi decenni del Seicento, dunque, la storia della guerra appare avviata ad entrare decisamente nella modernità: per gradi, ma irrefrenabilmente, l’arte del comando si perfeziona; le tecniche operative si consolidano in base a schemi collaudati, dove fanteria, cavalleria e artiglieria occupano posti ben precisi; gli eserciti diventano permanenti, a costante disposizione dei sovrani e degli Stati nazionali, nonostante i notevolissimi oneri imposti dal loro mantenimento; l’organica, infine, si perfeziona e la genesi di uniformi e reggimenti appare sempre più prossima.

                                      Piero Visani




mercoledì 9 ottobre 2013

Storia della guerra - 9: I condottieri


   Le età di transizione, per loro stessa natura, sono spesso caratterizzate dalla contemporanea presenza di fenomeni diversi, alcuni sicuramente da ascrivere al “nuovo che avanza”, altri di più incerta tipologia, magari ricchi di colore e anche di insegnamenti validi ancor oggi, ma più legati al passato. Inoltre una storia della guerra, per quanto sintetica, si vedrebbe privata di un capitolo importante se non parlasse pure, essendo per di più scritta in Italia, dei “condottieri”.

   Per farlo, è necessario accennare, nel passaggio dal Medioevo all’età moderna, alla comparsa, durante la guerra dei Cento Anni (1337-1453), di bande di combattenti che, agendo in nome e per conto di sé medesimi, giravano per la Francia spargendo violenza e mettendosi al servizio del miglior offerente. La maggior parte di queste bande era guidata da gentiluomini decaduti, i quali, privati dei loro possedimenti feudali, cercavano di trovare una qualche forma di riscatto individuale e sociale immettendo sul mercato – come si direbbe oggi – il loro più tipico patrimonio di competenze, cioè le capacità militari. A partire dal 1360, sempre in Francia, queste bande diventano molto potenti e assumono la denominazione di “grandi compagnie”, riuscendo persino ad affrontare, sovente con successo, l’esercito regio. Sarà appunto un sovrano, Carlo VII, a prendere atto di non essere in grado di sconfiggerle e a decidere di “istituzionalizzarle”, se così si può dire, con la creazione delle “compagnie di ordinanza”, dalle quali sorgerà l’esercito regolare francese.

   Un fenomeno non troppo diverso si verifica in Italia a cavallo tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo: all’epoca, il nostro è un Paese ricco, ma politicamente molto frammentato e tormentato da rivalità reciproche. Le classi dirigenti dei vari Stati e staterelli in cui si divide la penisola sono troppo interessate a fare affari per potersi occupare della guerra, senza contare che esse conducono un’esistenza molto agiata, alla quale è assai difficile rinunciare a favore della scomoda pratica delle armi. Oltre a ciò, l’eventuale ricorso a milizie popolari è guardato con comprensibile diffidenza, poiché sussiste il non infondato timore che, se addestrato all’uso delle armi, il popolo avrebbe potuto alla lunga rivoltarsi contro i suoi dominatori. Tuttavia, poiché il livello di conflittualità reciproca tra i vari soggetti politici della Penisola è particolarmente elevato e una sconfitta sul campo può rappresentare la differenza che intercorre tra il mantenimento del potere e la sua definitiva perdita, si fa urgente il ricorso a soldati di mestiere che, con le loro “compagnie di ventura”, apportano gli uomini, le armi e le competenze operative utili a condurre con successo una guerra.

   In una fase iniziale, le prime compagnie di ventura assoldate furono composte prevalentemente da stranieri (francesi, tedeschi, inglesi): si trattava di soldati di professione rimasti senza occupazione nei rispettivi Paesi di provenienza a seguito di periodi di pace più o meno lunghi e alla ricerca, quindi, di nuovi committenti. Poiché la guerra era l’unico mestiere che essi conoscessero, non era sorprendente che andassero a cercare lavoro là dove sapevano di poterlo trovare, e ben remunerato, per di più. Tra i primi soldati di ventura a trovare fortuna in Italia si ricordano il tedesco Werner von Urslingen – noto nel nostro Paese come “il duca Guarnieri” – il quale, autoproclamandosi «capo della grande compagnia, nemico di Dio, della pietà e della misericordia», combatté per diversi padroni e – evidentemente poco (o fin troppo) coerente con i suoi proclami – passò infine al servizio del Papa…

