sabato 14 settembre 2013

Storia della guerra - 2: Il mondo greco


Seconda puntata di questa piccola "Storia della guerra"


2. Il mondo greco

   La società greca - anche se spesso si preferisce dimenticarlo, poiché è ritenuto “politicamente scorretto” che il mondo occidentale possa avere radici di questo tipo – fu essenzialmente una società guerriera, che riconosceva, con Eraclito, l’importanza del conflitto nella vita degli uomini. Come ha fatto notare Victor Davis Hanson in un’opera fondamentale (L’arte occidentale della guerra, Milano 1990), l’esistenza stessa delle poleis che caratterizzavano il panorama politico della Grecia antica dipendeva dal momento supremo dello scontro armato, uno scontro al quale partecipavano tutti i cittadini di sesso maschile abili alle armi, dai più giovani fino a uomini di età più che matura. Si trattava di una prova suprema, quasi una forma di duello, basata su regole tattiche elementari, dove, a parità di armamento e di organizzazione militare, ciò che contava erano la vigoria fisica, il coraggio e soprattutto la volontà di vittoria dei contendenti.

   Due eserciti di milizia, composti da cittadini soldati, risolvevano forme di antagonismo politico ed economico con uno scontro militare. Non è sorprendente, su questo sfondo, che un ruolo centrale sia stato acquisito con il tempo da Sparta, una città-Stato dove un’élite dominante, quella degli “Uguali”, basandosi sulla possibilità di sfruttare a proprio vantaggio il lavoro delle classi inferiori, aveva progressivamente sviluppato un modello di civiltà guerriera che ha acquisito fama imperitura per il livello di perizia e valore raggiunto.

   All’età di sette anni, i giovani “uguali” iniziavano l’agogé, il processo di educazione individuale e collettiva che li avrebbe trasformati in impareggiabili combattenti. Si trattava di un complesso di prove fisiche sempre più dure (rapidamente ma efficacemente sintetizzate nel film 300 di Zack Snyder), in cui i giovinetti spartani venivano abituati a resistere al freddo, al caldo, alla fame, e venivano addestrati al maneggio delle armi, alle lunghe marce, ai movimenti tattici d’insieme.

   L’ossessione per l’addestramento individuale e collettivo fece di quella spartana una fanteria di eccezionale valore, com’è ampiamente dimostrato dalla battaglia delle Termopili (480 a.C.), combattuta contro i Persiani in condizioni di disperata inferiorità numerica. La potenza di Sparta, tuttavia, risultò ben presto minata dalla sua stessa struttura sociale e dalla debolezza demografica della sua classe dirigente. Gli Spartani, infatti, dovevano stare molto attenti a non sprecare in combattimento il loro ristretto potenziale umano, che era difficile da ricostruire e lungo da addestrare.

   Come si è accennato, in quel periodo la gestione tattica dello scontro era ancora relativamente elementare. L’unità tattica di base era la falange e lo scontro avveniva, eccezion fatta per i casi in cui si dovevano affrontare gli eserciti persiani, essenzialmente tramite un urto frontale. Le prime innovazioni tattiche si ebbero, a cavallo tra il V e il IV secolo a.C., ad opera di Senofonte, il quale, guidando diecimila mercenari greci in fuga dall’Asia minore, introdusse una serie di innovazioni intese a conferire maggiore flessibilità operativa ai suoi reparti.

   Il vero, grande innovatore della tattica nel mondo greco fu tuttavia il tebano Epaminonda, che nella battaglia di Leuttra (371 a.C.) riuscì a sconfiggere i temuti Spartani alterando lo schieramento tradizionale della falange, rafforzando poderosamente l’ala sinistra e adottando un ordine obliquo che sorprese e sconfisse il nemico.

   Il IV e III secolo a.C. furono un periodo di progressivo indebolimento delle città-Stato greche. Era sempre più difficile mobilitare i cittadini per lo scontro armato, mentre le divisioni interne rendevano le poleis un obiettivo sempre più appetibile per un potenziale aggressore esterno. Questo venne infine dal nord, dalla Macedonia, dove il re Filippo, salito al trono nel 359 a.C., stava forgiando un nuovo esercito, che non può essere definito veramente professionale, in termini moderni, ma che poteva contare sulle forze di rudi montanari, poco avvezzi alle piacevolezze della civiltà ellenica. A Cheronea, nel 338 a.C., Filippo sconfisse rovinosamente i Greci e si ritrovò in controllo dell’intero Paese. Solo due anni dopo, tuttavia, egli venne assassinato a seguito di una congiura di palazzo e gli successe il figlio Alessandro.

