martedì 17 settembre 2013

Storia della guerra - 4 - Il mondo romano: l'Impero




4. Il mondo romano – L’impero

   La storia dell’impero romano, da Augusto a Romolo Augustolo, è centrale nella storia della guerra perché dimostra come il fenomeno bellico non sia una realtà univoca, fatta unicamente di soldati e armamenti, ma un problema di estrema complessità, nel quale lo strumento militare, per quanto importante, è solo una componente in mezzo ad altri fattori, politici, economici, culturali e psicologici, i quali devono essere analizzati nella loro globalità, onde evitare un approccio puramente tecnico, che sarebbe del tutto insufficiente a comprendere la vastità delle questioni sul tappeto.

   Com’è stato ampiamente dimostrato da Edward Luttwak ne La grande strategia dell’impero romano (Milano, 1981), nel periodo imperiale lo strumento militare venne utilizzato da Roma – sia pure con modalità e fasi diverse – essenzialmente come forza di dissuasione. In una prima fase, corrispondente al dominio della dinastia Giulio-Claudia (dunque da Augusto fino al 70 d.C.), il potere imperiale era talmente forte da potersi permettere di utilizzare le legioni come semplice supporto delle forze militari degli Stati “clienti”, alle quali era affidato in prima istanza il compito di difendere i confini dell’impero. Da questo punto di vista, fu proprio Augusto a completare il processo di professionalizzazione dell’esercito romano, confermandone la natura di istituzione stabile, dove chi vi entrata restava in servizio per un periodo di 20 anni. Un esercito di mestiere, dunque, i cui membri percepivano uno stipendio fisso, potevano sviluppare una carriera e vedersi riconosciuta, al termine della stessa, la concessione di un appezzamento di terra. Un esercito solido, ben addestrato, reclutato prevalentemente in Italia e nelle province più romanizzate, in grado di svolgere nel migliore dei modi i suoi compiti.

   Nell’età dei Flavi e degli Antonimi (70-180 d.C.), gli alleati furono gradualmente esclusi dai compiti di difesa delle frontiere e vennero sostituiti dalle forze militari romane. Questa scelta ebbe due conseguenze: da un lato, consentì all’imperatore Traiano (98-116 d.C.) di svolgere azioni militari che valsero a Roma importanti guadagni territoriali, come la conquista della Dacia, utile alla difesa della frontiera danubiana, e l’annessione di Armenia, Mesopotamia e Assiria. Queste tre province, tuttavia, dovettero essere volontariamente abbandonate dal suo successore, Adriano, in quanto la loro occupazione si rivelò eccessivamente onerosa sul piano finanziario e rischiosa su quello strategico. Dall’altro lato, la scelta di affidare alle legioni compiti di difesa statica del limes, invece che tenerle pronte ad agire come massa di manovra per intervenire nei punti minacciati, ebbe conseguenza notevoli sulla natura stessa dell’esercito romano. Da forza mobile, dotata di grande efficacia operativa, esso si trasformò infatti in armata stanziale, e tale trasformazione non fu priva di conseguenze. Se una legione, ad esempio, poteva rimanere per anni, quando non per decenni, di stanza in una remota provincia dell’impero, non era sorprendente che i suoi membri sviluppassero relazioni con donne locali e formassero famiglie. Quanto tutto questo potesse nuocere allo spirito combattivo è facilmente comprensibile, per non parlare del fatto che lo sviluppo di rapporti privilegiati tra i comandanti locali e le proprie truppe favorì anche l’insorgere di fenomeni di sedizione e di conseguente instabilità politica.

   Non fu soltanto lo spirito guerriero, tuttavia, a deteriorarsi. Anche la composizione dell’esercito, a partire da Traiano, subì modifiche significative: fino a quella data, l’ingresso nelle legioni era stato riservato ai cittadini romani; Traiano, per contro, bisognoso di rafforzare lo strumento militare per le sue imprese di conquista, aprì l’arruolamento anche ad elementi provenienti dalle province, conferendo loro la cittadinanza nel momento in cui si arruolavano. L’esercito, così, iniziò un processo di trasformazione in armata multinazionale che ne peggiorò progressivamente il livello qualitativo. Si trattava peraltro di una scelta quasi obbligata: la natura professionale della funzione militare e il fatto che il servizio si fosse trasformato in tediosi compiti di guarnigione a migliaia di chilometri dai luoghi di origine, stavano mutando la natura della componente militare, che ormai era il punto di approdo solo degli elementi più disagiati sotto il profilo economico o più in difficoltà sotto quello dell’inserimento sociale. Con una parabola che altri imperi hanno vissuto successivamente, i primi indizi di decadenza cominciarono a manifestarsi nel momento in cui venne meno lo spirito civico, si svilupparono gli egoismi individuali (peraltro stimolati dai cattivi esempi di vertice), crebbe l’edonismo e diminuì, in forma speculare all’incremento di quest’ultimo, la volontà di combattere.