   Molto noto fu pure l’inglese John Hawkwood – detto “Giovanni Acuto”, per assonanza, nel linguaggio dei suoi contemporanei italiani – al quale va riconosciuto il merito di una grande franchezza personale: si narra infatti che, quando incontrava dei frati francescani che lo salutavano con il loro tradizionale e benaugurante “Dio vi dia pace!”, egli non esitasse a rispondere, evidentemente poco avvezzo alle sottigliezze del “politicamente corretto”: “Ma non sapete che io vivo della guerra e la pace sarebbe la mia rovina?”.

   Fu Alberico da Barbiano, discepolo dell’Acuto, a formare, nel 1379, la prima compagnia di ventura italiana e a dimostrare che, sul campo di battaglia, essa non era minimamente inferiore a quelle straniere, anzi. Proprio questo fenomeno di crescente “italianizzazione” delle compagnie fa sì, in quegli stessi anni, che i servizi da esse forniti vengano definiti e stabilizzati in base alle regole formulate dalla cosiddetta “condotta”, vale a dire da una sorta di contratto, sancito da un solenne giuramento, stabilito tra un capitano di ventura e uno Stato, una città, un principato o una Lega. Tale “condotta” – da cui deriverà ovviamente la definizione di “condottieri” per coloro che la stipulano essendo a capo delle compagnie di ventura – è regolata da obiettivi e ambiti specifici, ha una durata precisa ed elenca dettagliatamente quali effettivi, armi e mezzi il condottiero debba mettere a disposizione del committente, per l’assolvimento di quali obblighi e naturalmente in cambio di quale remunerazione.

   Padrone assoluto della propria truppa, spesso proprietario di una parte significativa dei cavalli e delle armi di cui essa è dotata, il condottiero – alla scadenza della “condotta” – è libero di cambiare campo, se qualcuno gli offre di più o se le circostanze lo richiedono. E non si pone grandi scrupoli nel farlo.

   L’epopea dei condottieri (tra cui si possono citare, tra i tanti,  il Gattamelata, Bartolomeo Colleoni, il conte di Carmagnola) è molto interessante non solo e non tanto dal punto di vista storico, anche perché la loro incidenza sull’evoluzione dell’arte della guerra fu scarsa o nulla, quanto soprattutto per la luce che essa getta sulla natura immutabile del mercenariato, un fenomeno che la recente crescita esponenziale dei cosiddetti contractors ha reso di grande attualità. Il soldato di ventura, allora come ora, non è granché interessato alla pace, poiché quest’ultima segna la messa in crisi della sua funzione e la fine della possibilità di arricchirsi. Al tempo stesso, il suo impiego operativo è caratterizzato da una grande prudenza, dal momento che chi fa la guerra per vivere è l’antitesi della figura del guerriero e ha come precipuo obiettivo quello di uscire vivo, più che vincitore, dai combattimenti. Ciò crea una sostanziale coincidenza d’interessi con il nemico, specie se quest’ultimo è rappresentato anch’esso da mercenari, visto che l’obiettivo di entrambi i contendenti è quello di massimizzare il bottino e minimizzare le perdite. Molto meno sicure si possono sentire, per contro, le popolazioni civili, dal momento che il rispetto nei confronti delle medesime, da parte dei soldati di ventura, è prossimo allo zero, visto che ai suoi occhi esse hanno un ruolo puramente passivo, e non molto tranquillo si deve sentire pure il potere politico, dal momento che chi detiene il monopolio delle armi, all’interno di uno Stato, può farsi cogliere dalla tentazione di farlo pesare a proprio personale vantaggio, liberandosi di scomodi padroni. Non è un caso, del resto, che molti condottieri, magari di umili origini, abbiano fatto una straordinaria carriera proprio grazie alla forza che potenzialmente erano in grado di esercitare a carico di chi concedeva loro lauti contratti.