   La storia di Alessandro il Grande e delle sue campagne (334-323 a.C.) rappresenta il momento più alto dell’evoluzione della guerra nell’antichità greca. Il giovane figlio di Filippo di Macedonia aveva a disposizione uno strumento militare che per certi versi era simile e per altri profondamente diverso dagli eserciti delle città-Stato greche. Alla base dell’organizzazione della fanteria c’era sempre la falange, che tuttavia, nella versione macedone, era molto più compatta che in quella greca, se non altro per il fatto che la superiore lunghezza (da 4 a 7 metri) delle “sarisse”, le lance di cui era dotata, permetteva il ricorso ad uno schieramento più denso, dotato di maggiore capacità di penetrazione negli attacchi e più solido e consistente nella difesa.

   La vera novità, tuttavia, era rappresentata dal genio tattico e strategico del sovrano: sul piano tattico, infatti, egli sottrasse centralità al ruolo della falange, il cui compito divenne quello di limitarsi ad agganciare il grosso dello schieramento nemico, mentre grande importanza venne conferita al ruolo della cavalleria, la cui mobilità era sfruttata per aggirare il nemico e fiaccarlo, per poi precipitarvisi sopra non appena avesse cominciato a dare segni di cedimento.

   Come ha fatto giustamente notare il grande storico militare britannico John Keegan (La maschera del comando, Milano 2003), lo stile di comando di Alessandro fu ispirato alla più classica heroic leadership: egli, infatti, era sempre alla testa dei suoi soldati e più volte rischiò di essere gravemente ferito o ucciso in battaglia. Le sue doti militari, tuttavia, eccelsero soprattutto a livello di strategia e di condotta del combattimento: insofferente agli schemi precostituiti e consapevole della loro rigidità, preferì molto spesso affidarsi all’improvvisazione, adattandosi alle circostanze e costruendo le sue grandi vittorie esclusivamente grazie al suo genio tattico e strategico.

   La lunga campagna che lo condusse dalle montagne della Macedonia all’Afghanistan e all’India, oltre a procurargli fama imperitura, dimostrò al mondo che la guerra doveva essere condotta sempre e comunque mirando – come primo obiettivo – alla distruzione dell’esercito nemico, poiché la conquista di nessun vantaggio territoriale, per quanto grande, era superiore all’abbattimento definitivo del potenziale militare dell’avversario. Per questa ragione, egli fu sempre attento a soddisfare, per quanto possibile, le esigenze dei suoi soldati, badando a che, pur in mezzo a grandi sacrifici, essi potessero costantemente contare su condizioni di vita accettabili.

   Nello scontro contro le grandi masse dell’esercito persiano e poi contro gli sconosciuti eserciti dell’India, il dispositivo militare macedone – che con il passare degli anni aveva perso le sue caratteristiche d’origine e si era trasformato nella classica armata multinazionale tipica di un grande impero – poté comunque vantare, come indiscutibili fattori di superiorità, la sua migliore struttura di comando, la più efficiente organizzazione e la grande flessibilità operativa.

   All’aspetto pratico-fattuale, fin qui abbozzato per sommi capi, si devono ovviamente aggiungere l’importanza della funzione guerriera nel mondo greco, l’esaltazione del valore personale e delle virtù belliche, e la serenità con cui ci si accostò ad essa a livello filosofico, riconoscendo che il conflitto tra gli opposti è alla radice di tutte le cose (Eraclito). Lo stesso Aristotele ebbe a scrivere (Etica nicomachea): «Tutto si separa e tutto si riunisce. Quel che produce l’armonia è il contrasto di una cosa con se stessa… La guerra è la madre di ogni cosa. Omero ha sbagliato quando si è augurato la fine di tutti i dissidi, di quelli tra gli dei e di quelli tra gli uomini, perché, se ciò accadesse, tutto perirebbe… Siccome nel nostro mondo tutte le forme sono via via prodotte e distrutte, questo mondo somiglia a quel che fa il bambino quando gioca sulla sabbia».

