venerdì 25 novembre 2016

Gli arrabbiati

       Da un po' di tempo ho scoperto di appartenere alla categoria degli "arrabbiati". Per un attimo - una botta di presunzione... - ho pensato di poter essere inserito (alquanto tardivamente, ahimè) tra gli Angry young men di John Osborne, Harold Pinter, Alan Sillitoe e altri, che rinnovarono il teatro e la letteratura inglese degli anni Cinquanta e Sessanta, ma poi ho capito che la cosa era più frutto di suggestioni mediatiche. In effetti, non partecipo mai a "discorsi da autobus" con coloro che si definiscono "miei simili" e tuttavia devo avere degli scatti verbali o di altro genere che hanno indotto alcuni di questi a inserirmi in tale categoria: "gli arrabbiati", i "danneggiati dalla globalizzazione", quelli che non intendono prendere atto del declassamento economico e sociale di cui sono stati vittime e che ora, invece che chinarla, vorrebbero rialzare la testa, i presuntuosi...
       Abbastanza spesso, la domenica, incontro ad un'edicola torinese cui faccio riferimento, un ex-altissimo dirigente di quello che fu il principale gruppo industriale cittadino: il più classico degli yes-man; uno che quando cita o sente citare la più nota dinastia locale, sente il dovere di scappellarsi o di fare un leggero inchino; uno che cercò di sfruttarmi quando gli servivo e che poi mi buttò via come una scarpa vecchia quando non gli servivo più. E' lui che, dall'alto delle sue nutrite migliaia di euro di pensione mensili, mi ha appioppato l'appellativo di "arrabbiato", quello che legge tutti i giorni, in parecchie salse, sulle pagine sempre menzognere del principale quotidiano torinese.
       Se riesco, lo evito con tecniche da sottrazione al pedinamento, ma talvolta non ci riesco e così me lo ritrovo addosso e scopro quanto sia corretta l'affermazione "Sunday, bloody Sunday"...
       Per carattere, benché fortemente incline alla polemica, tendo a non farla con gli inferiori e gli stolti, perché è solo tempo perso, però faccio molta fatica a sopportare che la morale mi venga fatta da uno che, per tutta la vita, non ha fatto che legare l'asino dove voleva il padrone (nel caso di specie, un altro emerito super-asino...). Tuttavia, essendo più anziano di me, per rispetto abbozzo e incasso, ma una mini-riflessione tra me e me me la permetto, ed è la seguente:
       "ma uno che ha visto le proprie prospettive professionali e di vita volatilizzarsi a seguito di tutte le scelte che sono state compiute da una classe dirigente, dovrebbe anche essere contento, o è legittimo che provi una leggera arrabbiatura? La progressiva riduzione delle proprie condizioni di vita è un fatto positivo e auspicabile? La devo sperimentare solo io e altri come me, ma i "beati possidentes" no? Tutto ciò è ineluttabile in quanto capita a me, e a quelli come me, così come è ineluttabile che NON capiti a voi? Per quale ragione dovremmo non arrabbiarci e rassegnarci a questo stato di cose, mentre voi continuate a godervi i vostri privilegi? E' normale che io debba sbattermi in giro per il mondo a cercare contratti, mentre voi vi preoccupate soprattutto di sfottermi e magari di darmi pure dell'evasore fiscale? E' legittima una lieve irritazione per dover sperimentare tutto questo?"
      Naturalmente non avrò risposte che non siano legate allo stantio riferimento alle dinamiche della globalizzazione o al fatto che certe cose "ce le chiede l'Europa". Sta di fatto che determinate pretese - guarda caso! - sui beati possidentes l'Europa non le ha avute...
       Dunque sarò arrabbiato, sarò pure un angry (old) man. Tuttavia, per restare in tema, mi piacerebbe tanto far ricordare anche a loro i bei tempi in cui stavano meglio (qualcosa tipo "Look back in anger", di John Osborne; oppure, visto che il livello di questi denunciatori della rabbia altrui non è mai troppo elevato, anche un più banale - ma carino - "Don't look back in anger" degli Oasis). Così, per prendersi vicendevolmente per le terga. Sperando che si rimanga a tale livello. Ma che si rimanga circoscritti a tale livello - devo ammettere - proprio non credo (e non spero) che succederà.

                             Piero Visani