   Non è sorprendente, sulla base delle premesse precedentemente citate, che le guerre svolte dai condottieri e dalle compagnie di ventura siano state conflitti limitati, con un ridotto livello di violenza reciproca (anche se non era raro che ben superiore fosse il livello di violenza esercitato a carico delle popolazioni civili) e un frequente ricorso ad espedienti e astuzie di ogni genere, tali da consentire il raggiungimento di decisivi vantaggi con il minimo spargimento di sangue. Un conflitto di questo tipo, tuttavia, proprio per la sua intrinseca natura tendeva a diventare cronico, a trasformarsi in una “festa crudele” di cui le vittime, spesso e volentieri, non erano i combattenti (che giustamente Franco Cardini ha paragonato a membri di moderne compagnie commerciali in competizione reciproca, ma non in urto inconciliabile), bensì le popolazioni inermi e le loro terre, sottoposte a pesanti distruzioni e spoliazioni.

   Da questo come da altri punti di vista, a cominciare dalla scarsa o nulla attenzione all’evoluzione dell’arte militare, i condottieri rappresentarono il “canto del cigno” del Medioevo e della relativa concezione della guerra. Il mondo stava cambiando e ormai era sempre più vicina la definitiva affermazione delle armi da fuoco, di quell’ «o maledetto, o abominoso ordigno» bollato dall’Ariosto come strumento di origine palesemente diabolica. La guerra si stava avvicinando ad una svolta di portata epocale ed era sempre più prossimo l’avvento degli eserciti regolari.

                                                       Piero Visani



sabato 5 ottobre 2013

I luoghi della Storia


   I luoghi della Storia parlano: forse non a tutti, forse solo a chi la Storia un po’ la conosce e la ama, ma parlano. Chiaro e forte. E ancora più forte parlano i luoghi della storia militare, dove alla memoria degli eventi si mescola il ricordo del sangue, del sacrificio, degli atti di valore. Ho cominciato a sentirne la voce un quarto di secolo fa, visitando il campo di battaglia di Waterloo. La giornata era di un caldo infernale, come quella fatale domenica del 18 giugno 1815 e, di giorno, le frotte in calzoncini corti del turismo di massa erano in grado di sottrarre poesia e drammaticità a qualsiasi cosa. Sciamare caotico di stracciate locuste. Con il passare delle ore, tuttavia, il sole africano imponeva i suoi pedaggi ai visitatori superficiali, rarefacendone la fastidiosa presenza man mano che la giornata si avviava verso il suo epilogo. Proprio in quelle ore, ho avuto la ventura di approdare alla chiesetta di Plancenoit, un paesino sito all’epoca all’estrema destra dello schieramento dell’armata francese e oggi meta delle visite solo degli appassionati. Là, in un silenzio irreale dopo una giornata di noioso vociare, ho potuto girare per le strade deserte di un luogo rimasto come fermo nel tempo. È bastato un attimo per risultare immerso nell’atmosfera di uno scontro feroce durato ore, con i Tirailleurs ed i Voltigeurs della Giovane Guardia (non della Vecchia, ai cui Cacciatori e Granatieri toccarono quel giorno altri compiti, ancora più decisivi) impegnati a contenere, in una condizione di disperante inferiorità numerica, l’armata prussiana del maresciallo Blücher. Una mischia paurosa, la chiesa perduta e riconquistata decine di volte, al grido – sempre più flebile ma al tempo stesso sempre più orgoglioso – di Vive l’Empereur!

   Da quel giorno, da quelle emozioni, la visita dei campi di battaglia è una mia personale forma di turismo (in verità ampiamente condivisa, specie nel mondo anglosassone, dove esistono addirittura agenzie specializzate, con un significativo giro di affari) che si è dipanata a varie latitudini e che ha trovato il suo momento (per ora) più alto a Gettysburg, con una lunga camminata che ha ripercorso, passo dopo passo, l’intero itinerario della cosiddetta “Pickett’s Charge”, l’”alta marea” del Sud confederato. E lì mi sono venute in mente – come non avrebbero potuto? – le parole che Raimondo Luraghi, nel suo capolavoro sulla Guerra civile americana, attribuisce ad uno dei tre comandanti di brigata della divisione Pickett, il generale Lewis Armistead, rivolto all’alfiere del 53° Virginia: «Sergente, pianterete oggi quella bandiera sulle trincee nemiche?» «Io tenterò, signore» - replicò l’alfiere - «e se mai uomo mortale può farlo, sarà fatto!»