   Già molto prima che Roma assurgesse al ruolo di potenza centrale del mondo antico, dunque, la guerra aveva assunto un ruolo di primaria importanza sul piano culturale, politico-strategico e ovviamente militare nel mondo greco (per non parlare di tutte le altre realtà storiche e geografiche di cui in questa sede, per ragioni di spazio, non è possibile trattare). Un approccio non demonizzante ne aveva riconosciuto la centralità nella vicenda umana, ciò che si era dimostrato molto utile a contrastarne ogni possibile forma di degenerazione o di escalation verso gli estremi. La guerra era profondamente inserita all’interno della vita degli uomini, con tutte le sue implicazioni, positive e negative.

                          Piero Visani







                                                       

venerdì 13 settembre 2013

Storia della guerra - 1

       Qualche anno fa, scrissi questa "Storia della guerra" a puntate che mi è venuta voglia di riproporre, con qualche aggiornamento.


      Scrivere un abbozzo di storia della guerra dall’antichità ad oggi, sia pure senza pretese di esaustività e completezza scientifica, può sembrare un’operazione oziosa: la cultura dominante, infatti, ha da tempo espunto dai suoi valori di riferimento il fenomeno bellico. Non che la guerra non esista più; anzi, è una presenza costante nelle nostre vite, sia che le si intenda in una dimensione pubblica (quanti conflitti armati ci sono stati dopo il 1945?), sia che ci si limiti a considerarle in una dimensione privata (quanta e quale carica di violenza è presente nelle nostre società?). Per non parlare della dimensione economica: spesso, con compiaciuta aria di sufficienza, i maîtres à penser della cultura dominante ci distillano gocce del loro illuminato pensiero spiegandoci che, in un’epoca evoluta(!?) come l’attuale, i conflitti, anche quelli tra gli Stati, non sono più armati, non possiedono una dimensione militare, ma si svolgono a livello economico e finanziario. E naturalmente, pensando a questo, ci sentiamo tutti più tranquilli e anche fortunati, perché le nostre vite non sono distrutte dagli spari o dalle bombe, ma “soltanto” dall’impossibilità di avere un lavoro, o di averlo tale per cui sia decentemente remunerato, o esposto all’insidie di popoli più disgraziati del nostro, disposti ad accontentarsi di un pugno di riso per lavorare più e magari meglio di quanto non facciamo noi.

   In una parola, se dovessimo credere a queste lusinghe, potremmo pensare di vivere nel migliore dei mondi possibili, quello dove la guerra non c’è: ma (c’è sempre un ma…) purtroppo non tutti la pensano in questo modo, non tutti vivono illuminati da questo straordinario e misericordioso “pensiero unico”. A carico di costoro – i reprobi – la violenza è ancora possibile e tuttora accettabile. Non è guerra – sia chiaro – perché non c’è un nemico da affrontare; piuttosto, è un’operazione di polizia, nazionale o internazionale, da condurre a carico di quanti non si vogliono piegare, non si sa perché, alla logica razionale e razionalistica di chi ne sa più di loro, degli illuminati, degli ottimati, dei beati possidentes.

   Contro costoro, la cui natura recalcitrante è francamente inammissibile, poiché si dimostrano riluttanti a riconoscere l’“innegabile bontà” delle tesi dei padroni del mondo, qualsiasi forma di violenza, anche la più radicale, è accettabile. Ma non è guerra, è semplice mantenimento dell’ “ordine costituito”.

   Se la realtà attuale potesse essere spiegata nei termini testé descritti, la prima reazione di una persona di media intelligenza non potrebbe essere che il riconoscimento che la guerra esiste ancora, ma ha semplicemente cambiato nome; che una certa cultura ha preferito espellerla dal proprio universo di valori, ma poi, resasi conto di non poterne fare concretamente a meno, ha preferito cambiarle nome, sia perché il processo di demonizzazione del conflitto che aveva avviato era stato spinto troppo in là e dunque non era più possibile tornare indietro, sia perché non poteva permettersi di praticare nei fatti ciò che aveva negato (e continuava a negare) in teoria, senza il rischio di incorrere in una contraddizione dilacerante. E tuttavia c’è di più, molto di più: quello citato è semplicemente il retroterra culturale di un fenomeno complesso e articolato, che potrebbe essere sintetizzato come segue: se la guerra non esiste più (e sappiamo fin troppo bene che non è vero), il conflitto gode di ottima salute – se così si può dire – e assume continuamente nuove dimensioni, che investono tutti i campi e tutte le attività umane, in una logica di privatizzazione dello scontro che rischia davvero di dare concretamente corpo ad uno dei peggiori incubi della storia umana: il bellum omnium contra omnes, la “guerra di tutti contro tutti”, che è quella che da qualche tempo è facile sperimentare in qualunque attività umana, anche – ahinoi! – la più banale, quella che un tempo era oggetto di regole formali, di un’educazione alla convivenza civile che pare tramontata con la stessa celerità con cui ci dicono (e sappiamo che non è vero) che è scomparsa la guerra.