   Fino a circa la metà del III secolo dopo Cristo, questo strumento militare, per quanto minato nelle fondamenta, riuscì ad assolvere complessivamente i propri compiti, ma poi esso tese a diventare sempre più rigido. La stessa creazione, ovunque possibile, di linee di difesa fortificate (si pensi al Vallo di Adriano nell’Inghilterra settentrionale) stava a dimostrare l’affermarsi di una concezione strategica errata, troppo statica e soprattutto incapace di fare fronte ad offensive sempre più massicce. In questa fase di progressivo logoramento, stava venendo meno la visione stessa che era stata alla base dell’affermazione dell’impero romano, vale a dire una concezione flessibile, capace di usare l’apparato militare essenzialmente come forza di dissuasione e in grado di farsi promotrice della pax romana non solo con il ricorso alle armi ma anche e soprattutto con il vigore delle sue concezioni politiche e culturali.

   L’impero romano del periodo della decadenza, per contro, è una grande costruzione che ha smarrito (o dimenticato) i valori e gli strumenti che lo avevano fatto grande, e che, per di più, affida la propria difesa ad eserciti dove cresce anno dopo anno la presenza di soggetti che romani non sono e che si comportano e combattono sulla base di quella che è la loro cultura, profondamente diversa da quella romana. Anche sul piano tattico, ad esempio, la grande flessibilità operativa della legione, la sua capacità di adattarsi alle situazioni di combattimento più diverse, cede il posto ad un ritorno alla massa che è frutto della necessità e che, di fronte alle masse numericamente ben più consistenti dei barbari che premono, ai confini prima e poi dentro gli stessi confini dell’impero, si dimostra una scelta palesemente suicida.

   Nella seconda metà del III secolo d. C., l’esercito romano soffre delle stesse tare che affliggono il resto dell’impero: l’ideale imperiale, il senso della missione romana nel mondo, eccezion fatta per un formale ossequio alle tradizioni, è ormai venuto meno; la crisi della funzione guerriera ha messo l’esercito ai margini della società, mentre la pesante crisi demografica gli rende impossibile poter contare su una solida riserva numerica; isolata e costretta a scelte autoreferenziali, la classe militare, per le ragioni che sono state in precedenza descritte, è forse quanto di meno romano possa esistere, anche se il peso che la tradizione esercita su di essa è talmente forte da indurla, in parecchie occasioni, a percepirsi come la sola e unica in grado di difendere l’impero dai suoi nemici. Tuttavia, la frammentazione dell’apparato militare su scala provinciale ha creato una serie di potentati che non sviluppano un’identità collettiva, ma si mettono in lotta fra loro per dividersi la supremazia all’interno di un impero che sta morendo, ciò che contribuisce a indebolirlo ulteriormente.

   La riorganizzazione dell’impero, intrapresa da Diocleziano (284-305 d.C.) e Costantino (306-337 d.C.), cercò di porre rimedio a questo processo di disgregazione dell’esercito, ma la forza armata di composizione prevalentemente germanica che i due imperatori riuscirono a mettere insieme, pur svolgendo egregiamente il proprio compito, era qualcosa di estremamente diverso dall’esercito romano di tipo classico e assomigliava molto di più alle orde barbariche che la stavano attaccando. Non c’è migliore attestazione di questa del fatto che l’impero romano crollò molto più per dissoluzione interna che per spinte esterne, le quali si limitarono ad accelerare una dinamica di disfacimento.

   Quando Roma era stata all’apogeo della sua potenza, l’esercito aveva interpretato al meglio la sua concezione imperiale, sviluppando una propria forma di guerra e imponendola agli avversari, ma facendosi altresì fattore di civiltà, strumento di ampliamento di un potere che aveva obiettivi ben più ampi di quelli puramente militari e mirava alla diffusione di una cultura e di una visione politica. Peculiarmente romano, l’esercito dei secoli del predominio imperiale era provvisto di una fortissima identità propria, a tutti i livelli. Questa identità, tuttavia, era venuta progressivamente meno man mano che lo spirito guerriero si attenuava e la funzione militare acquistava caratteristiche diverse, più burocratico-professionali che strettamente tecniche. La sua sorte era segnata nel momento stesso in cui il suo destino non era più nelle mani dei cittadini, ma di “barbari” cooptati.
                                                                Piero Visani





                                                                                 

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