   Come la Storia ci insegna, non fu fatto, ma una visita a Gettysburg è uno straordinario esempio di come si possano perdere le guerre ed entrare vittoriosi nel mito: tripudio di bandiere confederate e una folla silente, commossa, partecipe, che si reca davanti ai monumenti ai reggimenti e agli Stati del Sud per depositare la propria bandierina in omaggio ad una causa ed ai suoi caduti, facendosi fotografare composta mentre compie questo gesto di tributo e rispetto, e ricordando al visitatore straniero che nessuna sconfitta è veramente tale se si salvano l’onore, la dignità, la memoria.

   Se si è cultori della Guerra civile americana – come chi scrive – la Virginia è una sorta di museo a cielo aperto, dove le non indifferenti bellezze naturali si mescolano ad un contesto in cui quasi ogni luogo trasuda memorie del conflitto tra Nord e Sud. E c’è il rischio di perdersi tante sono le cose da vedere, oppure occorrerebbe disporre di mesi e non solo di pochi giorni per ammirare anche il lavoro di valorizzazione storica che è stato compiuto dalle autorità locali e da una nutrita serie di associazioni di appassionati che, profondendo energie e denaro individuali, affiancano e spesso surrogano i pubblici poteri nella salvaguardia di luoghi e memorie, impegnandosi altresì in complessi interventi di restauro.

   A volte, poiché la mentalità americana è assai diversa da quella europea, il sacro e il profano si mescolano in forme assai singolari. A Lake George, nella parte alta dello Stato di New York, Fort William Henry – quello del celebre (ma in realtà storicamente assai controverso) “massacro” evocato ne L’ultimo dei Mohicani di James Fenimore Cooper – è stato ricostruito in forma non propriamente filologica sul sito di quello autentico e può capitare di vedere da una parte lavorare gli storici impegnati nel recupero di qualche reperto emerso da uno scavo e, a meno di venti metri da essi, un gruppo di figuranti in uniforme che, per la gioia dei turisti, ricostruisce (molto alla buona) uno scontro tra inglesi, francesi e pellerossa ai tempi della Guerra dei Sette Anni in Nordamerica. Per un europeo, è una visione ai limiti dell’iconoclastia, ma occorre riconoscere che, grazie a soluzioni pur discutibili, questi luoghi vivono, destano emozioni, evocano memorie, non suscitano l’agghiacciante freddezza che coglie se si visita un campo di battaglia italiano pur di grande importanza storica come quello di Marengo. Per non parlare della presenza di centri per accogliere i visitatori, talvolta organizzati a livello museale e talatra più semplici, ma sempre capaci di fondere storia e comunicazione contemporanea, riflessione e utilizzo spregiudicato delle risorse mediatiche, commercializzazione di oggettistica di puro consumo e vendita di editoria tematica altamente specializzata.

   Impressioni analoghe si ricavano visitando Fort Ticonderoga, restaurato con grande impegno, lungo la direttrice che da New York conduce a Montréal passando per Albany, o la magnifica fortezza di Louisbourg, in Nuova Scozia, frutto di un grandioso progetto di restauro avviato dalle autorità canadesi nel 1961. Dovunque i luoghi della Storia vengono fatti parlare e, se al visitatore lasciano appena una superficiale patina di conoscenza, destinata ben presto ad essere cancellata, diverso è l’effetto che esercitano sull’appassionato, che forse non apprezzerà certe ricostruzioni di taglio cinetelevisivo o l’eccessivo ricorso a figuranti per dare “il senso del passato”, ma non potrà fare a meno di riconoscere l’impegno profuso nel cercare di “fare vivere la Storia”, capace addirittura di organizzare escursioni per ripercorrere il raid dei ranger del maggiore Rogers da Crown Point a Saint-François (1759), noto anche da noi per il film Passaggio a Nord Ovest, con Spencer Tracy.

   È una forma di turismo che, in tutte le sue varie sfumature, non può che essere consigliata agli appassionati, perché è frutto di incredibili emozioni e ciascuno può vantare la propria, senza essere obbligato a condividerla con altri, ma seguendo solo il proprio personalissimo interesse: ero solo quando ho portato un fiore sul cippo che ricorda il punto in cui, a Yellow Tavern, non distante da Richmond, venne colpito a morte il carismatico leader della cavalleria confederata “Jeb” Stuart. Ma non mi sentivo tale: un po’ presuntuosamente, mi sentivo in compagnia della Storia.