   Ecco, se un’ambizione ha la presente serie di articoli, essa consiste proprio nel cercare di ricostruire come, dalla notte dei tempi ad oggi, si sia arrivati a tutto questo, magari accompagnandolo con qualche ipotesi, inevitabilmente azzardata, su come potrebbe configurarsi il futuro. Per fare ciò, occorre sottrarsi alla tentazione di considerare la guerra come un fenomeno puramente tecnico-militare e guardare ad essa in una prospettiva più ampia, che non è soltanto quella del grande teorico prussiano Carl von Clausewitz e della sua ben nota (e abusata) affermazione per cui «la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi», ma è anche quella della sua dimensione culturale e sociale, e della sua presentazione sul piano comunicativo, poiché la rappresentazione del conflitto è, probabilmente da sempre, una componente essenziale della conflittualità stessa ed è stata oggetto, ben prima che i media assumessero l’importanza che hanno nelle società contemporanee, di massicci interventi di manipolazione.

   Naturalmente, scrivendo una serie di articoli a tema sarà palesemente impossibile andare al di là di un certo livello di approfondimento e occorrerà inevitabilmente procedere “a volo d’uccello”, dando per scontati salti spaziali e temporali che probabilmente tali non sono e non potrebbero (e dovrebbero) essere, ma si rendono indispensabili nel contesto in cui la narrazione si svolge.

   Allo stesso modo, risulterà fondamentale il ruolo dell’autore, che palesemente indirizzerà le sue scelte verso ciò che gli appare più importante e più utile alla costruzione di una determinata tesi. Chi scrive ritiene che un’impostazione del genere possa essere rivendicata senza particolari problemi né infingimenti: non c’è niente di peggio di quelle ricostruzioni storiche che si ammantano di falsa oggettività, facendo finta di ignorare che la storia, per sua intima essenza, è una disciplina costantemente soggetta a revisioni, e guai se non fosse così, se nuovi apporti scientifici non andassero a sottoporre ad accurata verifica certezze in apparenza incrollabili (e non scalfibili). Com’è ovvio, a questo punto lo storico accademico penserà (o dirà) che chi appartiene alla sottospecie giornalistica, per la quale nutre un aperto disprezzo, non ha titolo per occuparsi di ciò che non gli compete. Ne prendiamo atto, senza nutrire la speranza di riuscire a smentirlo.

   In termini di organizzazione del testo, l’obiettivo è quello di partire dall’antichità greca per procedere rapidamente verso l’era moderna, con una serie di approfondimenti a partire dal 1750 in avanti, legati essenzialmente al fatto che è da quella data – nell’opinione di chi scrive – che entrano in gioco fattori che continuano ad esercitare un notevole effetto anche oggi. I temi saranno trattati da un punto di vista in prevalenza cronologico, ma non mancherà la possibilità di ampie variazioni (o divagazioni, se si preferisce) tematiche legate alla necessità di approfondimento di argomenti bisognosi di una trattazione propria, connessa alla problematica generale ma al tempo stesso provvista di una propria individualità e specificità, talmente forti da non poter essere gestite altrimenti.

   L’intento di fondo è quello di non imbarcarsi nell’ennesimo esercizio di demonizzazione del conflitto, per il quale davvero non c’è che l’imbarazzo della scelta, ma di avviare sommessamente un tentativo di capire la natura del fenomeno bellico, le sue molteplici identità, le vie – più o meno misteriose – attraverso le quali il genere umano, pur conoscendone e pagandone il costo e gli orrori, sia comunque riuscito a sviluppare – per dirla con James Hillman - «un terribile amore per la guerra». Non c’è e non ci vuole essere compiacimento in tutto questo, ma soltanto una ricerca di verità. L’obiettivo è quello di contestare alla radice la tesi che vuole la cultura occidentale sempre più affrancata dalle guerra, sempre meno disposta ad accettarla a livello teorico e, al tempo stesso, sempre assai incline a farne uso sul piano pratico, magari chiamandola con altro nome.

   L’obiettivo vero, tuttavia, è un altro, vale a dire sollecitare ad una riflessione sul fatto se una civiltà possa davvero fare a meno di possedere una “cultura del conflitto”. Non c’è niente di peggio, infatti, che ricorrere alla guerra mascherandola sotto nomi di comodo, magari come “operazione di polizia internazionale”, e poi rifiutare di riconoscerne l’esistenza a livello culturale, lasciando che l’opinione pubblica e soprattutto le giovani generazioni non conoscano o addirittura rifiutino di conoscere la dimensione conflittuale, con la conseguenza di risultare sempre più alla mercé – soprattutto per ignoranza – di chi, in forme sempre più evolute e subdole – li vuole solo aggredire, per farli oggetto di conquista dapprima sul piano intellettuale, poi su quello economico-materiale e infine su quello fisico (da intendersi come possesso effettivo dei luoghi in cui essi vivono).

   L’impresa è ambiziosa e proprio per questo riteniamo che valga la pena di tentarla.

                                                                        Piero Visani
                                            

venerdì 6 settembre 2013

The Portrait of a Lady - 6

Dal diario di Peter Henry Victor



Da bordo del "Savannah", 19 settembre 1880


       Per fortuna che non ho mai fatto parte della Marina confederata! Non credo che sarei riuscito a portare la gloriosa "Stars and Bars" sui mari di tutto il mondo, come fecero quegli illustri comandanti, riuscendo a far garrire la nostra bandiera quando già la Confederazione non esisteva più! Io sarei morto di mal di mare, esattamente come sto morendo ora!
       La mia unica distrazione quotidiana è Isabel. La pensavo donna misteriosa, mentre invece è arguta, allegra, divertente, talvolta un po' civetta, ma amabilmente tale.
       Nelle nostre conversazioni, ho notato che tende a sottolineare il suo interesse per me evidenziando i nostri punti di convergenza. Il suo eloquio è guardingo, ma preciso, puntuale; discreto, ma non superficiale. La sua voce è argentina, fresca, piena di modulazioni tonali, che tendono ad accompagnare il flusso delle sue emozioni e ad assecondare le sue argomentazioni. Sembra più giovane della sua età, e certamente è giovane in ogni caso.
        Pare una giovane donna gioiosa, piena di vita, bramosa di conoscere il mondo. Forse non particolarmente ricca di esperienze, ma curiosa di tutto e tutti.
         Il viaggio ci sta spingendo l'uno verso l'altra e le onde di questo oceano maledetto ogni tanto ci tengono bordone, portando fuggevolmente i nostri corpi a contatto, sotto il loro impeto. Questa fisicità - lo sento - già trasuda passione, perché non è soltanto il mio corpo a vibrare. Anche il suo prova i medesimi stimoli, risponde alle stesse sollecitazioni. La sua natura squisitamente femminile la induce a mascherarlo maggiormente, con pudica discrezione, ma io lo sento e credo che, al di là del mio mal di mare, la nostra speranza, ogni mattina, sia che i venti e le onde dell'Atlantico ci spingano, ogni tanto, l'uno nelle braccia dell'altro. E la pantomima che ne nasce è stupenda: io che mi scuso, lei che sorride con degnazione e i nostri corpi che fuggevolmente si incrociano, le nostre menti e i nostri sensi che già anelano a una successiva onda anomala...
      La notte, nella mia cabina, ho aperto le istruzioni che mi sono state date dal generale Forrest. La missione è difficile, molto difficile: recuperare il tesoro che la Confederazione, nel 1864, quando già le sorti del conflitto parevano segnate, aveva trafugato in Europa, sfuggendo al blocco della Marina unionista. La stampa americana sostiene che questo tesoro sia depositato, intatto, in talune banche londinesi, di fatto inesigibile, ma la missiva del generale Forrest, che ho provveduto immediatamente a bruciare, dopo averla letta, mi ha reso edotto che in realtà questa somma enorme si trova, sotto forma di dollari USA e di lingotti, in una tenuta non distante da Londra, ben sorvegliata da uomini ancora fedeli alla nostra causa. Il mio compito è recuperarla e riportarla negli Stati Uniti, dove servirà a finanziare la nostra resistenza.
      Isabel Archer, nelle intenzioni del generale Forrest, avrebbe dovuto rappresentare uno splendido pretesto e una magnifica copertura per il mio viaggio in Europa, ma il rivederla ha riacceso in me un'antica fiamma, probabilmente mai spenta, e ora penso a lei non meno che alla mia missione. Non era questo che avrei dovuto fare, ma quella donna è talmente splendida che ha conquistato il mio animo, acceso i miei sensi, concentrato le mie attenzioni.
       Ho già deciso: porterò a termine due missioni, quale che possa essere il loro livello di difficoltà...