                                          Piero Visani

 

venerdì 4 ottobre 2013

Storia della guerra - 8: Dal Medioevo all'età moderna


   La costrizione più grande che ci si trova ad affrontare quando si deve operare una sintesi storica consiste nel dover riassumere, in poche righe, fenomeni che sono durati secoli e si sono sviluppati per evoluzione progressiva, più che per drastici salti qualitativi. Tuttavia, dovendo farlo, è possibile affermare che, nel campo della storia della guerra, il passaggio dal medioevo all’età moderna avvenne sulla base di una complessa serie di fenomeni politici, economici, sociali e naturalmente anche tecnici.

   Sul piano politico, il progressivo rafforzamento di alcuni Stati nazionali portò ad un forte incremento del potere centrale e delle sue risorse, grazie alle quali esso poté tornare a permettersi di mantenere – come non era invece riuscito a fare per tutto l’Alto Medioevo – un nucleo consistente di truppe regolari, prevalentemente – com’è logico – di fanteria. Al tempo stesso, l’assetto feudale del potere locale assunse caratteristiche sempre più stabili, che tuttavia, per poter durare nel tempo, esigevano che il singolo feudatario non perdesse – se possibile – la vita in guerra e cercasse di rafforzare la posizione sua e della sua famiglia, trasmettendo la sua dignità e il suo patrimonio ai figli. Di conseguenza, il modello militare del cavalierato cominciò ad entrare in crisi sul piano concreto non molto tempo dopo che si era pienamente affermato sul piano culturale. Molti cavalieri, infatti, preferivano rimanere al sicuro nei loro castelli piuttosto che morire in battaglia.

   Fu la Guerra dei Cento Anni (1337-1453) a fungere in un certo senso da compendio dei mutamenti rivoluzionari che stavano avendo luogo nella struttura della società e, al tempo stesso, nell’arte della guerra: nell’arco di poco più di un secolo, la forma di guerra feudale venne sostituita da pratiche militari più moderne; il ruolo centrale della cavalleria corazzata cedettero il posto ad una più equilibrata composizione degli eserciti; l’inesistenza di soluzioni tattiche, a parte quella dell’urto frontale di piccole schiere di cavalieri dotati di pesanti armature, prese lentamente a dissolversi, lasciando il posto ad eserciti che ritornavano ad essere il frutto della combinazione di armi diverse (dunque non solo cavalleria, ma anche fanteria e artiglieria).

   Sul piano della tecnica militare (e delle soluzioni tattiche che sempre derivano da innovazioni significative nel campo degli armamenti), tre furono i grandi protagonisti di questa trasformazione: l’arco (il long bow) della fanteria inglese, l’alabarda degli svizzeri e – in misura minore, ma destinata ad avere effetti decisamente più duraturi e permanenti – l’introduzione delle armi da fuoco, dapprima nel campo delle artiglierie e successivamente in quello delle armi portatili.

   Il long bow divenne l’arma tradizionale della fanteria inglese intorno alla fine del Duecento. Questo tipo di arco, che era lungo fino a 180 centimetri, veniva teso fino alle orecchie ed era molto più lungo di tutti gli archi che lo avevano preceduto. Era superiore anche alla balestra, a causa della maggiore frequenza di tiro e della superiore gittata. La sua forza di penetrazione era molto elevata, anche se forse i successi che colse sui campi di battaglia contribuirono a consolidare intorno a questo tipo di arco qualche comprensibile esagerazione. La sua freccia, lunga circa 90 cm, non poteva forare le migliori armature di piastre dell’epoca, ma penetrava nelle cotte di maglia o negli interstizi inevitabilmente presenti in qualsiasi armatura, mentre risultava devastante contro i cavalli. A ciò si deve aggiungere il fatto che l’impiego di questi archi aveva luogo invariabilmente a massa, il che stava a significare che il tradizionale cavaliere corazzato medioevale si vedeva precipitare addosso un’autentica pioggia di frecce, visto che la cadenza di tiro poteva arrivare fino alle 10-12 frecce al minuto. Com’è ovvio, la forza necessaria per tendere un arco di quelle dimensioni fino all’orecchio (una tecnica che fino a quel momento era stata scarsamente usata) comportava un lungo periodo di addestramento, dal momento che occorreva che un arciere esercitasse una trazione di poco meno di 70 kg, il che richiedeva una notevole forza fisica. Inoltre, anche la precisione di tiro era molto curata, e non poteva che essere il frutto di una diuturna applicazione. La portata teorica di un’arma del genere era di circa 360 metri, ma, nella realtà, la portata pratica era di poco superiore alla metà di tale distanza e quella davvero utile in combattimento non superava i 50 metri, il che costringeva gli arcieri a proteggersi dalla minaccia della cavalleria coprendo il loro fronte con pali appuntiti alti circa 1,80 metri.

   La battaglia di Agincourt (1415) segnò il momento culminante della crescente importanza del long bow. In quello scontro, la cavalleria francese, le cui armature erano diventate sempre più pesanti a causa della necessità di proteggere i cavalieri (e anche i cavalli) dall’insidia delle frecce, risultò praticamente immobilizzata di fronte alla potenza e alla cadenza di tiro degli archi, e subì una rovinosa disfatta.

   In quegli stessi anni, in un’altra parte d’Europa, la Svizzera, i montanari elvetici, pur impiegando tattiche molto diverse da quelle degli inglesi, determinarono uno sconvolgimento analogo nell’arte della guerra: in sostanza, essi dimostrarono la consistenza dell’ipotesi, da tempo caduta nel più completo oblio, che una fanteria bene armata e ben addestrata poteva passare all’offensiva contro la cavalleria e batterla senza particolari problemi.

   L’arma che consentì questa seconda rivoluzione tattica fu l’alabarda. Quest’ultima – insieme ad un altro strumento bellico ad essa molto simile, l’angone – racchiudeva in sé tre armi e altrettante funzioni su un’asta della lunghezza di due metri e mezzo: essa aveva infatti una punta di lancia, una lama d’ascia che poteva penetrare di taglio l’armatura di un cavaliere e, infine, un uncino che poteva essere utilizzato per disarcionare un uomo a cavallo.

   L’alabarda, tuttavia, era un’arma essenzialmente offensiva, per cui, prima che gli svizzeri potessero misurarsi con la cavalleria nemica in territori meno tatticamente favorevoli delle montagne che caratterizzavano il loro Paese, dovettero risolvere due problemi: in primo luogo, come opporsi all’effetto distruttivo di una carica della cavalleria corazzata e, secondariamente, come impedire il formarsi, nei propri ranghi, di vuoti utilizzabili dalla cavalleria avversaria per rompere il loro schieramento. La soluzione escogitata dagli svizzeri per sormontare tale difficoltà combinava i metodi utilizzati dalle due maggiori potenze di fanteria del mondo antico: la formazione standard, infatti, era la falange, come quella macedone, dotata di un’arma difensiva tipica, la picca, un’asta lunga 5,5 metri, la cui punta era collegata al fusto da un collo di ferro lungo quasi un metro, destinato a impedire che la punta della picca potesse essere mozzata da un colpo di spada. Di fronte alle cariche di cavalleria del nemico, i reparti svizzeri presentavano, di conseguenza, lo stesso aspetto massiccio e irto di lame della falange macedone, ma – altra innovazione cruciale – il loro schieramento non era rigido, bensì altamente flessibile, proprio come era stato quello della legione romana, con possibilità di suddividersi, se necessario, in varie formazioni minori e ricompattarle, sempre sul campo di battaglia, se le esigenze tattiche lo richiedevano.

   La terza e ultima innovazione tattica decisiva, nel passaggio dal Basso Medioevo all’età moderna, fu rappresentata dalla progressiva introduzione in servizio delle armi da fuoco, dapprima come artiglierie ingombranti e molto difficili da muovere, poi con cannoni sempre più leggeri e maneggevoli, ciò che inevitabilmente allargò i compiti dell’artiglieria dalla sola guerra d’assedio all’intervento, sempre più costante e massiccio, negli scontri campali. Fu necessario invece attendere più tempo, cioè almeno fino al 1520 circa, perché le armi da fuoco portatili facessero la loro comparsa sui campi di battaglia e bisogna riconoscere che, quanto meno in una fase iniziale, il loro apporto non fu così tatticamente sconvolgente da introdurre particolari innovazioni: i primi archibugi, infatti, erano complicati da maneggiare, lunghi da caricare e non sviluppavano inizialmente una potenza di fuoco che potesse essere paragonabile ad un fitto lancio di frecce.