domenica 1 settembre 2013

The Portrait of a Lady - 5

Dal diario di Isabel Archer:

Da bordo del "Savannah", 17 settembre 1880

       Decisamente Mr. Victor non è un uomo di mare! E' bastato un giorno e mezzo di viaggio, con il mare un po' mosso, per metterlo in difficoltà. Si vede che soffre. Ma si vede altresì che sta facendo ogni sforzo per non far vedere che soffre. Encomiabile!
      Lo spazio a bordo è ristretto, le nostre cabine vicine, ed è normale che ci si veda spesso. Da bravo "Southern Cavalier", il signor Victor è molto assiduo nei miei riguardi, ma non posso fare a meno di notare che, nel giro di sole 36 ore, il suo atteggiamento nei miei confronti è cambiato. Ora mi sta facendo una corte serrata e devo confessare a me stessa che la cosa è lungi dal dispiacermi. Anche mia zia se ne è accorta e, siccome credo che il signor Victor le sia gradito, ci lascia spesso soli, con qualche amabile scusa.
     Non avevo mai parlato tanto a lungo con questo gentiluomo del Sud e ho notato che è persona estremamente galante, colta, conoscitrice della vita e ricca di esperienze. Mi circonda di attenzioni e dialoga fittamente con me, sui temi più diversi. Sono sorpresa dal suo livello di conoscenze, poiché credevo che fosse soprattutto un militare. Ma tale semplicemente non è. Ha letto molto, in vari campi, e la sua cultura è evidente, ricca, densa, profonda.
     Parliamo spesso, a lungo, degli argomenti più diversi, ma ho notato che alcuni di questi li usa come pretesto per cercare di indagare su di me, per capire i miei gusti, predilezioni, inclinazioni.
     E' un bell'uomo, di statura appena superiore alla media. Il suo fisico asciutto appare scattante, elastico, come se fosse abituato a sopportare sforzi di vario genere. La sua aria non è mai completamente rilassata. Parla con me, con interesse e partecipazione, ma tiene d'occhio il resto dei passeggeri, come se qualcuno di loro potesse rappresentare una qualche forma di minaccia, per lui.
      Le sue attenzioni nei miei riguardi sono costanti, affettuose, come se cercasse di farmi capire che nutre una particolare predilezione per me. Le nostre conversazioni ancora non hanno preso una direzione particolarmente personale, ma sono certo che la prenderanno nei prossimi giorni.
      Quando mi parla, Mr. Victor mi fissa nel profondo degli occhi, come se volesse scrutarmi nel mio intimo, e lo fa con la naturalezza e la maestria di un uomo maturo, di un uomo che certamente ha già conosciuto molte donne. Tuttavia, non potrei dire che il suo comportamento sia meno che irreprensibile. La sua correttezza è totale. Credo che mi stia studiando, valutando il momento favorevole per far scattare il suo affondo.
       La situazione che si è creata - devo dire - mi diverte. E' bello sentirsi oggetto delle attenzioni e dell'interesse di un uomo di siffatta natura. E' una sensazione che non avevo mai provato così nitidamente, certo non quando posta a confronto con qualche giovane e acerbo corteggiatore che ho avuto.
        Il fascino e il potere di seduzione di Mr. Victor, per contro, sono quelli di un uomo vissuto, di un uomo che in vita sua ha fatto le cose più diverse. Quando si avvicina a me, sento al tempo stesso desiderio di fuga e attrazione: desiderio di fuga perché quell'uomo tanto singolare mi ispira un certo timore; attrazione perché la sua essenza virile è forte, potente, innegabile, totalmente espressa ed evidente.
       Così, questo viaggio mi appare ormai una metafora, una metafora esistenziale di un percorso che stiamo facendo insieme e che ancora non riesco ad immaginare dove ci porterà. Il porto di destinazione lo conosco - è vero - ma come ci arriveremo, Mr. Victor e io? Questo è il dubbio che angoscia le mie notti.
 