   Era chiaro tuttavia che la guerra, insieme – come sempre - alla società, stava cambiando: i piccoli nuclei di combattenti dell’epoca feudale avevano fatto il loro tempo e le crescenti risorse a disposizione dei nascenti Stati nazionali stavano riportando in auge gli eserciti permanenti, formati da masse ben più consistenti di uomini. Alcuni significativi cambiamenti tattici avevano radicalmente modificato l’arte della guerra, mentre ancora latitavano le innovazioni sul versante strategico. Sotto quest’ultimo profilo, il Medioevo aveva non solo imposto un arresto all’evoluzione della strategia, ma ne aveva addirittura determinato una regressione, dal momento che le manovre ad ampio respiro dell’antichità greca, romana o bizantina si erano praticamente eclissate per secoli, lasciando il posto a pratiche di guerra ripetitive e su scala assai ridotta. Tuttavia, la ricomparsa della flessibilità sul campo di battaglia e il ritorno sul terreno di eserciti non formati soltanto da cavalieri, ma anche da fanti (divisi per di più in diverse specialità) e artiglieri, stavano segnando l’avvento dell’età moderna anche sul versante bellico.

                                        Piero Visani





giovedì 3 ottobre 2013

Kalòs kaì agathòs

      Cresciuto - da autodidatta - in un ideale ellenistico-paganeggiante, fin da bambino ho fatto mio uno dei fattori consustanziali della visione della vita della Grecia classica, vale a dire il principio del kalòs kaì agathòs, che ruota intorno all'importanza della coincidenza, nell'individuo, tra la bellezza estetica e il suo valore morale.
      Ho creduto talmente tanto a questo principio da dedicarvi una parte non indifferente della mia esistenza, cercando di far coincidere in me questi due valori. E sono sempre stato portato ad accostarmi agli altri facendomi forte di tale visione. Per molto tempo ho pensato che un uomo e una donna belli (secondo i miei canoni estetici) dovessero necessariamente essere anche un concentrato di doti etiche e di virtù. Ho scoperto a mie spese che non è così, ma quell'impostazione giovanile non mi è mai andata via del tutto, anzi permea la mia essenza.
       Personalmente, cerco davvero di essere kalòs kaì agathòs, con un'insistenza forse degna di miglior causa, e che si accentua man mano che l'età declina. E continuo a cercare queste due virtù nelle mie relazioni con l'altro sesso, al quale mi accosto ricercando più che mai la kalokagathìa. Ho imparato - sempre a mie spese - che la bellezza femminile può nascondere trappole mortali e delusioni enormi, ma un ideale estetico è un ideale estetico e io - da profondo idealista quale sono - continuo a corrergli dietro, nella folle speranza di potere fare un giorno come Marcello Mastroianni, nel finale di Allonsanfan, ed esclamare: "Ma allora è vero!!", senza che un attimo dopo risuoni la fucilata che mi colpirà a morte.
        In verità, tale fucilata è sempre risuonata, un po' prima o un po' dopo, ma io sono un cavaliere dell'ideale e continuo a cercare, a soffrire, a morire, a risorgere dalle mie ceneri, come l'Araba Fenice, e a riprendere la mia ricerca.
       Il concetto di kalokagathìa è fondamentale per capire me. E' un ideale di perfezione al quale mi sono sempre ispirato, certo con modesti risultati, ma che mi porta a rincorrere archetipi, a ricercare perfezioni, poiché la perfezione è quanto cerco e, siccome mi dicono che non è di questo mondo, la cercherò in altri mondi, tanto questo dove vivo mi fa naturalmente orrore e di fatto lo rifuggo, nascondendomi tra le pieghe di esso.
       Non sono privo di sentimenti, emozioni, stimoli, percezioni. Sono intriso di passione, in tutto quello che faccio, ma la kalokagathìa è il mio ideale di vita, gli corro dietro da sempre, pur se mi ha inferto ferite orribili. Ma cosa c'è di meglio che correre dietro a un ideale, a rincorrere un "pazzo vivere" per ritrovarsi in un "pazzo morire"?
 
                                           Piero Visani