(continua)

sabato 31 agosto 2013

The Portrait of a Lady - 4

Dal diario di Peter Henry Victor:


Albany, 12 settembre 1880

       Non avrei mai pensato che incontrare, dopo cinque lunghi anni, miss Isabel mi avrebbe così turbato nel profondo. La ricordavo splendida, la sera del ballo a Georgetown, ma dentro di me era presente l'immagine di una giovane di grande bellezza ma ancora acerba, piena di vita ma ingenua e inesperta.
       Oggi ho ritrovato una donna con cinque anni di più, nel pieno del proprio fulgore, matura, arguta, attenta a non perdere una battuta, una singola parola delle nostre conversazioni.
      La proprietà della zia è sita lungo il fiume Hudson ed è una bella dimora, che reca in sé tracce della sua origine olandese, della precedente colonizzazione olandese negli Stati Uniti, che in questa zona ebbe il suo centro.
      La signora Touchett mi ha riservato una splendida stanza con vista sul fiume, ma la mia attenzione si è subito concentrata sulla cara Isabel. Incontrarla nuovamente mi ha toccato nel profondo e ha ravvivato una fiamma che evidentemente, nel mio cuore, non era ancora spenta. La mia attenzione si è concentrata su di lei, ma io ho una missione da compiere, di estrema importanza, e non devo farmi in alcun modo distrarre dalla passione che arde nel mio cuore.
       Certo, Isabel è bellissima, più bella ancora di come la ricordassi, ma devo stare attento a resistere al flusso ininterrotto delle sue domande, alle sue tante curiosità, al suo desiderio di conoscermi. Credo di piacerle non poco, ma devo badare a non compromettere, per amor suo, gli esiti della missione che mi è stata affidata.
       Viaggiare insieme a una signora anziana, e alla nipote, è certamente una splendida copertura, per me, ma il vero problema è che io amo Isabel, la amo dalla prima volta che l'ho vista. Poiché non credo di esserle indifferente, dovrò fare ogni sforzo perché il nostro rapporto, che desidererei sopra ogni cosa sviluppare, non interferisca con l'assolvimento dei compiti che mi sono stati affidati dai miei capi.
        Questa sera sarò ospite della signora Touchett, per la cena, poi domani partiremo per New York City. Dovrò stare molto attento a quello che dirò; poi in viaggio, negli spazi più ristretti di una nave, avrò modo di avere contatti più frequenti e diretti con Isabel.
        Avevo pregato il generale Forrest di esentarmi da questo incarico, ma lui ha ritenuto che la mia fosse la più perfetta delle coperture ed ora eccomi qui, diviso fra dovere e amore, tra una missione da compiere e i miei sentimenti da dichiarare a quella splendida donna.
        Ho già deciso: giocherò la mia partita. Dirò ad Isabel del mio amore e, una volta in Inghilterra, vedrò di portare a termine due missioni, quella pubblica e quella privata. Non posso perdere questa occasione. Sarò fedele alla mia causa, ma conquisterò il cuore di Isabel. La amo troppo e non posso vivere senza lei.
 
(continua)

venerdì 30 agosto 2013

The Portrait of a Lady - 3

     La storia continua, questa volta in forma diaristica.
  

     Dal diario di Isabel Archer:

Albany, 12 settembre 1880.

       Il signor Victor è arrivato stamane, via Washington e Baltimora. Pare abbia fatto parte del viaggio in treno, poi ha proseguito a cavallo. Il suo bagaglio è essenziale, molto ridotto per un imminente viaggio in Europa, trasportato da un solo secondo quadrupede. Circostanza che reputo alquanto singolare.
       Non lo vedevo da circa cinque anni, e posso dire che è molto cambiato: più maturo, più sicuro di sé, senza più quell'aria da bellimbusto "ribelle" che aveva a quel tempo, quando mi venne presentato in occasione di una festa a Georgetown. All'epoca, non era altro che un "Johnny Reb" tardivo e invero patetico, manierato, vestito forse un po' provocatoriamente in una pseudo-uniforme grigia.
       Aveva attirato la mia attenzione per quel suo essere terribilmente demodé, per la sua aria fiera e altera, per i lunghi boccoli che gli ricadevano sulle spalle, per la splendida cortesia delle sue maniere affettate, esageratamente cortesi, da tipico "Southern Cavalier".
       Il suo abbigliamento e la sua parlata lenta e strascicata, da autentico meridionale, non gli avevano certo attirato le simpatie della "buona società" di Washington, ma avevano suscitato la mia attenzione e lui, non so come, forse per un mio sguardo di troppo, se ne era accorto. Tuttavia, non aveva posto in atto alcuna strategia di avvicinamento, ma, molto semplicemente, ad un certo punto mi aveva invitato a ballare. Un po' sorpresa, avevo accettato e avevo dovuto subito riconoscere la sua maestria nella danza.
       Verso la fine della serata, quando l'ambiente si era molto scaldato e il clima era molto allegro, quasi sovreccitato, l'orchestra aveva intonato "Dixie". Ero convinta che quella scelta l'avrebbe entusiasmato e invece notai che si era rabbuiato. La sua conversazione, già non esaltante, si era fatta frammentaria e monosillabica, e quasi subito si era congedato da me con una scusa.
       Non lo vidi più per tutta la sera, ma la mattina dopo, nell'albergo di Washington in cui soggiornavo, ricevetti un suo biglietto in cui si scusava per il suo brusco allontanamento, e si riprometteva di rivedermi al più presto. Rimasi sorpresa, perché non avevamo dialogato granché e gli avevo appena accennato dove risiedessi.
        In realtà, è passato più di un lustro prima del nostro incontro odierno, ma ora egli è qui, nella casa di mia zia, e si appresta ad accompagnarci nel nostro imminente viaggio in Europa.
        Il mio cuore è in tumulto. So poco o nulla di quell'uomo, se non che viene dal South Carolina ed è stato un valoroso combattente confederato, ma mi pare che, dietro il suo sorriso e i suoi modi gentili, egli celi indicibili segreti, che mi sforzo - senza successo - di immaginare. E il suo innegabile fascino mi ha colpito nel profondo fin dalla prima volta che l'ho visto.
        Per cinque lunghi anni il nostro rapporto si è limitato a rare missive, tanto amichevoli quanto superficiali, ma ora egli rientra quasi dal nulla nella mia vita e, nelle settimane a venire, sarà una presenza costante accanto a me. Sono turbata, profondamente turbata. Quell'uomo innegabilmente mi piace, ma percepisco in lui qualcosa che non mi convince, che non mi lascia tranquilla. Tuttavia, l'inquietudine di cui mi ha pervaso accresce la fascinazione che egli esercita su di me.
 
                            Piero Visani
 
(continua)

giovedì 29 agosto 2013

The Portrait of a Lady - 2

    Continuo con la mia storia "parallela", che è cominciata e continua in forma epistolare, ma poi cambierà...


Gentile Mr. Victor,
                                        la Vostra missiva mi ha piacevolmente sorpreso. Indiscrezioni probabilmente partigiane Vi davano coinvolto negli spiacevoli incidenti che hanno turbato alcuni Stati del Sud in questi ultimi anni, per iniziativa dell'ex-generale confederato Nathan Bedford Forrest e di quella strana organizzazione (di cui al momento sinceramente mi sfugge il nome) che costui ha messo in piedi contro i negri e soprattutto - così dicono i giornali - contro il governo federale. Sono felice e al tempo stesso sollevata di apprendere la Vostra estraneità al tutto.
                                           Mia zia ed io saremo liete di averVi come accompagnatore nel nostro imminente viaggio in Europa. Partiremo da New York City il 15 settembre, ma mi permetterei di suggerirVi di raggiungerci ad Albany qualche giorno prima. Mia zia sarebbe infatti lieta di averVi suo ospite e di fare insieme il trasferimento da Albany a New York.
                                            Sono curiosa di conoscere le ragioni che Vi portano a Londra, ma avremo modo di parlarne al Vostro arrivo ad Albany.
                                            Vi chiedo dunque la cortesia di darmi sollecitamente conferma della Vostra  prossima venuta qui.
                                             Nell'attesa di rivederVi presto, Vi saluta la Vostra amica
 
                                                                               Isabel Archer
 
(to be continued)